La fatica dei sogni

Non mi sono mai pentita di aver scelto la libera professione.
Avevo un posto da dipendente, facevo un bel lavoro, guadagnavo pochissimo, ero pendolare (Padova-Venezia, 42 km all’andata, 42 km al ritorno), la mia era una piccola azienda con delle colleghe carinissime e con proprietario “paròn”, che ci considerava figli quando tutto andava bene e mangiapane quando le cose si mettevano male.
 
Ho lasciato tutto senza avere un progetto, sono venuta a Milano, sono stata fortunata perché cambiare le cose ha smosso le acque, ha cambiato l’energia intorno a me e sono arrivati contatti, progetti, proposte, novità.
 
Adesso faccio il lavoro che ho sempre sognato, guadagno di più di quando avevo il posto fisso (ma ho avuto anche periodi di pane e cipolla), gestisco il tempo in maniera più razionale, riesco a stare più ore con mio figlio di quante ne passerei se fossi in ufficio.
Non ho nessuna certezza.
I miei progetti non vanno mai oltre i 4-5 mesi. Otto mesi, quando va bene.
Ho barattato la tranquillità per il tempo, la sicurezza per la scrittura, il contratto per il contrattare.
Mi ripeto sempre che avrei dovuto farlo molto prima, perché questa vita mi calza a pennello.
Ma ritengo che ognuno debba poter scegliere qual è la sua strada, condizioni permettendo.
Ripeto: se le condizioni lo permettono.
Perché ambizioni, progetti e sogni devono pur coincidere con la realtà.
 
Nel nostro piccolo dovremmo avere il coraggio di scegliere sempre l’opzione che ci somiglia di più, anche se richiede più sforzo. Ma nel caso non avessimo alternative, dovremmo cercare di non maledire la sorte e provare a cambiare il poco che possiamo.
 
Realizzare sogni, grandi o piccoli, presuppone fatica. Anche se nessuno te lo racconta mai, perché è più poetico raccontare che tutto accade per destino. Il destino (anche detto botta di cu*o) conta in minima parte. Servono volontà, determinazione, fame e ottimismo.
Io l’ottimismo non l’ho mai avuto, però ho fame per un esercito.
Buona fortuna.

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