Nel frattempo

I racconti sul precariato di un vecchio concorso di Zop sono diventati un meraviglioso ebook, che potete scaricare gratuitamente dal sito di CastelloVolante, dal 1° luglio.

Dentro ci trovate anche il mio “SSP: Scuola di Specializzazione per Precari”.

Il 9 luglio, la Stiletto Academy sarà a Roma, all’Accademia L’Oréal di piazza Mignanelli, per l’evento Stiletti Romani.

Le iscrizioni (gratuite) sono aperte qui. Vi aspettiamo!

I nostri berretti verdi

Da ragazzini, mio fratello aveva questa cosa che, quando era sbronzo, faceva Rambo.
Lo faceva uguale, proprio con la voce, con la faccia di Stallone.
Allora io gli chiedevo, come nel mitico numero due, con la voce seria «Tu che cosa vuoi, Rambo?» e lui rispondeva «Vincere… e sopravvivere!»

Oggi mio fratello compie 31 anni. Vive in Brasile e non lo vedo da un anno e mezzo. Ho bevuto una bottiglia di Moretti alla sua salute. Se fosse stato qui, ci saremmo sbronzati insieme e ci saremmo fatti un sacco di risate.

E poi gli avrei confessato, tra una risata e l’altra, che ho finalmente deciso.
Voglio anch’io vincere. E sopravvivere.

(Auguri)

Una buona notizia

Il fatto è che, non so come spiegarlo, ma a un certo punto vivi. Perché la vita non è fatta solo di felicità e tristezza. È fatta di aprire gli occhi, di dormire, mangiare, lavorare, ah! lavorare, di comprare cose, sudare, correre, leggere, bere, camminare. A volte vivi innamorato, altre infelice, altre stanco, altre disperato. A me è successo che pensavo che si sarebbe fermato tutto, che senza l’amore, senza quella passione che mi chiudeva lo stomaco, senza gli abbracci, senza le parole, sempre le stesse, sul mondo immaginato insieme, senza te, lui, lei, gli altri, io non avrei vissuto.

E invece vivo. E faccio fatica come faticano tutti quelli che vivono il prima e il dopo, come faticano quelli che si chiedono cosa sto facendo?, come faticano tutti quelli che hanno avuto il cuore pieno e poi vuoto e poi pieno e poi di nuovo vuoto.

Invece vivo, pensa. Io non ci avrei creduto. E non è che si stia proprio bene, insomma, a vivere così. Si vive.

Ed è già estate, però.

Io penso sia una buona notizia.

Più di così

Succede che, nel confidarci le nostre ombre, nel confessare i nostri quotidiani chiaroscuri, nel raccontarci tutti i giorni i nostri grigi, ci appaia, per caso, un nero nero che stona o un bianco troppo brillante.

All’improvviso, le sfumature che amiamo del nostro prenderci e darci ci appaiono colori netti, senza possibilità di interpretazione.

E chi lo sa perché non ci fermiamo nemmeno a chiederci se è la luce a essere cambiata, se la prospettiva, se basta spostarsi un po’ per ritornare a vedere i volumi fumosi, il tratteggio irregolare del nostro stare insieme.

Vediamo solo il nero, solo il bianco e non abbiamo voglia di parlarne, di chiarire.

Ci prende quell’accidia dolorosa, che preferisce lasciar perdere, che preferisce stare male e puntare il dito, che preferisce accusare, senza riparare. Preferiamo continuare a vedere il nero e il bianco e non vediamo più i nostri meravigliosi grigi e non ci parliamo guardandoci negli occhi, cercando le gradazioni nei sorrisi.

Preferiamo continuare a vedere il nero e il bianco e a raccontarci che fa male, senza provare a spostarci nemmeno un po’ per ritrovare la tonalità che non ci spaventa, che non ci allontana.

Ha preso anche noi quell’accidia dolorosa e a volte penso che potevo fare un passo avanti, che tu potevi fare un passo indietro, che si potevano mischiare i colori e farne di nuovi.

E poi mi dico che per vedere i grigi perfetti, per non aver bisogno di fissare un limite coi neri e i bianchi, per riuscire a rimanere in quelle ombre delicate e leggere forse bisognava essere persone diverse, forse bisognava volerci più bene di così.

Ci ha preso quell’accidia dolorosa di chi non ama abbastanza per sporcarsi le mani col colore, per mischiare il nero e il bianco, per gridare e piangere fino a vomitare tutto, svuotarsi, ripartire.

E siamo rimaste così, con il peso delle nostre ombre avvinghiate ai corpi, con i colori netti che non sappiamo usare, con il rimpianto di non aver detto, con la nostra versione testarda dei fatti, con l’odio impotente di chi non ha saputo volere bene, di chi non ha saputo voler più bene. Più bene di così.

Campo minato

Il tempo ha fatto un po’ il suo dovere. Non tutto, perché il tempo è così, è pigro, distratto, crudele.

Ma c’è la primavera ed esci di casa e sei anche andata al mare e hai comprato vestiti nuovi e sei magra come a vent’anni e non piangi quasi più e hai gli occhi lucidi e sei sempre insieme a un’amica, perché temi che la solitudine infame possa scipparti nuovamente il cuore.

Sei di nuovo in equilibrio e, a guardarti da fuori, sembri quasi quella che eri, dietro il viso un po’ scavato, dietro lo sguardo sfuggente di chi cerca ancora intorno, distrattamente, un po’ della vita che non ha vissuto.

Ci sei tu e poi c’è il mondo, che non ti ha aspettata ed è andato avanti e tu impari le cose nuove e quello che è successo e chi e cosa e come e torni nei posti e sembri una che rientra da una guerra e la gente ti chiede ma come stai? e tu hai imparato che non devi raccontare davvero come stai, che alla gente un po’ frega, ma soprattutto no, allora riassumi i tuoi mesi di devastazioni interiori in due frasette e poi ci metti l’ironia, così non trapela che, tra il rimmel e il tacco 12, hai un sacchetto di sfilacci che pulsano in mezzo al petto.

Torni nei posti, ma non in tutti e segui percorsi nuovi e poi ti informi e fai la disinvolta e chiedi ma chi ci sarà? e poi memorizzi e decidi e accetti o rifiuti.

Prima dello scoppio del cuore andavi da A a B seguendo il percorso più breve, in linea retta. Adesso, per arrivare da A a B, fai il giro del mondo, aspetti l’ora giusta, eviti determinati luoghi, procedi a zig zag, cambi idea, torni indietro, non vai, anzi vai, prendi il tram al posto della metro, prendi un taxi, rinunci.

Le persone diventano esplosive e tu eviti le mine e cammini guardandoti sempre i piedi e sei pronta a correre, a saltare, a scappare, a nasconderti.

Le persone diventano esplosive e tu decidi di tenerti alla larga da quelle che possono far saltare le tue nuove pareti e non hai voglia di ricostruire ancora e non sei ancora un bunker così resistente da rimanere immobile e serena, con la tua birra in mano, al centro di campo minato.

Le persone diventano esplosive e ti difendi dalle persone e le città sono abbastanza grandi per non saltare ripetutamente in aria.

Le persone diventano esplosive e tu, a volte, sei tentata di e ti avvicini e dici no, non fa male, anche se sai che farà un fottuto male cane e tu rantolerai e crollerai e dovrai ripartire ancora e ti mangerai le mani fino ai gomiti.

E parti da A per arrivare a B e ci arrivi in ritardo e hai fatto un percorso lungo e, a ogni angolo, quel che resta del cuore ti è saltato in gola e hai benedetto e maledetto il caso e la fortuna e hai evitato i pericoli e sei stata brava nel difenderti dagli altri e sei stata brava nel difenderti da te stessa e sei stata brava nel difenderti dalla mina più pericolosa, la nostalgia.

Va bene così

Ogni tanto, i miei monologhi interiori si trasformano in dialoghi.

Succede mentre cammino ascoltando la musica che mi fa bene e quella che mi fa male, mentre sono seduta sul divano, in silenzio, mentre mi sveglio di notte, all’improvviso, con il respiro affannato, mentre sono distrattamente in compagnia, mentre prendo il treno per farmi dire le faremo sapere, mentre sono seduta sull’erba a un concerto.

I dialoghi interiori hanno parole perfette e se non sono perfette basta solo ripeterli, cambiando un sì in un no, un no in un forse, un forse in un mi manchi, un mi manchi in un sorriso.

Nei miei dialoghi interiori a volte mi dico cose che non vorrei sentirmi dire, ma di cui ho bisogno, per allontanare il dolore atroce dei silenzi, il vuoto degli addii senza sguardi.

Nei miei dialoghi interiori a volte parlo con te e mi accorgo che quasi non ricordo la tua voce e penso che va bene così, perché nei dialoghi interiori non ci sei, ma parlo con me stessa, con l’io che aspetta e non si rassegna, con l’io che non dimentica e non riesce mai a dormire.

E parlo con me stessa, che sei tu e sono tanti altri che non ci sono più, e ogni volta dico quello che avrei voluto dire e non ho potuto, quello che avrei potuto dire e non ho voluto, quello che mi succede e tu non saprai mai e va bene così.
Va bene così.

Aspettami lì

E sì, avevi ragione.

Respiro dopo respiro, come in quel film che ti piace tanto.

Si sopravvive a tutto, ai lutti, agli abbandoni, ai rifiuti, agli amori finiti, agli amori non corrisposti.

Avevi ragione a dire che continua a fare male, ma che poi ci si abitua, ci si affeziona al nostro dolore e stiamo lì per tanto tempo a misurare quanto riusciamo a reggere, quando possiamo premere sulla ferita fino a raggiungere il limite della sopportazione.

Avevi ragione a dire che quelli come noi non riescono a odiare, ma nemmeno a dimenticare, vogliono capire e cercando di capire si fanno ancora più male, si prendono sulle spalle tutto il peso del mondo, lasciano gli altri vivere mentre loro scavano per trovare le cause, per trovare l’inizio della matassa che blocca la gola.

Avevi ragione a dire che ho fatto le cose giuste e ho sbagliato comunque e che bisogna perdonarsi e che poi non c’è più nulla da fare e non ci saranno seconde occasioni, ma solo nuove occasioni.

Avevi ragione a dire che certe persone ci fanno male, nonostante ci abbiano fatto stare bene, che bisogna imparare a chiedere, a cambiare, a concedersi tempo, tutto quello che ci serve.

Avevi ragione come se avessi già percorso questa strada, quasi fino alla fine.

Vuol dire che non ci sono troppi pericoli più avanti.

Aspettami lì.

Il tuo epicentro

Nella vita ti capitano i terremoti dentro.

I terremoti dentro sono come i terremoti fuori, hanno meno polvere, ma le stesse macerie, lo stesso silenzio improvviso, lo stesso boato assordante.
I terremoti dentro lasciano macerie, cocci, cadaveri di persone amate, voragini nelle pareti del cervello e del cuore, cani randagi che girano annusando l’aria, ricordi sepolti sotto il cemento.

Quando ti succedono i terremoti dentro e perdi l’equilibrio e senti che ti franano le budella, poi resti giorni e giorni a piangere, a strapparti i capelli, a maledire il destino, a scavare con le mani, a girare disperata senza meta.

Poi ti fermi e ti fa male la testa e hai gli occhi gonfi e tremi e resti tutto il tempo a ricordare, a fare il bilancio delle cose perdute, delle persone che non rivedrai più e chissà dove sono sepolte, chissà se respirano ancora, chissà se hanno sofferto come soffri tu, chissà come sarebbe stato se.

Quando ti succedono i terremoti dentro arriva il tempo e prima si ferma con te e ti guarda a lungo, poi ti strattona e ti dice andiamo, sei piena di cenere e terra nei capelli, lava via tutto, vestiti con vestiti nuovi, mangia, bevi, dormi.

E passi del tempo con il tempo e ogni volta lo disprezzi e ogni volta ti sorprende, ti aiuta, ti salva.

Guardi le macerie e inizi a immaginare un nuovo inizio e qui potresti costruire un castello e lì un ponte o una strada che non hai mai avuto il coraggio di prendere. I resti ammaccati e rotti possono essere la base di nuove meraviglie, possono essere l’inizio di un mondo nuovo dentro.

Quando ti succedono i terremoti dentro e hai smesso di avere paura e hai accettato il fato e hai parlato con il tempo e hai fatto l’inventario di quello che si è salvato e hai fatto il funerale a quello che se n’è andato e hai capito di essere viva, inizi a ricostruire.

Costruisci tutto più bello, tutto più solido. Con il prossimo terremoto non crollerà e se dovesse crollare ti scanserai in tempo e riderai perché conosci già la fine e il nuovo inizio, perché il tempo ti ha insegnato che puoi sempre salvare qualcosa, quello che non crolla mai e quello che vuole essere salvato.

Quando ti succedono i terremoti dentro, poi ti ricostruisci e impari a camminare al centro della strada, a tenerti lontana dalle pareti, a scegliere compagni di viaggio pronti a correre con te per non sparire.

Potrà succedere un giorno di camminare e ritrovarti, all’improvviso, nel vecchio mondo, quello crollato, e rivedere persone che erano state sepolte dalle macerie, cose che sembravano sparite. Potrà succedere di camminare nel passato e immaginare che la terra dentro non abbia mai tremato. Potrà succedere di ripensare a ieri e credere che quello che non hai avuto sarebbe stato migliore. Potrà succedere, ma è solo una truffa da palazzinari.

Il meglio non l’hai perso.
Il meglio deve ancora venire.