Rimasugli di te

C’è stato un lungo periodo della mia vita in cui scrivevo soltanto quando stavo male. Diari, che portavo sempre con me, e lettere, tantissime lettere, di quelle di carta, che in questo momento mi mancano così tanto.
Mi è capitato, tempo fa, di ritrovare tutti i quaderni che avevo riempito con la mia brutta calligrafia disordinata, di risfogliarli e di non riuscire a rivivere le emozioni e i sentimenti che provavo allora. Non perché non sia ancora in grado di provare la più profonda tristezza, di vivere con una saudade continua o con il terrore che il meglio sia già perduto, ma perché, credo, di aver cambiato pelle così tante volte, da essere una persona completamente diversa.

Ogni trasformazione, anche la più drastica, ti lascia addosso un residuo della persona che eri. Qualcosa di cui non riesci a fare a meno, perché non sai nemmeno che è una tua particolarità. Puoi imparare a vestirti, camminare, parlare, mangiare, lavorare in mille maniere diverse. Puoi imparare ad amare e amarti in modi che non avevi mai immaginato. Puoi cambiare gusti, scoprire di gradire il caffè decaffeinato e di non essere più in grado di mangiare maionese, di trovare attraenti i ragazzi con i capelli lunghi e detestabili gli intellettuali. Puoi cambiare desideri, volere a tutti i costi una casetta in periferia, invece di un appartamento in centro, una vacanza in montagna, invece dell’estate a Ibiza, un figlio, invece della pancia piatta.

Ma non riuscirai mai a cancellare quel rimasuglio di te che compone la tua parte più segreta.

Uno dei miei rimasugli è il senso di colpa. Per tutto. Per quello che mi succede e per quello che non accade. Per i fatti del mondo e per quelli del mio orticello. Per le scelte che ho fatto e per quelle che non ho mai preso. Per gli errori, per i traguardi, ma non quelli giusti. Per l’irruenza, l’istintività e per l’accidia e la pigrizia.

E non mi è chiaro se penso sempre di non meritarmi le cose o se sono convinta di non aver fatto abbastanza per meritarmi di più.

Possono cambiare le circostanze, l’amore, il lavoro, i debiti, le città, gli anni, gli amici fidati, i desideri, le passioni, la taglia dei pantaloni, le idee politiche, la musica preferita, ma il rimorso e il rimpianto non mi abbandonano mai.

L’altro residuo dell’autentica me è il nomadismo, il desiderio di spostarmi spesso, il bisogno di iniziare in continuazione, perché gli inizi contengono promesse di felicità, speranze, passione. Appena una casa o un posto mi diventano familiari, ho voglia di ripartire. C’è così tanto mondo da vivere e così pochi anni in una vita!

Ultimamente ho conosciuto persone che non si sono mai spostate troppo dal loro quartiere. Non dal loro paese, dalla regione, dalla città… Dal quartiere.

Non riesco a capire cosa si prova a non desiderare di voler provare a vivere altrove. Però ho capito una cosa importante. Mentre un tempo pensavo di aver cambiato così tante città da non avere più una “casa”, adesso mi rendo conto che, al contrario, sono a casa mia in tantissimi posti. Tanti posti che non credevo sarebbero diventati così tanto parte di me.

A volte penso che vorrei scrivere di questo. Far vivere ai miei personaggi quello che ho provato. Usare un po’ di autobiografia tra le mie righe.
Vorrei tornare a scrivere come in quelle lunghe lettere che inviavo ogni volta che cambiavo città, che mandavo ai vecchi e nuovi amici, che rileggevo due o tre volte prima di spedire e non rivederle più, che mettevano in ordine i miei pensieri e poi sparivano. Quelle lettere che non potrò più sfogliare e che forse, proprio per questo, contenevano le parole più importanti, che non sono state scritte per un sollievo futuro, ma per il bisogno di raccontare e basta.

È bella la primavera, della finestra della mia camera. Quella finestra a cui da poco ho messo le tende, non per tenere il mondo fuori quando le chiudo, ma per scoprirlo ogni volta che le apro.

E mo’ basta!

La mia generazione scivola nell’età in cui il “divertimento a tutti i costi” cede il posto alla “qualità della vita”.

Abbiamo messo su pancetta e allora abbiamo iniziato a correre. Abbiamo passato mattine con un cerchio alla testa e abbiamo ridotto drasticamente il numero di aperitivi. Abbiamo cominciato ad andare in bici, a mangiare vegano, a bere meno vino, ma più pregiato. Siamo passati dal caffè all’orzo, dai tacchi a spillo alle derby, dalle discoteche ai localini alla moda, magari con la musica a volume non troppo alto.

Iniziamo a pretendere che il nostro tempo libero sia vissuto nel migliore dei modi e che i nostri soldi siano spesi al meglio, così esigiamo che al ristorante non ci siano bambini maleducati, lasciati incustoditi, che i nostri cosmetici non contengano parabeni, che la nostra mozzarella non provenga proprio dalla Terra dei Fuochi, che al bar il caffè sia di qualità, come abbiamo visto su Report, che le docce della nostra palestra siano sempre pulite.

Siamo diventati pignoli, esigenti, attenti, curati e informati.

Perché con tutta la fatica che facciamo per campare!

E il problema è tutto lì. La fatica. Il lavoro.

La nostra pretesa di qualità si ferma, molto spesso, al giorno festivo, all’orario lontano dalla scrivania, alla domenica.

Gran parte degli ambienti professionali, nel nostro paese, hanno ancora una struttura medievale. L’imprenditore, quello che ha messo insieme la baracca, non è solo datore, somministratore di lavoro, ma anche proprietario, del tempo, delle energie, delle competenze e delle qualità del dipendente. Come i nostri genitori e i nostri nonni, sebbene ormai inconsciamente e nostro malgrado, siamo ancora abituati a pensare al salario come a un’elargizione, come a un favore e non un diritto, come qualcosa che può essere messo in discussione unilateralmente, perché se non andiamo bene al padrone, lui ha il potere di non pagarci.

Nonostante la dilagante ambizione a una maggiore dignità e rispetto, continuiamo a sbagliare gli obiettivi, a esigere cose inesatte, a confondere diritti con doveri e doveri con concessioni.

Siamo il paese delle rivendicazioni, della pretesa del posto fisso, della richiesta di assistenza, della lamentela perenne. Eppure, quando sul posto di lavoro subiamo qualche abuso, restiamo immobili, perché “funziona così. Che cosa ci posso fare?”.

Sono sempre stata insofferente all’autorità esercitata con leggerezza, con incompetenza, con arroganza, convinta, per educazione e per indole, che il lavoro sia sempre domanda e offerta, che a ogni mansione, esercitata al meglio, debba corrispondere giusta retribuzione e che a giusta retribuzione vada offerta professionalità e responsabilità.

Sono stata cresciuta con l’idea che l’impegno sul lavoro sia una cosa seria, senza esagerazioni calviniste, ma con un’etica che non ritrovo spesso nella mia generazione. Non mi è mai sembrato scandaloso emigrare, perché ho sempre pensato che l’evoluzione sia anche nel movimento, che sia anacronistico pensare di potersi perfezionare rimanendo ancorati al proprio orticello, che se crescono le ambizioni, è necessario far crescere anche i nostri orizzonti. Sorrido di chi pensa di voler sfondare nel fashion, senza magari spostarsi da Rovigo, convinto che un giorno la Camera della Moda della città decida di eleggere il Polesine capitale dello stile.

Riesco a capire, seppur ormai nomade da due decenni, l’attaccamento alle proprie origini, ma non mi spiego il dramma di spostarsi  a un’ora di aereo o tre ore di Frecciarossa da casa, se questo ci aiuta a coronare i nostri sogni. Siamo pronti a sentirci cittadini del mondo senza far entrare il mondo dalla nostra finestra.

Sia chiaro: un paese che lascia partire tutti i suoi giovani è un paese triste, che morirà in fretta, che continuerà a piangere sulle cose perdute, senza costruire futuro. Nessuno nega che emigrare sia una sconfitta. Ma è una sconfitta solo per l’Italia, non per chi parte con una buona istruzione, delle idee, la gioventù e la vivacità.

E chi parte o è partito la conosce, l’anomalia della nostra cultura lavorativa, una cultura fatta spesso, troppo spesso, di sopruso giustificato e di vittimismo congenito.

Sono diventata freelance per scelta, dopo aver lavorato anni da dipendente, con stipendi non all’altezza delle mie mansioni, del tempo che dedicavo alle strutture, dei miei bisogni, dell’entusiasmo, dell’impegno e dei risultati che ho ottenuto in ogni attività. Nella mia inquietudine, ho sempre lasciato i lavori in cui non mi sentivo rispettata, non solo economicamente, anche a rischio di affrontare periodi di fame nera.
Ho scritto più volte che la crisi è diventata un alibi per costringerci ad accettare compromessi anche quando non necessario. Molte volte mi è stato detto “non ci sono soldi, è già tanto che riesco a pagarti quello che ti do e dovresti ringraziarmi” e pochissime, forse solo una volta, ho sentito dire “vorrei pagarti di più, davvero non posso, ma grazie per il tuo lavoro”.

Al vertice delle gerarchie in Italia, fatti salvi (forse) i casi delle multinazionali e rare oasi felici, c’è sempre il paròn che mette i sghèi, con fastidio, con dispiacere. Non ricordo nemmeno più in quante occasioni, io e i miei colleghi, siamo stati additati come costi e non come risorse. L’italiano capo medio considera il proprio tempo preziosissimo e quello dei propri dipendenti come una rogna a sua carico, che se potesse, salderebbe con i propri avanzi.

Ho partecipato ad alcuni progetti in cui ho lavorato con ardore, anche per pochi euro, perché tutte le parti coinvolte, da chi metteva il capitale a chi ci guadagnava solo la gloria, ci credevano davvero. Ho collaborato con agenzie giovani e motivate, con ragazzi che credevano nelle loro startup e che nonostante le difficoltà non perdevano la fiducia. Ho lavorato per persone che mi hanno trattata come una di famiglia (quasi sempre imprenditrici donne), trasmettendomi passione e competenze e insegnandomi il mestiere.

Ogni volta che ne ho parlato con gli amici e conoscenti, è emerso che si trattava di casi rari. E quando finivamo a discutere del perché non pretendere di più, del come poter trattare con i capi per ottenere vantaggi, in termini di tempo, denaro o anche solo qualità dell’ambiente di lavoro, tutti, o quasi, finivano per scuotere il capo e dire “ma tanto non cambierà nulla, meglio non alzare polveroni, meglio farci i fatti nostri, c’è la crisi, meglio un lavoro di merda che la disoccupazione, tanto mi sfogo nei fine settimana quando non lavoro, tanto non c’è niente altro di meglio”. Ho osservato colleghi portare avanti battaglie per il bene di tutti, completamente soli. Ho spesso raccolto io il malcontento evidente dell’ufficio per riuscire a migliorare le condizioni e me la sono presa – con decenza parlando – nella parte anatomica che alleno con più tenacia, non dai capi, ma da chi lavorava con me, che si è dissociato (per paura?) da ogni richiesta di migliorie, che trovava più comodo secernere bile e lamentarsi con veemenza su Facebook che pretendere, per le vie legittime, un suo diritto.

UN. SUO. DIRITTO.

Quando ho aperto Partita Iva ero convinta che avrei avuto un potere contrattuale maggiore, che essendomi trasformata in un libero professionista, un consulente, senza nessun vincolo di dipendenza, avrei ottenuto compensi e trattamenti in linea con le mie qualità.

Sorvolo sulle retribuzioni, di cui ho già detto qui, perché il sogno della giusta paga, per quelli come me che 80 euro in più li festeggiamo come una vincita alla lotteria, è sempre più utopia. Quello che continua a sorprendermi, nello svolgimento dei miei lavori, è l’atteggiamento di alcuni clienti e alcuni collaboratori, (pochi per fortuna, una minoranza rispetto alle persone gradevoli e professionali che incontro), rappresentativi del marciume che per anni abbiamo nascosto sotto il tappeto del bisogno di lavorare e che si è trasformato in una montagna di munnezza.

Ci sono tanti imprenditori o capi di aziende che considerano qualsiasi persona a cui debba essere corrisposta una paga per una prestazione professionale (esclusi forse avvocati, commercialisti, amici di amici, amanti di amici e raccomandati di turno), soprattutto gente precisa, veloce e che “non rompe i coglioni”, come un peso. Pretendono impeccabilità senza dare nulla in cambio, perché l’unica cosa che ha valore è la moneta e non il tempo, la bravura, la pazienza, la qualità del lavoro svolto. E questo è tanto più vero quanto più la prestazione che offri è un servizio.

Io ti pago. Quindi sono l’essere umano migliore. Ho il DIRITTO di pretendere, di esigere, di alzare la voce, di cambiare le carte in tavola, di trattare sul prezzo, di decidere della tua sorte. Tu lavori, quindi hai bisogno dei miei soldi, quindi sei unammerda, quindi è tuo DOVERE rispettare qualsiasi tipo di richiesta, perché senza di me tu non porti a casa la pagnotta.

Molti lavoratori considerano questa visione della professione, non gradevole, ma plausibile e diventano conniventi di un sistema sbagliato, che esige senza dare in cambio, che non capisce che nella vita, come nel lavoro, è tutto un dare e avere.

A me non sta bene. Anzi, è una cosa che mi fa imbestialire.
E parlo sempre chiaramente. E spiego ai clienti maleducati che anche loro hanno bisogno del mio lavoro. E se non proprio del mio, di quello di qualcuno come me. Come io ho bisogno dei loro soldi, ma se non proprio dei loro, di quelli di qualcuno simile, ma meno schifoso. Spiego che bisogna avere rispetto di chiunque, perché il tempo mio, della stagista e dell’amministratore delegato di Trenitalia hanno lo stesso valore. Perché se pretendi che i collaboratori si comportino bene con te, devi comportarti bene con loro. Perché nella melma della crisi ci siamo tutti. Perché il lavoro occupa circa il 70% della mia vita e io voglio, pretendo, di vivere bene.
Parlo chiaramente a costo di perdere clienti. Però, quelle volte lì, quanto dormo bene!

Ho accettato molti compromessi, soprattutto quando i budget erano interessanti (e allora potevo chiudere un occhio), quando il lavoro era bello, quando il team era simpatico, quando non avevo alternative, quando l’acqua alla gola era altissima. Ma ho capito che ogni volta che non rivendichi rispetto, puntualità nei pagamenti e qualità della vita lavorativa, sei diventato come loro.

Sarà forse che non ho niente da perdere, e allora sono più pericolosa, che sono una testa calda cresciuta in una famiglia troppo di sinistra. Sarà che odio le disuguaglianze, le prepotenze, che detesto chi si approfitta quanto detesto chi si lamenta senza mai cambiare le cose. Sarà che sono una pasionaria, anche se molto pigra, ma io pretendo che la mia vita sia migliore. A tavola, a letto, con gli amici, in viaggio e, soprattutto, sul lavoro.

La mia generazione, che abbandona l’età del “divertimento a tutti i costi” per scivolare in quella della “qualità della vita”, dovrebbe imparare a rivendicare le cose corrette. Non un lavoro fisso, ma un lavoro giusto. Non un reddito di cittadinanza, ma una paga puntuale e adeguata. Non quote rosa, ma rispetto per le donne lavoratrici. Non approssimazione, ma competenza. Non raccomandazioni, ma meritocrazia. Non omertà, ma collaborazione. Non assistenza, ma investimenti. Non sprechi, ma gestioni virtuose. Non che qualcuno arrivi a cambiare le cose, ma che tutti inizino ad alzare la testa e a dire “e mo’ basta”!

 

*Mi scuso con gli amici rovigotti per l’esempio. Per me siete stilosissimi.