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Il prossimo anno non avrò paura

Tra un mese e mezzo (o poco più) diventerò una mamma.
Già questa mi sembra una novità enorme, emozionante e terrificante, dell’anno che verrà.
I dodici mesi appena trascorsi mi sono sembrati lunghissimi, infiniti, faticosi come una strada in ripida salita e allo stesso tempo veloci, effimeri, leggeri.
Sono stata bene, quasi sempre, nel corpo, nella mente e nel cuore. È stato un anno adulto, con il calendario alla mano, le scadenze, le idee, i programmi, le analisi del sangue e delle urine, i riavvicinamenti e gli addii per sempre, le ansie, gli entusiasmi, l’azzardo, i rischi, i ritorni a casa.
Sono soddisfatta di quello che ho fatto, delle scelte che ho preso, dei lavori che ho concluso, anche se inizio a soffrire la mia incapacità di arricchirmi, la mia poca abilità nel vendermi, il mio appassionarmi a progetti bellissimi, ma non remunerativi, l’aver scelto di vivere di arte e, per questo motivo, arrivare sempre con l’acqua alla gola a fine mese. Mi sarebbe servita un po’ di fortuna in più, perché è sempre la fortuna il tassello che manca, e qualche santo in paradiso, che potesse presentarmi le persone giuste, gli ambienti giusti.

È stato un anno bello, pieno di amore e lacrime, di idee, amici, viaggi in treno, libri scritti e libri letti, di film e telefilm, di bagni a mare, di piatti di pasta, di sonno e insonnia, di promesse che dicono “per sempre”. Un anno in cui sono riuscita a distinguere il fuori e il dentro, il mondo esterno e interno, in cui ho avuto speranza quando tutto sembrava diventare buio.
Il prossimo sarà l’anno dell’incertezza, della novità, del dubbio, dell’emozione. Spero di essere all’altezza. Spero di riuscire a scrivere e continuare ad avere la fiducia di editori, librai, lettori. Spero di riuscire a ridere, quando tutto mi sembrerà difficile. Spero di riuscire a rimanere a galla, quando le onde si faranno troppo alte. Spero di essere amata e di amare ogni giorno.

Spero di essere ancora felice.

Il prossimo anno non avrò paura.

Buon 2017!

Buon 2017

 

Il prossimo anno ci salveremo da soli

Gli ultimi giorni dell’anno a letto con l’influenza mi hanno obbligata alla solita resa dei conti, che – per una volta -avrei voluto evitare. Nei deliri da febbre alta, cocktail di paracetamolo e brodo fatto con il dado, sudore, gatto che mi rubava il letto e telefilm in streaming, ho rivisto il film dei sensi di colpa, delle scelte sbagliate e quelle prese in graziadiddio che mi hanno (forse) cambiato la vita, degli errori, dei traguardi, dei sorrisi e delle lacrime.
Quello appena trascorso è stato, tutto sommato, un buon anno.
Non un anno ricco, non un anno molto produttivo. Un anno buono.
Dodici mesi in cui ho fatto tutte le cose per bene, nel lavoro, in amore, con la scrittura, con la famiglia, con le amicizie. E quando fai le cose per bene, e ti impegni, e sei onesta, soprattutto con te stessa, non puoi avere rimpianti.

Poi, certo, c’è il porcomondoboia che funziona a scatti, che ti mette i bastoni tra le ruote e non dipende da te. Non può sempre dipendere da te. E questo rallenta la crescita, smorza gli entusiasmi, produce fastidio e bestemmie, sconsola, deprime.

La crisi economica ormai è una balla. Non c’è un complotto mondiale per farci diventare dei poveracci. Non c’è più un buco nero in cui sono trascinati tutti e, quindi, anche noi. No. Il problema è che noi sguazziamo in un mare di fango che ci siamo creati da soli. Il problema è che l’Italia è un Paese schifoso e meschino.
Punto.
Corruzione, mafia, sprechi, evasione fiscale, classe politica completamente ignara di come viva davvero la popolazione, tassazione delirante sui meno abbienti, nessuna meritocrazia, nessun rispetto per la cultura, disprezzo per l’onestà e stima per l’ignoranza truffaldina, pressapochismo premiato come intraprendenza, massoneria, demagogia, populismo, razzismo così radicato e così malcelato da essere endemico, omertà, connivenza.
Non credo esistano altri casi al mondo di potenze industriali ridotte a teatrino dei pupi nel giro di qualche decennio.
È sempre più faticoso amare la nostra terra. Come un marito che ti prende a pugni. Come una madre che ti abbandona in un cassonetto.

L’unico grande rimpianto del 2014 è quello di aver capito di non essere in grado di migliorare il Paese e di essermi rassegnata all’idea che non cambierà. La perdita della speranza è il primo segno della fine e non so se è generazionale, se dato dalla stanchezza o da un eccesso di informazione, ma non credo più che ci siano possibilità di redenzione.

Così, il prossimo sarà l’anno in cui a tutti toccherà salvarci da soli.

Sono ottimista per me, perché sono convinta di avere margini di miglioramento: nei prossimi dodici mesi voglio viaggiare a est e a ovest, scrivere finalmente il mio primo romanzo non rosa, voglio bere il vino più buono, voglio guardarmi allo specchio e piacermi sempre e comunque, voglio frequentare persone belle e lasciare andare gli opportunisti, i falsi amici, i passivi aggressivi, i cattivi consiglieri, gli invidiosi, i rancorosi, gli “amici” per cui lavori e non ti pagano. Voglio leggere e guardare mille film e ascoltare musica e ammirare i tramonti. Voglio baciare di più, fare di più l’amore, abbracciare di più, ridere di più, parlare di più e ascoltare di più.
Voglio continuare a essere onesta, a credere che il merito paghi, a investire nel talento e non nei pompini, a fare il mio lavoro al meglio, a studiare, a capire le cose.
Voglio salvarmi.

Ed è il mio augurio per tutti voi.
Fate le cose per bene, salvatevi, non lasciatevi tentare da tutto il marcio che ormai ci circonda. Siate belli e senza rimpianti. Siate coraggiosi. Siate il Paese che amerei alla follia.
Magari tra un anno saremo qui a dirci: hai visto? Avevamo sbagliato! C’era ancora qualcosa per cui valeva la pena lottare: noi.

 

Il prossimo anno voglio essere felice

Non piacerebbe anche a te, certe mattine, che una voce fuori campo riassumesse il tuo passato come prima dei telefilm quando “nelle puntate precedenti…”?

Avevo voglia di raccontare, come ormai faccio da dieci anni, e di condividere gli ultimi dodici mesi, ma mi rendo conto che quest’anno ho fatto già tantissimi bilanci che ho vissuto un capodanno ogni trimestre. Ogni cambiamento è stato un inizio: i viaggi, gli addii, i successi e gli insuccessi, il lavoro perso, gli amici ritrovati.
Stamattina ho la sensazione che non sia l’ultimo giorno di qualcosa, ma l’ennesimo giorno meraviglioso e complicato di questo reality che si chiama vita.
Gli anni meno faticosi passano più in fretta. Il 2013 è stato forse un periodo di transizione. Sto meglio, molto meglio, rispetto a un paio di anni fa in cui tutto è andato a pezzi ed era impossibile anche solo alzarsi la mattina.

Ho lavorato poco. Il 2012 avevo guadagnato la metà esatta dell’anno precedente e quest’anno ancora un terzo in meno. Molto di quello che ho guadagnato non mi è stato ancora pagato. Vivo di prestiti, risparmi e speranza e, se non fossi così incosciente, se avessi una famiglia, dei figli da mantenere o anche solo un’automobile, se non fossi pronta ad arrangiarmi, sarebbe molto più drammatico. Ma siamo quasi tutti su questo barcone sgangherato e ci facciamo forza e sappiamo che qualcosa prima o poi cambierà. E se è vero che non sempre abbiamo fatto abbastanza per lavorare di più e meglio, spesso abbiamo dato il massimo senza avere un ritorno.

I giorni che non ho lavorato, ho scritto. Tanti articoli, tante lettere, un romanzo nuovo e un romanzo breve che ho amato molto, ma i lettori meno. Poi mi sono presa una pausa. Per cambiare. Perché questi libri che ho pubblicato non sono io. Non sono Daniela. E forse non sono nemmeno tanto Dania. Sono piena di storie, ma storie diverse, linguaggi differenti, personaggi che mi somigliano molto di più, che dicono parolacce, che viaggiano in seconda classe, che indossano anfibi e vanno a fare la spesa al mercato.
Allora ho deciso che basta, che voglio scrivere una storia mia.
Quindi niente terzo capitolo della saga Chanel, niente glamour, niente amore.
E pensavo che sarebbe stato tutto più facile, invece è un casino e ho la testa che esplode e la pagina bianca davanti agli occhi che è come una ferita sanguinante.
Il tempo che passa, ormai, è scandito solo dalla persistenza delle mie pagine vuote. Fa male.

Prima o poi anche i libri mi verranno pagati (i diritti arrivano con molta calma) e inizierò a vivere questo tempo china sulla tastiera come un vero lavoro. Forse allora sarò più motivata, forse le parole usciranno più in fretta e più disciplinate. O forse no.

Ho viaggiato, non quanto vorrei, ma ho preso gli aerei giusti e ho passato dei giorni di tale serenità che mi sono chiesta perché non averlo fatto prima, sorvolare l’Oceano, riunire la famiglia, visitare i posti che ho sempre desiderato, mangiare tutto, ma proprio tutto quello che mi va.

Certi mesi mi sono scivolati addosso, perché non c’era niente da conquistare, altri sono stati delle battaglie, infinite.

L’amore è stata la cosa più complicata (non è sempre così?). Due passi avanti, uno indietro, addii, ritorni, promesse e lacrime, baci lunghissimi, fughe, parole scritte e tante parole non dette, canzoni, film, accuse, dichiarazioni. Colpi di scena.

È stato come avere di nuovo vent’anni, vivere le relazioni alla giornata, non sapere se domani sarà ancora tutto bello, avere il terrore di progettare insieme.
Ormai siamo arrivati fin qui, non possiamo tornare indietro, non possiamo buttare tutto, ce lo siamo guadagnato, conserviamolo, proteggiamolo.

È stato un anno disordinato, che mi ha insegnato che gli altri non possono sempre diventare alibi per la nostra negligenza, che se vogliamo cambiare, dobbiamo farlo e basta, noi da soli, perché tutti possono cambiare. Mi ha insegnato che c’è sempre una seconda occasione e, se non dovesse esserci, ci sarà un‘altra occasione, diversa ma non meno importante. Mi ha insegnato che le persone belle devi tenertele strette, a costo di superare la pigrizia e l’egoismo e la paura, perché il tempo passa e cancella tutto e l’unica cosa che conserverai per sempre sono i compagni di viaggio. Mi ha insegnato che i soldi e il successo e l’apparenza e la bellezza possono essere importanti, ma non a costo di non riconoscerti più, di modificare i tuoi sogni; che tra un mese dimenticherai la tua ospitata in TV, ma ricorderai per sempre le serate a ridere con gli amici, la coda lunghissima per  salire in cima a un grattacielo per guardare il tramonto, le canzoni urlate durante un concerto in uno stadio pieno di gente.

Mi ha insegnato che non c’è un arrivo, che la strada è infinita, che possiamo fare una sosta, per stanchezza, per rabbia, per pigrizia, ma poi dobbiamo rimetterci in viaggio, noi che siamo i nomadi del nostro destino.

Il prossimo anno voglio essere felice.
È un proposito folle, credete che non lo sappia?
Ma voglio metterci pazzia nel futuro.
Voglio scrivere il mio romanzo, voglio stare solo con le persone belle e tenere tutti gli altri a distanza, i gatti e le volpi, i falsi, gli approfittatori, le galline tutte tette e sorrisi e niente cervello, gli insicuri che ti succhiano il sangue, gli invidiosi. Voglio viaggiare di più, ma molto di più, voglio guadagnare abbastanza da poter tirare il fiato, voglio dire no a tutte le cose che non mi piacciono, le serate con i dress code, i finti amici, i locali con la lista all’ingresso, le cene in cui “voglio parlarti di un lavoro” e invece è solo marpionamento, le comparsate che chissenefrega, le foto fatte solo per dire io c’ero, le competizioni non richieste, gli insulti gratuiti di troll e stalker, quelli che “non ti fai mai sentire” e non ti chiamano mai.
Voglio stare con te, non solo il prossimo anno, ma tutta la vita, a costo di inseguirti e poi fuggire, di cambiare e poi tornare indietro.
E poi dormire un anno intero senza prendere sonniferi e mangiare senza sensi di colpa e sorridere solo se ne ho veramente voglia e non avere sempre l’ansia spaventosa di perdere tutto.

Voglio arrivare a fine anno e dire che meraviglia! Hai visto che non era impossibile? Che ce la potevo fare?
E se non ce la dovessi fare, poi ci sarà l’anno successivo e quello dopo ancora.
Non ci fermiamo mai.
Non voglio fermarmi mai. Ho le scarpe giuste, il fiato allenato, la borsa leggera e la colonna sonora perfetta.

BUON ANNO NUOVO.

Davvero non così

Io davvero non me lo sarei mai immaginato così.

Un anno di sospiri, patimenti, cambiamenti, tantissimi treni, vino e molta birra, molti libri letti e tanti film e lacrime, lacrime e poi la testa che gira, quella stanchezza cronica, i vestiti nuovi e la mozzarella, ho mangiato molta mozzarella, e le valigie sempre pronte e i traslochi e i soldi spesi e i pochi soldi guadagnati.

Ho già scritto tutto, in questo blog che dopo otto anni è diventato un diario, in quei post che erano pieni di Daniela e non di Dania, perché non si può essere sempre la parte migliore di noi stessi, a volte bisogna mostrare quella peggiore, debole, distratta, malinconica, disorientata, arrabbiata.

Un anno di gente che ha riso di me perché stavo male. Gente che sono contenta di aver eliminato dalla mia vita. Un anno di amici che si sono occupati di tutto, che mangiassi, che non restassi sola, che avessi un lavoro, che avessi qualcuno con cui parlare.

È stato l’anno in cui ho fatto il punto, un grande amore finito, un piccolo amore mai iniziato, la gente nuova che mi conosce appena e che sa sempre cosa dire. Un anno in cui mi sono ritrovata più povera, con una casa enorme in una città in cui non vivo più, con i debiti con le banche, gli affitti, i contratti di lavoro non rinnovati.

Un anno in cui ho scritto un libro in cui parlo d’amore e l’amore è stato il centro del mio anno senza amore, un anno in cui sono stata in tv, in cui ho organizzato eventi tutti miei, in cui ho rivisto mio fratello, in cui ho capito chi voglio tenere e chi buttare giù dalla rupe.

È stato un anno difficile, uno dei più difficili. Spesso non avevo voglia di uscire di casa, di mangiare, di leggere, di scrivere, di vedere nessuno, di stare meglio. Un anno in cui sono finita a Milano e tra pochi giorni compirò trentaquattro anni e non mi rimane molto, il mio gatto, le mie scarpe, i ricordi, gli appunti, molti libri ancora da leggere, un altro libro da scrivere, il mio mac, il mio blog, la gente che mi vuole bene, quella a cui voglio bene, pochi lavori, qualche progetto.

Io davvero non me lo sarei immaginato così ed è passato e non credevo che sarei arrivata alla fine e penso che se fossi davvero superstiziosa adesso sarei contenta che l’anno stia per terminare e invece non credo nelle date definitive, non credo nelle feste e nei riti di passaggio e sono qui che penso che fatica!, è stato così faticoso, sono stata così concentrata su di me, sul mondo dentro e non fuori, che la vita mi è successa e io davvero non me la sarei immaginata così.

Quella storia che tutto passa è vera, ma se non arriva il nuovo il vecchio non sparisce, e poi sono fatta così, senza redenzione, senza soluzione, coi sensi di colpa per tutto, anche per la gente che mi ha abbandonata, con il bisogno continuo di dimostrare e dimostrarmi qualcosa, con la paura del tempo, di non avere tempo, con i miei capelli bianchi, nascosti tra i capelli neri e ribelli.

L’anno sta per finire e ci siete stati anche voi. È stato bello parlarvi. Io davvero non me lo sarei immaginato così.

La buona notizia è che possiamo ricominciare ancora e ancora.

 

Il primo giorno dell’anno

Sono sempre stata di quelle che no, non a settembre, l’anno comincia a gennaio, perché c’è il mio compleanno e ci sono le feste e c’è il freddo cane che non lascia il tempo per andare a spasso, allora rimani a fare le somme, a elencare propositi, a farti promesse solenni che in primavera non manterrai.

Sono sempre stata di quelle che no, l’anno comincia con il calendario, da uno a trecentosessantacinque, con poche eccezioni, dal principio alla fine, inverno, primavera, estate, autunno e poi di nuovo inverno.

Poi, oggi, pioveva e pioveva, dopo tanto, quasi troppo caldo. E non avevo l’ombrello, perché sono nell’ennesima casa non mia, in attesa che comincino le cose belle, che cambino i giorni, che inizino le avventure, che si trasformino le abitudini. Non avevo l’ombrello e sono rimasta chiusa in casa e guardavo fuori dalla finestra chiusa, perché comincia a fare fresco, e pensavo che davvero è tutto nuovo, la città, il lavoro, gli amici, il mio guardaroba, il taglio di capelli. Sono nuovi i sorrisi e i locali in cui bere il vino, sono nuovi i libri, i cibi, i profumi, i desideri, i silenzi, le solitudini con la musica, sempre.

Oggi mi è sembrato il giorno giusto per un inizio, perché è tutto nuovo, l’entusiasmo, la voglia di provare, l’eccitante sensazione di libertà che ti dà solo la consapevolezza di non aver niente da perdere. Oggi era un giorno giusto per un inizio, perché va tutto bene, perché non ci sono più gli occhi lucidi e le gambe che tremano, perché desidero invece di rimpiangere, perché ho più futuro che passato.

Oggi mi è sembrato il giorno giusto per l’inizio di tutto e ho ordinato una pizza e ho ordinato una birra e ho guardato la pioggia che non smette di cadere e ho festeggiato, serena, il mio capodanno.

La fine è (forse) il mio inizio

Non sono mai stata molto brava a scrivere resoconti della mia vita, a redigere diari dettagliati del mio vissuto.
Mi nascondo dietro al prezioso dono della sintesi -che, senza il rischio di peccare di modestia, ritengo il mio unico talento- e riesco da sempre a divincolarmi dalla cronaca dal mio presente.
Sono autobiograficamente poco obiettiva e dannatamente troppo severa. Mi allontano dai fatti nudi e crudi, mi lascio distrarre dalle sfumature, mi attacco a qualche pensiero ossessivo e ricorrente e perdo il filo delle cause e degli effetti.

Odio, inoltre, le scadenze che spingono all’analisi, i momenti che inducono tradizionalmente al bilancio, le feste che segnano il passare del tempo, i riti che scandiscono pragmaticamente i passaggi, gli inizi e la fine.

Volevo però provare a scrivere qualche riga che esorcizzasse l’annus terribilis che sta per terminare, pensando che, dopo mesi così faticosi, irritanti e, spesso, tristi, le parole sarebbero venute da sole, avrebbero inondato il monitor, mi avrebbero mondata dal disagio e avrebbero dato una forma ai miei pensieri stanchi.

Invece sono qui da ore a chiedermi come e cosa valga la pena raccontare, se ha davvero un senso raccontarsi per provare a ripartire da quello che abbiamo sbagliato e da quello che fortunatamente abbiamo imbroccato.

Nel 2009 ho cambiato due lavori, incontrando gente meravigliosa e inciampando in figuri tristemente meschini. Sono tornata a lavorare a Venezia, un ritorno che ha significato un violento confronto con la vecchia me stessa, con le mie scelte passate, i miei numerosi treni persi (metaforicamente e fisicamente), i miei errori, i miei abbandoni e  le mie paure.

È stato un anno in cui ho pensato più a sopravvivere che a vivere, scoprendo, con atroce scandalo, di far parte di quella larga fetta del paese che guadagna troppo poco, che non ha una famiglia facoltosa alle spalle e che non conosce le persone giuste; quella fetta che vive il continuo penitenziagite relativo alla crisi come la condanna a morte delle proprie ambizioni.

Un anno di intollerabile disagio per il mio paese e per la sua classe dirigente e anche per quella votante.

Un anno in cui, per trovare una misera stabilità professionale ed economica, ho smesso di cercarmi e, quando ho provato a riprendere il filo dei miei sogni, ho scoperto che era ormai troppo tardi per realizzare molti di loro. Un anno di occasioni mancate, di stanchezza emotiva e di poca autostima.

È stato un anno di addii, di alcuni affetti lontani e di altri partiti per non tornare mai più.

Un anno di eccessiva vita sociale e di solitudine infinita, di tantissime parole (quasi un fiume in piena sui miei social network) e di pochissimo dialogo.

Alla fine di questo infame susseguirsi di mesi, ho provato a decontestualizzarmi, a uscire dalla vischiosa -e stucchevole, lo so!- autocommiserazione in cui rischiavo di fossilizzarmi e a trovare pensieri felici a cui aggrapparmi.
Sono riuscita ad accumulare un quaderno di buoni propositi che riuscirò, come sempre, a procrastinare.

Non mi resta che provare a ricominciare dalla fine, a ricostruire dalle macerie, a fottermene del tempo che passa e vivere per il solo piacere di farlo.

Perché, nonostante tutto, sono ancora convinta che non sia così difficile essere felici.

Buon anno nuovo a tutti.