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Va bene così

Ogni tanto, i miei monologhi interiori si trasformano in dialoghi.

Succede mentre cammino ascoltando la musica che mi fa bene e quella che mi fa male, mentre sono seduta sul divano, in silenzio, mentre mi sveglio di notte, all’improvviso, con il respiro affannato, mentre sono distrattamente in compagnia, mentre prendo il treno per farmi dire le faremo sapere, mentre sono seduta sull’erba a un concerto.

I dialoghi interiori hanno parole perfette e se non sono perfette basta solo ripeterli, cambiando un sì in un no, un no in un forse, un forse in un mi manchi, un mi manchi in un sorriso.

Nei miei dialoghi interiori a volte mi dico cose che non vorrei sentirmi dire, ma di cui ho bisogno, per allontanare il dolore atroce dei silenzi, il vuoto degli addii senza sguardi.

Nei miei dialoghi interiori a volte parlo con te e mi accorgo che quasi non ricordo la tua voce e penso che va bene così, perché nei dialoghi interiori non ci sei, ma parlo con me stessa, con l’io che aspetta e non si rassegna, con l’io che non dimentica e non riesce mai a dormire.

E parlo con me stessa, che sei tu e sono tanti altri che non ci sono più, e ogni volta dico quello che avrei voluto dire e non ho potuto, quello che avrei potuto dire e non ho voluto, quello che mi succede e tu non saprai mai e va bene così.
Va bene così.

Aspettami lì

E sì, avevi ragione.

Respiro dopo respiro, come in quel film che ti piace tanto.

Si sopravvive a tutto, ai lutti, agli abbandoni, ai rifiuti, agli amori finiti, agli amori non corrisposti.

Avevi ragione a dire che continua a fare male, ma che poi ci si abitua, ci si affeziona al nostro dolore e stiamo lì per tanto tempo a misurare quanto riusciamo a reggere, quando possiamo premere sulla ferita fino a raggiungere il limite della sopportazione.

Avevi ragione a dire che quelli come noi non riescono a odiare, ma nemmeno a dimenticare, vogliono capire e cercando di capire si fanno ancora più male, si prendono sulle spalle tutto il peso del mondo, lasciano gli altri vivere mentre loro scavano per trovare le cause, per trovare l’inizio della matassa che blocca la gola.

Avevi ragione a dire che ho fatto le cose giuste e ho sbagliato comunque e che bisogna perdonarsi e che poi non c’è più nulla da fare e non ci saranno seconde occasioni, ma solo nuove occasioni.

Avevi ragione a dire che certe persone ci fanno male, nonostante ci abbiano fatto stare bene, che bisogna imparare a chiedere, a cambiare, a concedersi tempo, tutto quello che ci serve.

Avevi ragione come se avessi già percorso questa strada, quasi fino alla fine.

Vuol dire che non ci sono troppi pericoli più avanti.

Aspettami lì.

Il tuo epicentro

Nella vita ti capitano i terremoti dentro.

I terremoti dentro sono come i terremoti fuori, hanno meno polvere, ma le stesse macerie, lo stesso silenzio improvviso, lo stesso boato assordante.
I terremoti dentro lasciano macerie, cocci, cadaveri di persone amate, voragini nelle pareti del cervello e del cuore, cani randagi che girano annusando l’aria, ricordi sepolti sotto il cemento.

Quando ti succedono i terremoti dentro e perdi l’equilibrio e senti che ti franano le budella, poi resti giorni e giorni a piangere, a strapparti i capelli, a maledire il destino, a scavare con le mani, a girare disperata senza meta.

Poi ti fermi e ti fa male la testa e hai gli occhi gonfi e tremi e resti tutto il tempo a ricordare, a fare il bilancio delle cose perdute, delle persone che non rivedrai più e chissà dove sono sepolte, chissà se respirano ancora, chissà se hanno sofferto come soffri tu, chissà come sarebbe stato se.

Quando ti succedono i terremoti dentro arriva il tempo e prima si ferma con te e ti guarda a lungo, poi ti strattona e ti dice andiamo, sei piena di cenere e terra nei capelli, lava via tutto, vestiti con vestiti nuovi, mangia, bevi, dormi.

E passi del tempo con il tempo e ogni volta lo disprezzi e ogni volta ti sorprende, ti aiuta, ti salva.

Guardi le macerie e inizi a immaginare un nuovo inizio e qui potresti costruire un castello e lì un ponte o una strada che non hai mai avuto il coraggio di prendere. I resti ammaccati e rotti possono essere la base di nuove meraviglie, possono essere l’inizio di un mondo nuovo dentro.

Quando ti succedono i terremoti dentro e hai smesso di avere paura e hai accettato il fato e hai parlato con il tempo e hai fatto l’inventario di quello che si è salvato e hai fatto il funerale a quello che se n’è andato e hai capito di essere viva, inizi a ricostruire.

Costruisci tutto più bello, tutto più solido. Con il prossimo terremoto non crollerà e se dovesse crollare ti scanserai in tempo e riderai perché conosci già la fine e il nuovo inizio, perché il tempo ti ha insegnato che puoi sempre salvare qualcosa, quello che non crolla mai e quello che vuole essere salvato.

Quando ti succedono i terremoti dentro, poi ti ricostruisci e impari a camminare al centro della strada, a tenerti lontana dalle pareti, a scegliere compagni di viaggio pronti a correre con te per non sparire.

Potrà succedere un giorno di camminare e ritrovarti, all’improvviso, nel vecchio mondo, quello crollato, e rivedere persone che erano state sepolte dalle macerie, cose che sembravano sparite. Potrà succedere di camminare nel passato e immaginare che la terra dentro non abbia mai tremato. Potrà succedere di ripensare a ieri e credere che quello che non hai avuto sarebbe stato migliore. Potrà succedere, ma è solo una truffa da palazzinari.

Il meglio non l’hai perso.
Il meglio deve ancora venire.

Il tutto migliore

Ho ripensato a tutto.

A tutti i particolari, a tutti i momenti, a tutte le cose dette e non dette.

Ho immaginato inizi diversi, reazioni giuste, parole perfette, silenzi allegri, decisioni corrette, ritorni improvvisi, colpi di scena. Ho anche già immaginato un futuro ideale, un finale felice, con tutti noi al posto giusto, con la musica giusta, i tempi giusti, gli spazi giusti.

Ho ripensato a tutto, l’ho trasformato, l’ho reso migliore.

Nel tutto che ho ripensato e immaginato ogni cosa ha una soluzione.

Mi fa bene pensarlo così, il tutto che non è stato e non sarà.

Però, finché funzioni e mi consoli il pensiero quando torneranno i tempi bui, dovremmo lasciarlo lì, non toccarlo più, non parlarne più, non vederci, non cercarci, non sentirci, non piangere, non scriverci, non leggerci, non pensarci.

Facciamo che ci inventiamo questo tutto perfetto e lo pensiamo così e lo conserviamo dentro e poi continuiamo a vivere, distanti. Facciamo che, per una volta, invece di essere razionali, siamo matti e ci teniamo dentro la versione migliore di quello che sarebbe potuto essere. Facciamo che l’immaginazione ci aiuta a non perderci anche se non ci rivedremo mai, mai, mai più. Facciamo che la testa aggiusta quello che il cuore distrugge. Facciamo che non ci frega più niente del vero e del falso, ma solo dello stare bene.

La verità, quella vera, la sapremo solo noi, ma non la diremo a nessuno, nemmeno a noi stessi e poi ce ne dimenticheremo e alla fine sarà solo un ricordo confuso e non farà più male, come quei sogni violenti che sembra ci rimangano attaccati per sempre e poi, quando apriamo gli occhi, sono già spariti insieme alla notte.

Ecce Homo

Di tutta questa storia, che ho ascoltato e letto tante volte, per scelta o mio malgrado, mi ha colpito soprattutto la faccenda dell’amicizia tradita.

C’era quest’uomo carismatico, trascinatore, ammirato, amato. Aveva un gruppo di amici fidati, giovani, forti, che avevano il sogno folle che abbiamo tutti noi giovani, quello di salvare il mondo.

Le cose non sono andate molto bene. Trascinare le folle provando a opporsi al potere non è mai una buona idea. L’uomo carismatico ha iniziato a farsi dei nemici e i nemici hanno corrotto uno dei suoi amici che l’ha tradito.

Lui lo sapeva che sarebbe stato tradito, sapeva anche da chi, ma amava i suoi amici e forse fino alla fine aveva creduto che potessero essere migliori di quello che il destino aveva deciso per loro. Quindi, non era scappato, non si era nascosto. Era rimasto lì a cenare, a bere vino con loro. Però glielo aveva fatto sapere, aveva detto lo so che uno di voi mi tradirà, io lo so, l’ho capito, ma questa è la vita per cui sono nato e non fa niente, non fa niente se un amico, con il quale ho viaggiato, dormito, riso, pianto, mi pugnalerà alle spalle.
Non mi pento di avergli voluto bene.

C’era quest’altro amico, che io ho sempre pensato fosse il suo migliore amico, che era lì a cena e diceva io non ti tradirò mai. E ci credeva, lui non l’avrebbe mai fatto, lui amava quell’uomo carismatico, non avrebbe mai tradito la sua fiducia. E l’uomo carismatico che era condannato a capire e sapere tutte le cose, ha dovuto dirglielo, gli ha detto guarda che anche tu mi tradirai, farai finta di non conoscermi, e non una, tre volte, vedrai, ma non importa, amico, beviamo, mangiamo, stiamo insieme.

E poi è finito tutto male. Hanno arrestato l’uomo, gli hanno fatto un processo, lo hanno condannato a morte.

Il suo amico, il migliore amico, era lì ad aspettare che decidessero che fine far fare all’uomo carismatico che tanto amava. E stava lì, disperato, impotente, distrutto. La gente lo riconosceva, gli diceva ma tu sei quel suo amico, tu eri con lui. Lui era spaventato, terrorizzato, aveva paura di finire in croce, non era mica pronto a morire, non era pronto a salvare da solo il mondo. Allora ha negato, non lo conosco!; una, due, tre volte.

E qui c’è un solo libro di quelli che ti fanno leggere su questa storia che la termina in questo modo. C’è questo libro di Luca che dice che alla terza volta, la terza volta che il suo migliore amico ha negato di conoscerlo, l’uomo carismatico si è voltato, ha cercato il suo volto e l’ha guardato.

Io mi sono sempre immaginata questo momento della vita dell’uomo carismatico come il più triste, il più umano. Lui sapeva come sarebbero andate le cose, ma avrà sperato fino alla fine che potessero cambiare.
In quello sguardo, in quegli occhi feriti che incontrano gli occhi di un amico che gli aveva promesso che non l’avrebbe tradito mai, che gli aveva detto io sarò sempre il tuo migliore amico, io ci sarò sempre per te, in quello sguardo ferito e rassegnato io ci ho sempre letto l’enorme fatica di essere uomini.

E non lo so se, come dicono, quell’uomo carismatico fosse davvero figlio di un dio.
Io so che anche per lui amare ed essere amato non è stato facile.
Come per noi, che promettiamo, ci impegniamo, sbagliamo, tradiamo, ci guardiamo negli occhi, piangiamo e, qualche volta, siamo così divini da perdonare e perdonarci.

“E il Signore, voltatosi, guardò Pietro; e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detta: «Oggi, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, andato fuori, pianse amaramente.” (Luca 22, 61-62)

L’amica dagli occhi chiari

Quella volta che volevo capire e sbattevo la testa contro il muro e cercavo le risposte ai perché più atroci e inutili, tu mi ha detto le parole a cui più penso e con le quali provo a farmi una ragione.

Mi hai detto che i sentimenti sono cose mie, tue, sue, non sono cose nostre, cose condivise. I sentimenti ci capitano, non li scegliamo e abbiamo questa stupida idea che ci sia un’equità sentimentale secondo la quale se io ti amo così, tu devi amarmi proprio così, uguale.

Quindi siamo questi animali stupidi e ci nascono cose dentro, senza che possiamo farci nulla.

Se io provo sentimenti  e li provi anche tu, allora c’è una relazione e quella, sì, è di tutti e due.

Se io provo sentimenti e tu no, io sono un’infelice e tu un carnefice senza colpa.

Ci sono le relazioni e dentro ognuno ci mette la sua quantità di sentimenti, finché dura. E questo fa di noi esseri umani.

Mi hai detto queste parole, amica, mentre cercavo di mettere ordine nella testa, tra le persone, tra quelli a cui volevo bene e quelli a cui no e facevamo questa cernita e dicevamo questo non posso proprio tenerlo dentro, questo lo tengo ancora un po’, questo non avrei mai dovuto farlo entrare.

E io ti ho chiesto “ma non pensi che sia troppo, troppo difficile?” e tu mi hai risposto “ma ti sembra che per noi due sia mai stato facile? Però, se finiamo presto, facciamo ancora in tempo ad andare a bere qualcosa insieme”.

Tra le pagine

Ho ripreso in mano un libro che non sfogliavo da tempo per trovarci dentro una risposta.

Cercavo di capire se un personaggio sfocato della mia recente vita non fosse solo l’ombra di un personaggio che avevo amato in un romanzo dimenticato sullo scaffale.

Tra le pagine ho trovato un foglio color salmone, con un messaggio che mi avevi lasciato tu.

Ho ritrovato, dopo tredici anni, il tuo messaggio che parlava delle tue scarpe rosse e di uno dei tuoi viaggi, in un libro che non avevo più aperto, ma al quale avevo pensato spesso.

L’ho trovato stamattina, dopo che ieri, rompendo un silenzio durato un decennio, tu sei venuta da me a cercare un sorriso, tra le pagine di un social network che non ha il colore, l’odore e il rumore di tutta la carta che abbiamo consumato.

Non lo so se sono solo coincidenze, non lo so se il destino ha deciso che per ogni persona che si allontana ce n’è sempre una che ritorna da un lungo lunghissimo viaggio.

So solo che il tempo è la distanza più crudele.

E che quando tu, troppi anni fa, in quella Napoli che non era già più nostra, mi ha chiesto se sarebbe stato per sempre non ho avuto il coraggio di mentirti, come farei ora, per non lasciarti andare via.

Saperci leggere

Mi innamoro spesso dei libri.

Li sfoglio e ci leggo la mia vita, proprio uguale, e mi ritrovo a Praga, in Cile, a Mosca, in una stanza chiusa, in un ristorante di Roma, in un ufficio di Tokyo, nel tribunale di Napoli, in una milonga di Buenos Aires, in una casa in affitto, in un hammam, in alto mare.

Sono sempre io, che dico parole mie, che penso pensieri miei detti da altri, che vivo la vita mia vissuta da altri, che piango, che rido, che mangio, che scopo, che muoio.

Mi piace far leggere i libri che adoro alle persone che amo.

Non li presto mai, li ricompro nuovi e glieli regalo. Alcuni li rileggo prima di regalarli, perché mi dico fammi controllare se dentro ci leggeranno proprio me, fammi verificare di essere ancora tra le pagine.

Ad alcuni non piacciono. Troppo difficili o troppo poco difficili.

E io mi chiedo a lungo come puoi non aver capito? Come puoi non averci letto quello che ci ho letto io?

Quando le persone che amo non amano i libri che amo mi sento ferita, tradita.

Però insisto e regalo libri ad altre persone e, a volte, quelle più inaspettate mi dicono grazie, grazie per aver condiviso con me questa storia, grazie per avermi fatto entrare dentro queste parole, perché sono belle, perché fanno male, perché fanno bene.

Allora sono contenta e mi dico che è bello amare persone che sanno leggere come me.

A volte penso che anche noi siamo come i libri: non tutti riescono a capirci, non tutti riescono ad amarci.

Come quella volta che tu, che sei arrivata e poi sparita, mi hai detto che sono troppo difficile da amare.

Però insisto e mi regalo ad altre persone.

Perché nessuno è un libro sbagliato se trova qualcuno che lo sa leggere.

 

La buona fede

Quell’estate lì, quando ero bambina, i criceti avevano fatto i cuccioli, che erano dei piccoli fagottini di carne rossa, un po’ disgustosi. Ed erano tanti e riempivano tutta la gabbia.

Il gatto infilava la zampetta tra le sbarre della gabbia e provava a rubarli e una volta c’è riuscito e abbiamo trovato la testa del criceto sgranocchiato nella scodella della pappa e abbiamo pianto come se non ci fosse fine alle lacrime.

Allora ho pensato che dovevo difendere i criceti, dovevo proteggerli, metterli al sicuro dal gatto e dai pericoli. Li ho messi in veranda, ho chiuso a chiave la porta, sono tornata a giocare e a vivere la vita.

Poi il pomeriggio è passato, un pomeriggio di un caldo devastante, un caldo napoletano afoso e grasso, e alla sera sono andata in veranda a dare da mangiare ai criceti sopravvissuti al gatto.

E la temperatura della veranda era salita troppo, era diventata incandescente, e forse era mancata l’aria, forse era finita l’acqua, forse il sole batteva troppo sulla gabbia, forse avrei dovuto lasciare almeno una finestra aperta, anche se mia madre diceva sempre chiudi, perché entrano i ladri, perché a Napoli è normale che i ladri entrino in casa e quindi le finestre, quando si andava via, erano sempre tutte sprangate.

I criceti era tutti morti. Quasi tutti. Solo un paio si erano salvati e ansimavano.

Li avevo uccisi io, per difenderli. Li avevo soffocati per proteggerli.

Ero stata una bambina peggiore di un gatto.

Mi sono sentita in colpa per decenni, anche se molti mi hanno detto che non avevo colpa, che non potevo sapere, che volevo fare la cosa giusta.

E a volte mi consolo anch’io, pensando che è la cosa giusta, credendo sia la cosa migliore, sbagliando ogni volta per proteggerti, chiudendoti in gabbia in veranda, per difenderti dai pericoli e per tenerti sempre con me.

Con quell’orrendo alibi che chiamano buona fede.

Non possiamo essere amici

Non possiamo essere amici perché per te è più importante apparire che essere.
Non possiamo essere amici perché per te il denaro viene prima degli affetti.
Non possiamo essere amici perché credi che tutti abbiano un prezzo.
Non possiamo essere amici perché preferisci la televisione ai libri.
Non possiamo essere amici perché pensi che non tutti gli uomini siano uguali.
Non possiamo essere amici perché non ti indigni per le ingiustizie e i sopprusi.
Non possiamo essere amici perché ritieni l’uomo migliore della donna.
Non possiamo essere amici perché ostenti la tua ricchezza.
Non possiamo essere amici perché non entri in un museo da anni.
Non possiamo essere amici perché preferisci la cocacola al chinotto.
Non possiamo essere amici perché credi che i furbi vincano sempre.
Non possiamo essere amici perché pensi che sia giusto evadere le tasse.
Non possiamo essere amici perché curi il tuo aspetto più della tua anima.

Non possiamo essere amici.

Però possiamo fare sesso.

Chiamami.