Il prossimo anno ci salveremo da soli

Gli ultimi giorni dell’anno a letto con l’influenza mi hanno obbligata alla solita resa dei conti, che – per una volta -avrei voluto evitare. Nei deliri da febbre alta, cocktail di paracetamolo e brodo fatto con il dado, sudore, gatto che mi rubava il letto e telefilm in streaming, ho rivisto il film dei sensi di colpa, delle scelte sbagliate e quelle prese in graziadiddio che mi hanno (forse) cambiato la vita, degli errori, dei traguardi, dei sorrisi e delle lacrime.
Quello appena trascorso è stato, tutto sommato, un buon anno.
Non un anno ricco, non un anno molto produttivo. Un anno buono.
Dodici mesi in cui ho fatto tutte le cose per bene, nel lavoro, in amore, con la scrittura, con la famiglia, con le amicizie. E quando fai le cose per bene, e ti impegni, e sei onesta, soprattutto con te stessa, non puoi avere rimpianti.

Poi, certo, c’è il porcomondoboia che funziona a scatti, che ti mette i bastoni tra le ruote e non dipende da te. Non può sempre dipendere da te. E questo rallenta la crescita, smorza gli entusiasmi, produce fastidio e bestemmie, sconsola, deprime.

La crisi economica ormai è una balla. Non c’è un complotto mondiale per farci diventare dei poveracci. Non c’è più un buco nero in cui sono trascinati tutti e, quindi, anche noi. No. Il problema è che noi sguazziamo in un mare di fango che ci siamo creati da soli. Il problema è che l’Italia è un Paese schifoso e meschino.
Punto.
Corruzione, mafia, sprechi, evasione fiscale, classe politica completamente ignara di come viva davvero la popolazione, tassazione delirante sui meno abbienti, nessuna meritocrazia, nessun rispetto per la cultura, disprezzo per l’onestà e stima per l’ignoranza truffaldina, pressapochismo premiato come intraprendenza, massoneria, demagogia, populismo, razzismo così radicato e così malcelato da essere endemico, omertà, connivenza.
Non credo esistano altri casi al mondo di potenze industriali ridotte a teatrino dei pupi nel giro di qualche decennio.
È sempre più faticoso amare la nostra terra. Come un marito che ti prende a pugni. Come una madre che ti abbandona in un cassonetto.

L’unico grande rimpianto del 2014 è quello di aver capito di non essere in grado di migliorare il Paese e di essermi rassegnata all’idea che non cambierà. La perdita della speranza è il primo segno della fine e non so se è generazionale, se dato dalla stanchezza o da un eccesso di informazione, ma non credo più che ci siano possibilità di redenzione.

Così, il prossimo sarà l’anno in cui a tutti toccherà salvarci da soli.

Sono ottimista per me, perché sono convinta di avere margini di miglioramento: nei prossimi dodici mesi voglio viaggiare a est e a ovest, scrivere finalmente il mio primo romanzo non rosa, voglio bere il vino più buono, voglio guardarmi allo specchio e piacermi sempre e comunque, voglio frequentare persone belle e lasciare andare gli opportunisti, i falsi amici, i passivi aggressivi, i cattivi consiglieri, gli invidiosi, i rancorosi, gli “amici” per cui lavori e non ti pagano. Voglio leggere e guardare mille film e ascoltare musica e ammirare i tramonti. Voglio baciare di più, fare di più l’amore, abbracciare di più, ridere di più, parlare di più e ascoltare di più.
Voglio continuare a essere onesta, a credere che il merito paghi, a investire nel talento e non nei pompini, a fare il mio lavoro al meglio, a studiare, a capire le cose.
Voglio salvarmi.

Ed è il mio augurio per tutti voi.
Fate le cose per bene, salvatevi, non lasciatevi tentare da tutto il marcio che ormai ci circonda. Siate belli e senza rimpianti. Siate coraggiosi. Siate il Paese che amerei alla follia.
Magari tra un anno saremo qui a dirci: hai visto? Avevamo sbagliato! C’era ancora qualcosa per cui valeva la pena lottare: noi.

 

Nessuno ha più voglia di restare

Nessuno ha più voglia di restare.

I miei coetanei se ne sono già andati. Non tutti, e chi è rimasto non fa che pensare di aver sbagliato a dare una possibilità al Paese. Chi è rimasto è considerato un perdente, un pigro, uno non abbastanza bravo. Perché a nessuno può davvero venire in mente che tu sia rimasto perché l’ami davvero, l’Italia.
Non si ama una madre che ti affama, ti umilia, uccide la speranza, ti sfrutta, ti toglie quello che ti spetterebbe di diritto per darlo a chi ruba, imbroglia, minaccia.

Sono rimasti quelli che potevano permetterselo: casa comprata da mammà, lavoro trovato da papà, mutuo intestato alla nonna, perché nessuna banca lo darebbe a te. E poi sono rimasti i folli, quelli che continuano a credere che c’è ancora qualcosa di buono da salvare, e ogni mattina si svegliano con un peso all’altezza dello sterno, che non vuole scendere, non vuole salire, che ogni giorno camminano in equilibrio su un filo sottilissimo e sanno che, se si spezzerà e cadranno, non ci sarà più la possibilità di tornare in posizione eretta.

L’Italia è un paese di caste. Per quanto tu possa impegnarti, essere bravo, avere tenacia, seguire le regole, se nasci senza santi in paradiso, senza genitori ammanicati, senza denari, resterai un poveraccio tutta la vita. Non importa quanto tu abbia talento, quanto le tue idee siano geniali. Qui ci vogliono le conoscenze, i soldi, qualcuno che ti paghi le spese, ci vogliono gli amici, non quelli a cui vuoi bene, gli amici, quelli che aprono porte, stringono mani, chiedono e ricevono favori.
Ci sono due soli modi per riuscire a emanciparti dalla tua casta: rubare e dimostrare di essere uno di loro, o sposartene uno e, se tutto va bene, sperare che nessuno si accorga da dove vieni.

Io sono una di quelle che è rimasta. A vent’anni me n’ero andata e poi sono tornata, convinta che ci fossero margini di miglioramento, che avrei fatto di differenza, che avrei cambiato le cose. Purtroppo, poi, sono stata infettata con il virus che ha distrutto la mia generazione: il disimpegno. Ho smesso di lottare, di capire, di alzare la voce. Perché più tiravo pugni, più i muri diventavano duri, più correvo, più la strada si allungava, più gridavo, più le persone intorno a me diventavano sorde.
Forse anche per età, smetti di pensare a TUTTI e cominci a concentrarti su di TE. Magari, ti dici, se provi a salvarti da solo, ce la fai.
Non ce la fai. Non ce la fai.

Il giorno che sono arrivati i miei coetanei al potere ho pensato che era arrivato il momento di liberi tutti, la svolta, la trasformazione. In Parlamento c’erano ragazzi come me che non erano partiti, non avevo scelto un’altra patria, un’altra casa, ed erano rimasti a camminare su quel dannato filo che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.
E invece no. Sono arrivati sugli scranni quelli rimasti in Italia perché potevano permetterselo e non perché volevano guadagnarselo, quelli che non cambieranno le cose, perché non hanno mai avuto bisogno di farcela e non hanno mai avuto paura di perdere tutto.

Cosa ci resta da fare?

Siamo troppo vecchi per partire, troppo giovani per rassegnarci.

Non ci resta che parlare, capire, informarci, discutere, alzarci da questi cazzo di divani Ikea che ci succhiano le energie, allontanarci dai Reality, trovare una piazza in cui incontrarci tutti, liberare la rabbia, davvero, liberare l’indignazione, smettere di sperare che la pensione dei nostri genitori ci pari il culo, smettere di diventare come loro per non morire, alzare la voce, alzare le braccia, farei cortei, ma per i motivi giusti, non per le scie chimiche, per i parcheggi in centro, per dare fuoco ai campi rom, ma per riprenderci quello che ci hanno tolto senza che nemmeno ce ne accorgessimo, lottare per le cose che abbiamo studiato, capito, condiviso, fare la rivoluzione vera, quella che non siamo mai stati capaci di fare dopo il Risorgimento, smettere di fare la guerra dell’ironia su Twitter, che non cambierà niente, un cazzo di niente, andare a menare le mani, se serve, smettere di sentirci dei falliti perché abbiamo deciso di amare questo paese di merda e di restare qui a salvarlo.

Nessuno ha più voglia di restare. Ma noi siamo qui.

Il rosso in tour

Domani (13 dicembre) alle 18, mi trovate al Fashion Camp – Christmas Edition, in via Asti 17 a Milano, per una bellerrima presentazione di A noi donne piace il rosso, accompagnata dagli smalti rossi rossi di TNS in omaggio per tutte e seguita da allegro brindisi.

A noi donne piace il rosso

Il 19 dicembre sarò alla Mokeria di Porto Sant’Elpidio, per chiacchierare di vino, amore e donne e per firmare copie.
C’è sempre un brindisi.
Che fai, non vieni?

E se non avessi ancora letto il libro, puoi correre in libreria o comprarlo qui (anche in ebook).

Regalalo a tutte le tue amiche a Natale: crea dipendenza, ma di quella buona!

Update del 15 dicembre: l’evento marchigiano è stato annullato. Il 19 mi trovi a Padova, in piazza a bere prosecco.

A Natale voglio fare cose belle

Prima era la riunione di famiglia. Tutti i fratelli di mamma che tornavano a Napoli, i divaniletto sempre aperti, le brandine in salotto, i cugini in pigiama tutto il giorno, l’odore delle arance e dei mandarini, i carciofi fritti nascosti per evitare che fossero spazzolati via prima di pranzo e poi dimenticati in una credenza e tirati fuori solo la sera. C’erano gli struffoli, che ognuna diceva di fare meglio dell’altra, la cassata siciliana gigante che mandava l’amico di zio Guido, c’erano gli zampognari, i lavoretti fatti col DAS a scuola, l’insalata di rinforzo, le telefonate interurbane da pochissimi minuti per fare gli auguri a chi non era potuto venire. C’era la messa di mezzanotte, tutti pigiati a sbadigliare sulle panche, nel freddo della chiesetta di via Fonseca; c’era la carta da regali, i vestiti nuovi che potevi indossare per la prima volta, la tombola con i ceci che segnavano le caselle, il mercante in fiera, noci, nocelle e castagne infornate, Il piccolo Lord, le poesie in piedi sopra la sedia, nonno che ci convocava uno alla volta e ci regala qualche diecimila lire.

Poi è arrivata, violenta e ribelle, l’epoca dei viaggi, dei vent’anni, delle mete lontane, dei sapori esotici, degli amici, del mangiare meno e bere di più, dei pochissimi regali, quasi sempre libri che avresti amato tutta la vita. Il momento in cui non c’è più magia perché non c’è religione e quindi va bene essere ovunque, purché non qui, purché insieme, noi che saremo compagni di avventure per sempre e poi invece ti persi di vista, per un malinteso, per un bacio di troppo o per uno mai dato.

Cambi città, amici, fidanzati, mariti, lavoro, stipendio, gusti, dieta, taglia.
Per tanti anni non fai l’albero, non addobbi, accetti inviti a casa di sconosciuti, perché “da sola pare brutto”, stai bene, non ti interessa, non sopporti l’odore di fritto, vuoi dormire, perché lavori sempre troppo, eviti i cinema affollatissimi il 25 pomeriggio, scambi regalini con le colleghe solo perché se l’aspettano.

All’improvviso ritorna.
La voglia di Natale.

Sarà per colpa dei nipotini, degli anni che ti fanno venire nostalgia di casa, dei tuoi parenti che invecchiano e vorresti vedere di più, degli amici che come te sono stanchi di aperitivi, del desiderio che non avevi mai avuto, e che adesso non riesci ad allontanare, di cucinare biscotti.

Questo Natale voglio fare cose belle.

Voglio confezionare io i pacchetti regalo e non farlo fare alle addette nei negozi.
Voglio comprare la migliore cioccolata da offrire a chiunque passi per casa.
Voglio ascoltare gli aneddoti di mia madre, per la milionesima volta, e ridere ancora insieme a lei.
Voglio mandare gli auguri con i biglietti cartacei, con i francobolli.
Voglio telefonare e non scrivere su WhatsApp.
Voglio preparare i dolci per il pranzo e per tutti i pasti a seguire.
Voglio cucinare le lasagne con mia sorella.
Voglio vestirmi di rosso.
Voglio sorridere e ridere moltissimo.
Voglio fare tante foto con amici e parenti senza postarle sui Social Network.
Voglio iniziare a pranzare senza fotografare il piatto.
Voglio mangiare tutto senza dire mai che sono grassa.
Voglio addormentarmi sul divano dopo i pasti e dormire senza mettere la sveglia.
Voglio aprire le bottiglie di vino migliori e berle con gli amici.
Voglio ascoltare le canzoncine sceme di Natale.
Voglio passare il giorno di Santo Stefano insieme a lui, per una maratona di Twin Peaks.
Voglio rivedere Una poltrona per due.
Voglio mandare dei baci a mio nipote in Brasile via webcam.
Voglio essere felice.

Di film belli e offerte di lavoro

WordPress ha fatto i capricci tutto il giorno e il mio post quotidiano, cancellato, riscritto, ripreso e poi andato in malora, è slittato a stasera. Però (però) in TV danno quel film meraviglioso di Gondry che il mondo chiama The eternal sunshine of the spotless mind e che noi, solo noi, abbiamo ribattezzato con orrore Se mi lasci ti cancello.

E io lo riguarderò per la millesima volta. E piangerò ancora e ancora. E penserò ancora che l’amore è proprio così e preparerò un pezzo strappalacrime per domani.

Promesso.

Ah, quasi dimenticavo: sono alla ricerca di un grafico che voglia studiare insieme a me un nuovo tema per il mio blog che sia più simile alla nuova me stessa. Ne voglio uno bravo e paziente. E se fosse economico, poi, uh, che meraviglia! Per candidature e preventivi, trovate i miei riferimenti nella pagina contatti.

Passo e chiudo.

La quarta

No, non è la mia nuova taglia di reggiseno (magari!), ma la foto che trovate, tagliata e rimpicciolita, nella quarta di copertina del nuovo libro (come si chiama? Ah, non lo sai? A noi donne piace il rosso).

DANIELA FARNESE

Lo scatto, in cui sembro finalmente un’intellettuale, di quelle che vivono proprio circondate dai libri, è sempre della bravissima Barbara Beggio (Dio la benedica!).

Ieri mi è esploso un bottone dei jeans, mentre passeggiavo per via del Corso a Roma. Vuol dire che i chili di troppo cominciano a diventare troppi. È morale mettersi a dieta prima di Natale? Le prossime foto le scatterò indossando un copridivano come peplo?

Roma, fai un po’ la stupida stasera

Sono in partenza per Roma. Ho puntato la sveglia all’alba, ho stirato (sì, proprio così, S T I R A T O) la gonna che indosserò, che ormai è l’unica in tutto l’armadio che ancora mi entra, ho messo in valigia le mie scarpe nuove col taccazzo e sono pronta.

Vado a parlare dell’Arco, il racconto che ho scritto per il progetto Update your legs, il primo in cui mi cimento con l’erotico. O ci provo. E il protagonista è un uomo, che pensa e parla come un uomo. O come gli uomini che amo.
L’ebook è gratuito e potete scaricarlo qui.

Se avete voglia di fare due chiacchiere con me e le altre autrici, ci vediamo dalle 18 alle 21 nella boutique di Wolford in via Frattina 90. Io sono quella vestita male che cerca disperatamente qualcuno che le riempia il bicchiere.

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Breaking Bad ‘ngopp ‘o rione

Prima o poi doveva accadere. Crescere, lavorare, pagare l’affitto, le tasse, smettere coi tacchi e tornare alle scarpe basse, correre, cucinare, poi mettersi a dieta, scivolare quasi verso gli ‘anta. E a quest’età qui, avere una discussione con il proprio compagno su Breaking Bad.

La prima di un paio di premesse che dovrebbero far sembrare una conversazione del genere meno folle è che sono rimasta vittima, come molti, della dipendenza dalle serie TV. Ne guardo tante, tutte in lingua originale, così evito di pagare le lezioni private di inglese e imparo un sacco di parolacce. Mi hanno fatto compagnia quando ero annoiata dal mio lavoro da dipendente mal pagata, quando sono stata disoccupata, quando ero single, quando ho traslocato e non conoscevo nessuno, e mi hanno dato un sacco di buoni consigli quando ho iniziato a scrivere storie. Così, adesso, se mia madre chiama e chiede cosa stai facendo, io rispondo sto lavorando, sto studiando le tecniche di storytelling degli sceneggiatori ameriggani. È per lavoro.
E lei ci crede.
La seconda premessa è che anche lui scrive, ma da molto prima di me. E mentre io formavo il mio immaginario leggendo gli autori russi crudeli e guardando film francesi lentissimi o noiosi documentari su festival musicali nel deserto o sui ginecei indiani, lui conosceva a memoria tutte le storie dei supereroi che io – lo ammetto – ho incrociato molto tardi e quasi esclusivamente grazie ai filmoni marveliani di ultimissima generazione.

Lui ha sempre amato protagonisti dalle grandi doti, coraggiosi, nobili, abili, il cui ruolo era combattere i cattivi, criminali, mostri, per rendere il mondo (il nostro o qualche altro pianeta alieno) un posto migliore. Io mi sono a lungo sorbita storie senza redenzione, ho preso le parti di Raskol’nikov in Delitto e Castigo, ho capito che Kafka, Hrabal, Keret non ti danno soluzioni né conforto, ma ti dicono soltanto “così stanno le cose. Stringi i denti”, mi sono rassegnata all’idea che non esista una Giustizia, ma alcune forme di giusto o sbagliato che cambiano con il tempo, il luogo, il progresso.

Lui crede che Walter White, nell’ultima stagione, abbia perso le sue motivazioni. Sostiene che avesse già esaurito la sua carica di rivalsa verso le ingiustizie subite, che avesse già espiato i propri errori e che sia diventato un personaggio poco credibile, con la fine della quarta. Al contrario, io ritengo che solo quando il nostro amato Heisenberg abbandona ogni alibi morale e ammette di provare piacere nell’essere bad, solo in quel momento lui diventa un personaggio perfetto.

Per farla breve e terminare la discussione, prima di ordinare la seconda brioche fatta col lievito madre nel baretto da hipster sotto casa, ho sintetizzato i nostri punti di vista (sebbene lui non confermi – ad oggi – la mia versione, che pur essendo molto semplicistica, mi aiuta ad andare avanti in questo maledetto post in cui mi sono impelagata).
Il mio compagno parte dal presupposto che l’essere umano sia buono per natura. La vita, le esperienze, la società, la miseria, gli abusi lo trasformano e lo rendono peggiore, fino a quando non interviene qualcuno con una moralità ancora intatta che lo salva. Gli uomini possono quindi sempre essere redenti, perché nascono esseri positivi.
Io sostengo che l’uomo sia per natura crudele, egoista, avido, tendenzialmente violento e guerrafondaio. Ha però capito che un’organizzazione sociale basata sul rispetto delle regole, sui buoni rapporti, sull’assistenza reciproca funziona molto meglio che il caos e ha quindi deciso di evolversi. In sostanza, nasciamo cattivi, ma la vita, le esperienze, la società, la cultura ci rendono migliori. Con buona pace della mia educazione cattolica, del catechismo e dei soldi spesi per farmi studiare, ho capito questa verità quando ero molto molto piccola.

La perdita della mia innocenza è avvenuta un giorno di quasi trent’anni fa, durante un pranzo nella mia scuola materna, il fu Istituto Parificato Ruggero Bonghi di Napoli, ormai estinto. Tra i compagni di classe, c’era un bambino più grande di noi, che soffriva di un handicap fisico che gli impediva di camminare, muoversi correttamente e di parlare. Suppongo fosse stato inserito nella nostra classe perché all’epoca non esistevano strutture adatte per assisterlo e le scuole elementari napoletane del periodo non fossero proprio il massimo. Lo suppongo soltanto, senza offesa per nessuno, perché ero solo una bambina dell’asilo, chennepotevosape’?.
A lui piaceva stare con noi, in compagnia, sebbene a tutti noi fosse evidente che era diverso: era alto, più grande, portava degli occhiali con le lenti spessissime, si muoveva in modo strano, non riusciva a comunicare.
Durante i pasti, le maestre ci facevano sedere ai tavolini esagonali, tiravamo fuori dal cestino i nostri piatti, le cuoche ci servivano la pasta e si mangiava tutti insieme.
Il giorno che è arrivato il bambino grande, le maestre lo hanno fatto sedere accanto a me e io gli ho voluto istintivamente bene. Non lo so spiegare. Aveva quella fragilità e inconsapevolezza che, a una bambina timida e introversa come me, non facevano paura.
Mentre stavamo mangiando, alcuni bambini hanno iniziato a prenderlo in giro, a fargli dei versi, a dire il suo nome, a toccarlo e lui non si rendeva conto e rideva e sembrava felice. Poi uno di quelli si è alzato ed è venuto a sputargli nel piatto.
Così. Con naturalezza.
Si è alzato dal suo tavolo, è venuto da noi e gli ha sputato nel piatto.
E io che l’ho visto fare questa cosa brutale, avevo una rabbia e un’incredulità che non riuscivo a spiegare. Insostenibile al punto che ancora la ricordo. Spiazzante.
Perché? Perché hai fatto una cosa del genere?
Avevo – quanti? – cinque anni e ho provato un disprezzo davvero profondo per un altro essere umano. Chiaro, netto.
Subito dopo, un altro bambino ha fatto lo stesso, sempre di nascosto dalle maestre (o almeno è quello che voglio ricordare). Poi un terzo. E il bimbo grande rideva, pensava fosse un gioco. Fino a quando non so come, ho trovato la forza di urlare basta, di allontanarli e di lasciare il mio piatto a quel bimbo grosso che continuava a pensare fosse un gioco. Non so come ci sono riuscita. Forse avevo anche le lacrime agli occhi.
Quelle merde di bambini avevano la mia età. Pochi anni. Per tutta la vita mi sono chiesta se fosse stato un istinto o un insegnamento appreso da qualcuno. Perché nessuno poteva avergli insegnato che quando vedi un disabile che mangia devi sputargli nel piatto. E sì, venivano da quartieri difficili del centro di Napoli, (ma anche io), e sì, alcuni di loro avranno avuto delle situazioni familiari poco serene, (ma anche io), ma mi risulta molto difficile credere che non fosse qualcosa di innato in loro, che non dipendesse dal fatto che nasciamo cattivi e solo poi capiamo che essere cattivi è sbagliato.
Credo sia stata una delle più precoci e violente frustrazioni della mia vita, quella sensazione di non poter far altro che allontanarli, di sapere di non poter proteggere tutti i bimbi grossi dagli schifosi bambini malvagi.
È stato forse il primo momento in cui ho messo in dubbio la mia fiducia nel genere umano.

Cosa è successo, poi?
Che negli anni ho imparato un altro tipo di fiducia: quella nelle persone. Singole. Preziose. No razza umana, ma alcuni uomini. Adesso so per certo che il mondo non è un posto orribile, o meglio, non così orribile, perché ci sono anche persone che sanno renderlo bello. E tra queste, purtroppo, non ci sono io, perché sono pigra, vigliacca, perché da bambina potevo diventare un supereroe e lottare contro le ingiustizie, e invece non ci ho mai provato davvero.

Perché anch’io ho perso le mie motivazioni e sono entrata nella mia quinta stagione di Breaking Bad.

Sono ancora convinta che gli essere umani nascano perfidi. E poi guadagnano la loro fetta di paradiso solo vivendo. Come resto dell’idea che questa nuova epoca non abbia bisogno di supereroi, ma di antieroi.
Nessuno riuscirebbe più a identificarsi in Superman, perché lui è ed è sempre stato alieno. Mentre, quando ci raccontano storie di cattivi che sono anche un po’ buoni e di buoni che sono anche figli di puttana, allora possiamo sentirci pronti a fare grandi cose.

Questo volevo spiegare l’altro giorno a colazione al mio ragazzo, poi sono arrivati i caffè e abbiamo cambiato argomento. Volevo dirgli che Breaking Bad ha senso perché ci mette di fronte al nostro grande limite, non ci racconta che è la società a renderci cattivi, ma che siamo tutti cattivi, salvo scegliere di non esserlo. Almeno credo.

E non so se dopo queste deliranti parole potrà darmi ragione. L’unica cosa su cui siamo d’accordo è che i telefilm con gli zombie sono molto, molto meglio.

 

P.s. per la cronaca, ho googlato per la corretta grafia di Raskol’nikov.

Ed ecco la vera novità

Le mie vacanze brasiliane sono ormai un ricordo. Un bel ricordo, così lontano che quasi non sembrano essere passate solo due settimane.

Il nuovo libro, A noi donne piace il rosso, è uscito (potete comprarlo qui in ebook e qui in cartaceo). È un libro bello. Fossi in voi lo leggerei e poi lo regalerei a chiunque.

Milano è grigia come solo Milano sa essere. E a me piace. Mi piacciono le strade bagnate dall’umidità e dalla pioggia, i bar riscaldati pieni di gente, le enoteche con la musica bassa, in cui riesci a parlare senza urlare, i supermercati colmi di panettoni, i negozi del centro con le vetrine natalizie, le bancarelle in Duomo.

L’amore sta bene, mai stazionario, perché se lo fosse non sarebbe più amore, ché quel sentimento è una montagna russa, un altalena, una corsa a perdifiato, un giro di rock&roll.

La dieta non sta funzionando, i jeans non mi stanno più entrando e rinunciare ai carboidrati sta diventando una prova di forza.

E fin qui, tutto bene.

Ma la vera notizia, quella che wow, la decisione che cambierà il corso dei miei prossimi giorni, mesi, anni, che modificherà l’asse terrestre e l’attrazione lunare e gli orari dei treni, è che ho deciso di tornare a scrivere sul blog.
Nel senso di spesso, non come adesso. Di farlo tutti i giorni. Come undici anni fa. Come ai tempi in cui non c’era mondo senza blog, non c’era il mio mondo senza blog.
E non lo faccio per motivi commerciali, non divento una fashion/beauty/food/cosa/salcazzo blogger, non metto banner, non vi scrivo quanto è buono lo stracchino con un paio di anfibi griffati e il rossetto color mattone.
Voglio solo recuperare un rapporto con la scrittura più rilassato, meno – siete pronti per la parolona orrenda? – performante, che non preveda tot visite e clic per essere pagato, tot vendite per diventare un beSSeller, tot pagine per andare in stampa. Una scrittura anarchica, libera, indipendente, personale, non legata per forza alla cronaca, alla televisione, alla moda.
Voglio tornare a scrivere per me. Voglio raccontare le storie che mi passano per la testa, le mie idee, i miei pensieri. Senza linea editoriale, senza briefing del cliente. E ho capito che l’unica cosa che ho sempre scritto senza regole è stata Malafemmena.

Quindi rifarò una cosa che, spero, darà l’inizio al primo fenomeno di vintage blogging mondiale: tornerò ad aggiornare alla maniera 1.0.

Non è facile. Perché la vita è diventata più frenetica, perché ho sempre meno tempo ed energie, perché sono spesso in giro e perché devo e voglio continuare anche a scrivere per mangiare. E non è facile perché questo posto non è più quello di tempo e anche perché i lettori, voi, non siete più quelli di un tempo e adesso si sta su Facebook, si commenta su Twitter, si comunica su WhatsApp. Non voglio dire che siete invecchiati, eh, però… mi capite, vero? Vi ricordate che c’era un mondo, pochi anni fa, che non è più lo stesso?

Non sarà facile, ma una cosa che sento di fare, che mi sembra importante iniziare. Mi sembra bella. Per me. E faccio questo annuncio nella speranza che, se non dovessi mantenere l’impegno, anche solo una persona me lo faccia notare e mi motivi. Dopo avermi cazziato.

Oggi è il 1° dicembre ed è l’inizio del nuovo inizio.

Sono quasi pronta. Spero avrete voglia di fare ancora due chiacchiere con me. Sarete sempre i benvenuti.