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Figlio mio amatissimo

Il segreto, figlio mio, sta tutto nel saper contare. E io sono sempre stata brava a contare, le biglie di vetro, i vestiti delle Barbie, gli amici invitati alle feste di compleanno, i giorni che mancavano alle vacanze di Natale, i voti a scuola, i minuti di ritardo dei treni, le calorie, le pagine dei libri che avevo già letto e quelle che avevo già scritto, i secondi che riuscivo a stare in apnea sotto l’acqua del mare, i passi per raggiungere la casa di chi ho amato, gli esami che mancavano alla laurea, i giorni di ferie accumulati, le serie di addominali, i risparmi per partire in quei viaggi senza biglietto di ritorno, le lettere di carta ricevute dalle amiche, le paia di scarpe che non entravano più nella scarpiera, i bicchieri di vino per riuscire a restare ancora in piedi.
Ho contato tanto nella vita, da quando i numeri hanno iniziato ad avere valore, e quando i giorni di ritardo sono diventati sei, sette, otto, ho iniziato a contare per te.

Ho contato le settimane, i giorni, i mesi, i chili presi, le gocce di vitamine, le ecografie e le vasche in piscina che facevo sempre più lentamente. Ho contato i battiti, i singhiozzi, i tuoi calci, le volte che rispondevi alle fusa dei gatti appoggiati sulla pancia e quelle altre che sembravi addormentato da così tanto tempo.
Ho contato le contrazioni, le prime leggere, impercettibili, con il sudore freddo sulla schiena e la paura e l’entusiasmo, ho contato i minuti, mentre gridavo china sul lettino della sala parto, e le ore, le spinte, infinite, i respiri, le grida, le lacrime.
Ho contato le dita delle tue mani e dei tuoi piedi fino a farmi venire mal di testa, il numero delle lunghissime poppate, il tuo peso che cresceva un grammo alla volta, i centimetri delle tue gambine magre, i body avuti in regalo, i giorni delle visite mediche, i minuti per sterilizzare i tuoi oggetti, quelli per tirarmi il latte, quelli di sonno che mi concedevi prima di tornare violentemente a vivere sveglio, sveglissimo.
Ho contato i tuoi sorrisi perfetti, fino a perderne il conto e a perdermici dentro, le carezze leggere che mi hai dato per sbaglio, sgranando gli occhi sorpreso, gli oggetti che piano piano hai afferrato, le volte che ti sei toccato da solo i piedini, i ciucci che hai voluto e quelli di cui non vuoi sapere niente.
Mi sono messa a contare ogni momento della tua vita, perché i numeri mi aiutano a stare ancorata alla terra, perché mi ricordano che c’è più vita di quanta non ce ne sia mai stata, che non c’è tempo per le delusioni, per perdersi nei progetti andati a male, nelle cose perdute. I numeri mi aiutano a farti essere, e tu sei qualcosa che non riuscivo a immaginare, potente, fragile, spaventosa e bellissima. Tu sei milioni di cellule perfette messe insieme, cromosomi che mi somigliano, sei il primo e l’ultimo pensiero, sei lo zero e l’infinito. Tu sei l’innamorato che non si può dimenticare mai.

Il segreto, figlio mio amatissimo, è tutto nel saper contare.
E tu potrai contare tutta la vita, tutta, su di me.

Questa primavera voglio innamorarmi dell’uomo sbagliato

Un mese fa ho partecipato come autore a una campagna di native advertising per il brand Yamamay, su VanityFair. Avevo un ruolo a metà tra Don Draper e Barbara Alberti ed è stato uno dei lavori più stimolanti fatti negli ultimi tempi. Oltre alle interviste per la parte video, ho scritto tre pezzi, sul tema primavera, femminilità e percezione del corpo.
 Vi riporto il primo, che amo molto, perché è un vero e proprio manifesto sul mio essere donna (imperfetta).
 Lo dedico a tutte quelle come me. Buona lettura.

Ho iniziato il conto alla rovescia in attesa della primavera.
Dicono che sia la stagione delle donne, perché il sole mette in circolo le endorfine e ci rende più luminose, più allegre, piene di energia e di voglia di fare, pronte, prontissime all’innamoramento. È la nostra stagione perché sbocciano i fiori (e non solo quelli di mimosa), perché i capelli crescono più velocemente, perché la pelle è più liscia e la pancia più piatta (sia benedetta la scarsa ritenzione idrica!), perché puoi lasciare a casa i cappotti e le sciarpe, mostrare il decolté, indossare i sandali, girare in biciletta. Quando arriverà la stagione più bella, quella che lascia alle spalle il gelo e il grigio dell’inverno, con le giornate che si allungano e la luce del sole più brillante, con gli alberi fioriti, le fragole, i vestiti più leggeri e gli aperitivi all’aperto, voglio che nessuno mi dica che tipo di donna devo essere.

Non accetterò consigli su cosa è giusto e cosa, invece, non si dovrebbe fare, non voglio regole da seguire per conquistare, tecniche per far capitolare, stratagemmi per abbindolare. Non ditemi che devo perdere tre chili, che dovrei fare la frangia, che il pizzo non mi dona, che non ho più l’età per portare il rosa.

Non voglio cambiare il mio corpo, voglio assecondarlo.
Questa primavera voglio essere me stessa.

Non fatemi sapere che gli uomini vogliono le donne dolci o che le vogliono aggressive, che devo parlare di più o devo stare zitta, che devo sorridere oppure fare l’imbronciata. Non mi lascerò condizionare da chi pretende che sia meno di quello che sono o chi mi chiede di diventare molto di più, da chi vuole nascondere il mio corpo o da chi vorrebbe esporlo come un vessillo. Sono stanca di essere una bandiera, io voglio solo essere una donna. Una donna che prende decisioni giuste o quelle sbagliate, con l’inviolabile diritto di decidere di testa sua. Voglio che il mio corpo diventi la primavera, che sbocci, che sia luminoso, e che a volte, come capita anche nei mesi belli, sia una nuvola nera, piena di tempesta.

Questa primavera voglio mostrarmi. Indosserò abiti corti, sottovesti leggere, minigonne. Metterò camicie di seta e cotone candido e ricamato. E non mi interessa se non sono formosa, se non sono slanciata, se ho qualche rotolino, se non ho più l’età. Voglio le braccia nude e le gambe libere di portarmi dove desiderano, di correre, di accavallarsi per sedurre.

Questa primavera voglio giocare con i capelli, arrotolarli sulle dita, tenerli davanti agli occhi o raccoglierli. Voglio sentirli scendere sulle spalle, fermarli dietro un orecchio, lasciarli crescere fino a metà schiena o tagliarli. Voglio smetterla di preoccuparmi della piega perfetta e trovarmi bellissima anche appena sveglia, tutta scarmigliata come dopo aver fatto l’amore.
Questa primavera voglio dare il bacio più romantico di sempre.
Cercherò la luce giusta, la perfetta colonna sonora, lascerò che mi infili la mano tra i capelli sulla nuca e che annusi il mio profumo, prima di raggiungere le labbra. Lo darò a occhi chiusi o aperti, non importa, e solo se ne avrò voglia. E anche se non trasformerà il mio ranocchio nel Principe Azzurro, sarà comunque un momento da ricordare per sempre.

Questa primavera voglio guardare il mio uomo come se fosse il più grande amore della mia vita, anche se ci diremo addio con l’inizio dell’estate.
Questa primavera smetterò di credere al vissero felici e contenti e inizierò a credere al vissero ogni minuto intensamente.
Questa primavera non voglio cercare l’uomo giusto, voglio cercare l’emozione giusta.
Questa primavera voglio essere me stessa. Anche se sono imperfetta, anche se faccio degli errori. Perché, nonostante tutto, io lo so che sono la donna migliore che posso essere.

[Gli altri due pezzi li trovate qui: Felicità: tutti i segreti per sorridere in primavera e Primavera: è arrivato il momento di conquistare il tuo lui (e il mondo)]

L’amore è meglio un po’ bugiardo

Sono sempre stata una di quelle sincere, di quelle che in una relazione l’onestà è tutto, dirsi le cose, chiamare ogni problema con il suo nome, condividere ogni dubbio, ogni emozione, anche il tormento. Sono sempre stata convinta che è meglio confessare un tradimento che mentire, sempre meglio sapere che ignorare, più giusto discutere che evitare lo scontro.

Sincerità era il mio mantra.
Trasparenza, verità, franchezza, schiettezza.
Perché dire, parlare, usare tutte le parole ti rende sempre una persona migliore.

Un paio di settimane fa ho visto Gone Girl (no, non l’avevo visto al cinema. No, non ho letto il libro. Sì, lo se che ne avevate parlato tutti benissimo. Ho i miei tempi). Il film racconta la storia di una giovane coppia, Nick/Affleck e Amy/Pike, la cui perfezione da cartolina viene spazzata via in un soffio il giorno del loro quinto anniversario, quando la giovane moglie – puff – scompare nel nulla, lasciando il povero manzoAffleck solo nel dubbio. Nessuno sa che fine abbia fatto la biondina e tutti cominciano a indagare, tirando fuori eserciti di scheletri dagli armadi (è solo un modo di dire. È un thriller, non un horror).
Non spoilererò perché non sono una brutta persona, ma la storia è una interessantissima matrioska di mezze bugie e terzi di verità, sospetti sorti all’improvviso, dubbi che non dovresti mai porti sulla persona che ami, ripensamenti. Ho sempre vissuto nella menzogna? O quello che era vero mi sembra falso adesso che le cose vanno male?

Il film è bello, e va be’, ma non è questo il punto. La questione è: possiamo mai dire di conoscere davvero le persone che amiamo? O meglio, possiamo conoscerle meglio di noi stessi, ma chi ci assicura che essere dei libri aperti ci protegga dalle delusioni? Come facciamo a essere sicuri di non cambiare mai o che l’altro non cambi? Si può pensare davvero di vivere senza nascondere segreti?

Mi sono resa conto di essere cresciuta. Anche nelle relazioni. Di aver iniziato a pretendere meno dagli altri e più da me stessa. Di aver capito che la verità è pericolosa come un’arma, che devi imparare a maneggiarla bene, che a volte, più spesso di quanto avrei immaginato, la sensibilità è più importante della sincerità.

Forse una bugia può essere utile, se è detta per non ferirmi.

Ho capito questo.

E spero lo capisca anche tu, la prossima volta che ti chiederò “mi trovi ingrassata?”.

Io sono Carrie

Sarah Jessica Parker oggi compie 50 anni.
Per quelli di voi che fossero vissuti sulla Luna negli ultimi venti anni, come uno zaino abbandonato della Cristoforetti, Sarah è stata il volto televisivo e cinematografico di Carrie Bradshaw, eroina della celeberrima serie cult Sex and the City.
Come molte ragazze della mia generazione, universitarie alla fine degli anni ’90, a malapena sopravvissute a Non è la Rai e più che determinate a far valere il nostro cervello sulle nostre chiappe, per un lungo periodo non sono stata interessata al mondo di Cosmopolitan, tacchi a spillo e uomini sbagliati che Carrie e le sue amiche raccontavano.
Maffigurati se le femmine vere possono trascorrere così tanto tempo a riempirsi di alcol, spendere interi stipendi in scarpe, cercare di far carriera in mondi (patinati) maschili e parlare di relazioni sentimentali disastrose!
Poi è successo l’inevitabile: ho scavallato i trenta e mi sono avvicinata all’età delle protagoniste, sono tornata single, ho iniziato a comprare scarpe, mi sono trasferita in una città più grande, ho iniziato a bere per passione, ho conosciuto coetanee, nuove inseparabili amiche, con il pallino della carriera, poco propense alla famiglia tradizionale, invischiate in relazioni passionali, quanto fallimentari, sarcastiche e sagaci, e ho cominciato a scrivere per mestiere, anzi, ho iniziato a scrivere chick lit (che, per la mia amica Elena che non ne ricorda mai il significato, è quel genere letterario quasi esclusivamente per ragazze che parte dal Diario di Bridget Jones e naufraga in Via Chanel n.5).
Cinque o sei anni fa, mia sorella mi ha regalato il cofanetto con tutte le stagioni della serie e finalmente ho capito.
Ho capito che non era una storia di essere fighe a Manhattan, ma una metafora sull’essere donne, un manuale di sopravvivenza per fanatiche del principe azzurro (possibilmente meno bolso di Mr Big), un sussidiario sull’amicizia e – tema quanto mai caro alla sottoscritta nell’ultimo periodo – un’esortazione a provarci sempre, perché #NonèMaiTroppoTardi.
Ho iniziato a volere bene a Sarah, e ho continuato a volergliene anche quando ho scoperto che era stata per sette lunghi anni la giovane fidanzata del giovane Robert Downey Jr. Perché lei ha impersonato quel tipo di donna che, nel bene o nel male, abbiamo ritrovato in gran parte dei personaggi femminili delle storie recenti, diventando prototipo, modello, stereotipo o caricatura

Sono stata per tantissimo tempo la ragazza arrabbiata, coi capelli corti tagliati in casa con le forbici, con il maglione grunge, con la laurea in lingue orientali, con il pallino dell’antropologia. Adesso sono una donna che cura il proprio aspetto, con la tessera annuale in palestra, con un armadio pieno, con un sacco di parole in testa, con un bicchiere di rosso in mano, con l’abbonamento a Internazionale, ma anche a Vogue, con un libro sull’IS accanto a un romanzo d’amore sul comodino.
E sebbene non avrò mai più la pancia piatta se continuo a bere vino e non vivrò (forse) mai nel West Village e non comprerò mai un paio di Manolo Blahnik (mooolto meglio il nostro Sergio Rossi) credo di essere diventata un po’ Carrie.
Una Carrie che la domenica frigge le melanzane, certo.
Vuoi mettere quante altre parmigiane cucinerò fino al mio 50simo compleanno?

La casetta di Carrie nel West Village, abitata da un simpatico signore che odia gli intrusi.
La casetta di Carrie Bradshaw, che ho fotografato da vera fan nel West Village, abitata da un simpatico signore che odia gli intrusi.

 

Prima di sparire

Sto scrivendo molto poco in questo periodo.
Non aggiorno il blog, non aggiungo pagine ai capitoli dei nuovi romanzi, non mando email agli amici.
Pur avendo tantissime idee, tantissimi progetti più o meno interessanti che mi si affollano nella testa, riesco a prendere solo qualche sintetico appunto su qualcuno dei miei confusi quaderni.

In questo periodo ho bisogno di nutrimento. Non quello di cui mi abbuffo quotidianamente, per poi lamentarmi con chiunque dei miei chili di troppo (ehi, a voi l’ho detto che sono a +5?), ma quello che serve a creare, inventare, ricostruire mondi nuovi.
Ho bisogno di alimentare quella macchinetta imperfetta che è il mio cervello e il carburante migliore sono le storie degli altri.

Mi sono concessa qualche settimana per rimpinzarmi di libri e film e telefilm e mostre e giornali e conferenze. Un tempo di apparente improduttività (avete notato che tutto ciò che non è fatturabile non è considerato né utile né benefico? Che reputiamo deprecabile tutto ciò che non produce un immediato guadagno, dimenticandoci che tutto ciò che c’è di sublime al mondo non è monetizzabile?) che scopro essere salvifico.
I libri mi hanno sempre salvato la vita. Non quelli pubblicati da me, che sono stati un gioco senza alcuna pianificazione, ma quelli in cui sono inciampata senza volerlo o quelli che sono andata a scegliermi con determinazione.
Sono giorni intensi, in cui fatico anche a rispondere al telefono, perché sono così occupata a scivolare tra una pagina e l’altra che ho paura di perdere il ritmo.
Ho sognato tutta la vita di potermi permettere qualche mese passato così, mesi in cui non avere l’ansia dell’affitto, delle bollette, del futuro, delle scadenze. Adesso che sta succedendo, ogni giorno mi sveglio con il terrore di non meritarlo, di non riuscire a farlo fruttare, di non essere mai in grado di prendere tutto quello che mi sta entrando dentro e trasformarlo in qualcosa di buono.

Ho sempre paura che le cose belle finiscano senza lasciare nulla. Però non accade quasi mai. Come quando te ne sei andato tu e pensavo che il mondo si sarebbe fermato e non ci sarebbero stati più i rumori e invece c’era ancora il battito costante del cuore che mi avevi riparato per bene, prima di sparire.

Io per te sono diventata invincibile

Quello che non ti spiegano mai dei sentimenti è che, nel momento in cui metti il tuo cuore su ON, non sarai solo felice per i momenti passati insieme alla persona amata, per le risate, i viaggi, i sapori, gli odori, le canzoni condivise, l’allegria, i tum tum al centro del petto, le gambe molli. Non sarai solo entusiasta degli alti, ma anche angosciato per i bassi. E, bada bene, non i bassi tuoi, o vostri, i momenti altalenanti della relazione, i bui, i malintesi. No, anche quelli, ma non solo. Non solo il nero di entrambi, ma soprattutto il suo.

Quando ami, soffri per i suoi fallimenti, per i suoi disagi, per le sue difficoltà. Ogni volta che l’altro fa fatica a comprendere il mondo, si trova di fronte un muro troppo alto, viene umiliato, subisce un’ingiustizia, ha sfortuna, ogni volta che l’universo si accanisce contro di lui, tu ti sentirai a pezzi. Una chiavica, un essere inutile.

Quando ami, puoi tollerare la tua infelicità, ma non quella delle persone a cui vuoi bene, fratelli, amanti, mariti, fidanzate, madri, compagni, amici, figli.

E ti verrebbe quasi voglia di chiudere tutte le persone importanti in un unica stanza e buttare via i loro iPhone e cancellare le persone brutte e i ricordi brutti e le sensazioni brutte e sgradevoli.

Quando ami devi essere forte. Più forte.

Non avere mai più paura.

Io per te sono diventata invincibile.

A noi donne piace il rosso #2

Un attimo prima di andare in stampa, con le rotative già calde, abbiamo deciso di cambiare la copertina.
Quella che vedete in basso sarà la cover che troverete giovedì 20 novembre in libreria.

Non è bellissima? Non vi fa venire voglia di stappare subito una bottiglia di quello buono?

Il 24 novembre, alle ore 19, presenterò A noi donne piace il rosso all’Open, in viale Montenero (Milano).
Sarebbe bello vedervi tutti lì, per fare due chiacchiere e bere insieme.

E se non state più nella pelle a buccia d’arancia, qui trovate un breve estratto del libro.

Buona lettura!

P.s. hai una libreria o un’enoteca e ti piacerebbe ospitare una presentazione del mio libro?
Non te ne pentirai!
Sono divertente, paziente e reggo bene l’alcol.

Contattami ai riferimenti che trovi qui, oppure scrivimi su Facebook.

Grazie.

A noi donne piace il rosso

A noi donne piace il rosso

Non sono sparita.

E non sono nemmeno rimasta a prendere il sole in qualche spiaggia tropicale, con gli occhiali scuri, il pareo a fiori e un cocchètel all’ananas in mano.

Ho passato tutto il mese di agosto a scrivere e, se tutto va bene, ma proprio SE TUTTO VA BENE, a novembre uscirà il mio nuovo romanzo.

A noi donne piace il rosso

A noi donne piace il rosso è la storia di una ragazza italoamericana che si ritrova – pensa te che botta di – a ereditare le vigne di suo nonno in Valpolicella.

Un libro che parla di donne, di grandissimi vini, di terra, di amicizia e, ovviamente di amore.
Una specie di Via col Vento de noantri, che vi darà alla testa come un bel calice di Amarone.

Sempre che riesca a consegnarlo in tempo.

Solo per farvi sapere che respiro ancora.

A presto.

P.S. No, non c’è Chanel nel libro.

P.P.S. No, non scrivo il terzo su Coco.

Milano è stata nostra

Invece di fuggire come tutti, siamo rimasti a difendere la città dall’esodo ferragostano.

Il cielo è limpido e azzurro, che non sembra nemmeno Milano, e soffia un vento fresco leggero, di quelli che ti carezzano dolcemente mentre ti godi la pennica del pomeriggio.

C’è il silenzio, nelle strade, nei parchi, nei pochi locali aperti. Quel silenzio gentile, interrotto da poche chiacchiere, da qualche ruota che solca la strada, dal rumore dei binari del tram.

La città fantasma ha pochi superstiti, che si ritrovano nei punti di ristoro ancora aperti, nei quartieri più popolari, dove le ferie sono un vezzo e non una necessità.
Siamo andati a mangiare in quel ristorante cinese buonissimo, di quelli che non fingono di essere di Tokyo e non ti cucinano riso bollito e salmone invitandoti a mangiare tutto il sushi che vuoi.

Siamo stati bene e poi abbiamo camminato tanto per trovare un bar aperto, dove bere un caffè.

E quando ti ho salutato, mi sono infilata in un supermercato per fare qualche provvista per i prossimi giorni, quelli da passare segregata in casa a scrivere un libro intero, senza distrazioni.

Un supermercato della stessa catena di quello in cui mi servo io, con gli stessi prodotti, con lo stesso odore, però diverso: la disposizione degli scaffali, la metratura, la grandezza, le facce dei commessi, la distanza dalle casse.

È stato come se avessero preso le cose che conosco, le avessero mescolate nel panaro della tombola e le avessero risputate fuori, un po’ a casaccio.

Spaesata. Ci ho messo un’eternità a comprare tonno e pomodori, tra le cose che conoscevo, disposte in un modo che non riconoscevo.

Come quando tua madre viene a trovarti, dopo tanto tempo, e ti sistema la cucina, senza che tu glielo chieda, e ordina tutto con la sua logica e quando ti serve un apribottiglie non lo trovi più e ti viene voglia di spaccare tutto.

La città vuota è uno spazio familiare in cui ti senti un po’ estraneo. I confini non sono delimitati dagli altri esseri umani, i marciapiedi sono sgombri da tavolini e biciclette e moto, nella metropolitana trovi sempre posto a sedere, le saracinesche chiuse ti ricordano che non hai bisogno di niente, la palestra è in ferie e vai a correre per le strade solitarie.

È stato bello conquistarla insieme a te, questa città che ci ha fatto innamorare e che ieri sembrava nostra.

Tra poche ore torneranno gli esuli e rioccuperanno il loro spazio e Milano smetterà di sorridere e tornerà a lavoro e noi continueremo a scrivere, fino al giorno della consegna, quando ci affacceremo per le strade affollate e sogneremo di fuggire via, lontano.

Piazzola di sosta

Circa tre anni fa, quando l’amore sembrava un inevitabile supplizio, e non c’erano più respiri, ma solo sospiri, e le attese non avevano mai fine e non c’erano ritorni, ma solo addii, qualcuno mi disse che un giorno avrei rimpianto la devastante sensazione di sofferenza amorosa. Perché certe emozioni ti riempiono fino all’orlo, ti avvolgono stretto, fino quasi a stritolarti, amplificano ogni tua percezione, ti fanno sentire disgraziatamente così vivo che quasi non riesci a sopportarlo.
In quei momenti sei solo amore, sei solo dolore. Non ci sono bollette da pagare, fatture da incassare, colleghi di lavoro fastidiosi, metropolitane in ritardo, offerte al supermercato, lavatrici da fare, parrucchieri da prenotare. Non c’è piccolezza, pragmatismo, quotidianità. Sei un eroe tragico. Sei puro spirito.

Era un periodo in cui scrivevo tanto. Mandavo segnali. Desideravo buttare fuori tutto il disagio che mi riempiva, tutto il nero, tutto. Era il momento in cui ti trasformi e, se ci riesci, di quel te che eri rimane solo l’ombra, che ti segue o ti precede per la strada.

L’estate è arrivata prima che perdessi quei due chili, prima che progettassi lunghe fughe al mare, prima che iniziassi tutti i progetti che avevo in mente, prima che riprendessi in mano il libro su cui stavo lavorando.

Il tempo è veloce e io sono lucida. C’è tanto lavoro, anche se non quello che avevo immaginato. Ci sono persone nuove, anche se non quelle che avevo cercato. Ci sono le parole da scrivere, anche se non hanno più l’urgenza di una volta.

A ripensarci adesso, mi dico che è stato bello sopravvivere. È stato bello e faticoso ricominciare ancora, e cambiare tutto, e arredare una casa nuova, e cambiare molte volte taglio di capelli, e dimagrire tanto e poi tornare a mangiare di gusto, e conoscere nuove persone, e viaggiare, e cambiare mille lavori, e innamorarmi ancora.

Chissà se la serenità è un traguardo o solo una piazzola di sosta.

 

Rimasugli di te

C’è stato un lungo periodo della mia vita in cui scrivevo soltanto quando stavo male. Diari, che portavo sempre con me, e lettere, tantissime lettere, di quelle di carta, che in questo momento mi mancano così tanto.
Mi è capitato, tempo fa, di ritrovare tutti i quaderni che avevo riempito con la mia brutta calligrafia disordinata, di risfogliarli e di non riuscire a rivivere le emozioni e i sentimenti che provavo allora. Non perché non sia ancora in grado di provare la più profonda tristezza, di vivere con una saudade continua o con il terrore che il meglio sia già perduto, ma perché, credo, di aver cambiato pelle così tante volte, da essere una persona completamente diversa.

Ogni trasformazione, anche la più drastica, ti lascia addosso un residuo della persona che eri. Qualcosa di cui non riesci a fare a meno, perché non sai nemmeno che è una tua particolarità. Puoi imparare a vestirti, camminare, parlare, mangiare, lavorare in mille maniere diverse. Puoi imparare ad amare e amarti in modi che non avevi mai immaginato. Puoi cambiare gusti, scoprire di gradire il caffè decaffeinato e di non essere più in grado di mangiare maionese, di trovare attraenti i ragazzi con i capelli lunghi e detestabili gli intellettuali. Puoi cambiare desideri, volere a tutti i costi una casetta in periferia, invece di un appartamento in centro, una vacanza in montagna, invece dell’estate a Ibiza, un figlio, invece della pancia piatta.

Ma non riuscirai mai a cancellare quel rimasuglio di te che compone la tua parte più segreta.

Uno dei miei rimasugli è il senso di colpa. Per tutto. Per quello che mi succede e per quello che non accade. Per i fatti del mondo e per quelli del mio orticello. Per le scelte che ho fatto e per quelle che non ho mai preso. Per gli errori, per i traguardi, ma non quelli giusti. Per l’irruenza, l’istintività e per l’accidia e la pigrizia.

E non mi è chiaro se penso sempre di non meritarmi le cose o se sono convinta di non aver fatto abbastanza per meritarmi di più.

Possono cambiare le circostanze, l’amore, il lavoro, i debiti, le città, gli anni, gli amici fidati, i desideri, le passioni, la taglia dei pantaloni, le idee politiche, la musica preferita, ma il rimorso e il rimpianto non mi abbandonano mai.

L’altro residuo dell’autentica me è il nomadismo, il desiderio di spostarmi spesso, il bisogno di iniziare in continuazione, perché gli inizi contengono promesse di felicità, speranze, passione. Appena una casa o un posto mi diventano familiari, ho voglia di ripartire. C’è così tanto mondo da vivere e così pochi anni in una vita!

Ultimamente ho conosciuto persone che non si sono mai spostate troppo dal loro quartiere. Non dal loro paese, dalla regione, dalla città… Dal quartiere.

Non riesco a capire cosa si prova a non desiderare di voler provare a vivere altrove. Però ho capito una cosa importante. Mentre un tempo pensavo di aver cambiato così tante città da non avere più una “casa”, adesso mi rendo conto che, al contrario, sono a casa mia in tantissimi posti. Tanti posti che non credevo sarebbero diventati così tanto parte di me.

A volte penso che vorrei scrivere di questo. Far vivere ai miei personaggi quello che ho provato. Usare un po’ di autobiografia tra le mie righe.
Vorrei tornare a scrivere come in quelle lunghe lettere che inviavo ogni volta che cambiavo città, che mandavo ai vecchi e nuovi amici, che rileggevo due o tre volte prima di spedire e non rivederle più, che mettevano in ordine i miei pensieri e poi sparivano. Quelle lettere che non potrò più sfogliare e che forse, proprio per questo, contenevano le parole più importanti, che non sono state scritte per un sollievo futuro, ma per il bisogno di raccontare e basta.

È bella la primavera, della finestra della mia camera. Quella finestra a cui da poco ho messo le tende, non per tenere il mondo fuori quando le chiudo, ma per scoprirlo ogni volta che le apro.

Fino a quando sbocceranno le viole

Non mi dispiace l’alternarsi delle stagioni. Primavera-estate-autunno-inverno.

Non riuscirei a tollerare una vita senza imprevisti meteorologici, senza l’attesa che le giornate si allunghino, nel terrore che si accorcino, togliendoti il sole che ti eri guadagnata, senza la fatica del cambio di stagione, che ti convince a spendere i soldi che non hai negli ultimi saldi.

Mio fratello vive da anni in Brasile, con la famiglia, a due passi dall’equatore. Sempre caldo, sempre sole, qualche pioggia tropicale, alba e tramonto sempre alla stessa ora. Sì, puoi andare a mare tutto l’anno e stare in infradito per 12 mesi e tenere l’aria condizionata accesa perennemente e cenare all’aperto ogni sera.
Sempre lo stesso.
Non fa mai freddo, non c’è la neve, non c’è la nebbia, non ci sono i maglioni di lana e i cappotti e i calzettoni e gli UGG e i guanti e le sciarpe e le stufe a fungo fuori dai locali per i fumatori.
Sempre lo stesso.
E chissà come fai ad accorgerti del tempo che passa, forse dalle vetrine dei negozi, dalle commesse in T-shirt e cappellini da Babbo Natale quando c’è da festeggiare.
Non lo so.
Se poi lavori, non ci vai in spiaggia tutti i giorni e anche se fosse, alla fine ti romperesti le scatole anche della sabbia, tutti i giorni.

Ci pensavo guardando fuori dalla finestra. Un sabato lento, di grigio milanese, una pioggia leggera, nemmeno un’ombra della neve che ci hanno promesso.
Mi consola sapere che l’inverno non dura per sempre e che domani, o forse dopodomani, o dopodopodomani, tornerà la primavera.
Perché la primavera torna sempre e io credo che ci sia qualcosa di magico, nel guadagnarsi un po’ di luce in più, nel togliere gli strati, nello scoprire il pallore, nel prepararsi alle prove costume che non superiamo quasi mai.
Non mi dispiace l’alternarsi delle stagioni, il caldo e freddo, e i periodi di mezzo, gli autunni romantici, il maggio tiepido in cui tutto sembra poter essere migliore.
Mi piace l’idea di conquistarci il bello, di non darlo per scontato.

Non è vero che sono giorni brutti brutti. C’è qualcosa di speciale anche in questo pigro inverno.
Tipo restare qui, e non uscire mai mai mai da questo piumone caldo fino a quando sbocceranno le viole.

Ce. La. Puoi. Fare.

Per la mia laurea, nel lontano 2002, avevo chiesto in regalo una Reflex. Una Canon EOS analogica, ché il futuribile era di là da venire, con un bell’obiettivo. Una discreta macchinetta, perché dopo anni di viaggi strampalati e di scatti rubacchiati con piccole compatte e metri e metri e metri di pellicola, avevo deciso che da grande avrei potuto fare la fotografa. Che ne sai? Tutti mi dicevano hai occhio, dovresti lavorarci su, poi te ne vai nei paesi arabi con la tua laurea che come ti è venuto in mente di prenderla e ci fai dei bei reportage.

La maneggiavo come se fosse di cristallo.

Un paio di settimane dopo me ne sono andata a Napoli. Ho fatto una sosta di pochi giorni a Roma. E mi sono fatta fregare la macchina. Subito. Un borseggio. Oh, succede. A Roma ti fottono anche se sei napoletano. Ma a me non avevano mai rubato nulla. Allora i sensi di colpa che hai quando ti succede qualcosa di brutto, potevo evitare? è stata colpa mia? potevo essere più scaltra? se avessi fatto? se avessi cambiato strada?

Ho letto questa cosa come un segno. Demotivante. Io sono la regina del pessimismo. Quando mi porgono un bicchiere, io non penso nemmeno se è mezzo vuoto o mezzo pieno, tanto sono sicura che contiene acqua non potabile. Mi farà male al pancino.

Mesi dopo, al mio compleanno, gli amici avevano fatto una colletta per ricomprarmi la reflex. Ma io avevo già abbandonato l’idea di fare la fotografa. Sono fatta così. Mi scoraggio. E lascio perdere.

Sono sempre stata brava, anche molto, molto brava, in tante cose, lo studio, il teatro, il coro, le lingue, la cucina, la matematica, il ragù, ma non credo di essere mai stata eccellente in niente. Se nasci con una voce incredibile, una bellezza incantevole, una presenza scenica sublime, un portentoso orecchio musicale, un quoziente intellettivo da genio, una mano da pittore, i piedi da atleta, lo capisci subito il tuo destino.
E anche se non sei il numero uno, prima o poi arriva il momento in cui scegli cosa fare. E ti impegni. E ci provi.
Non succede a tutti. Anzi, molte persone si lasciano vivere, ragionano per obiettivi minimi: lavoro, casa, famiglia, macchina, vacanza e vivono vite degnissime e soddisfatte, senza l’ansia di un progetto maggiore. Però quasi tutti coltivano sogni, che abbandonano per incapacità, pigrizia, maturità.

Io ho abbandonato molti sogni per paura, altri perché la realtà mi ha presa a schiaffi, altri perché mi stavano stretti e altri ancora me li sono proprio dimenticati.
Certe volte, in passato, mi sono circondata di persone entusiaste e brave. Forse erano i vent’anni. Forse mi avevano conosciuta con un’altra luce negli occhi, non lo so, ma quelle persone lì, alcune, mica tutte, anche se per brevi momenti, avevano creduto in me. E allora io mi ero sentita speciale. E quelle volte avevo pensato davvero che sarei diventata una grande attrice o una grande antropologa o una grande scrittrice o una grande donna.

Poi, certo, c’è stata la vita, i lutti, i debiti, la precarietà, le scelte sbagliate, i problemi in famiglia, le malattie, i traslochi, gli amori finiti. A un certo punto la ricerca di un sogno sembrava una perdita di tempo. Lavorare, guadagnare, sopravvivere. Ho cambiato così tante vite e case e città, che a un certo punto mi sono ritrovata così diversa che non mi riconoscevo nemmeno più.
E quando è diventato tutto un po’ più difficile, superati i 30, con contratti in scadenza, fatture non pagate e mutuaffitto, anche le persone intorno a me sono cambiate.
Così, negli ultimi anni, quando le cose andavano male, in moltissimi mi dicevano che dovevo accontentarmi. Accontentati, riduci le aspettative, lima i sogni. Mi spiegavano dove sbagliavo, così convinti di avercela fatta loro, solo perché, magari, erano riusciti a coprire la loro mediocrità con un accumulo di flebile ricchezza. Quando cresci, i sogni perdono valore se non ti rendono danaroso.

Allora l’Italia andava male, però per le persone negative intorno a me ero io, io, con la mia incapace indolenza, con la mia pigrizia, con la mia chissàcosa, chiticredevidiessere, a non funzionare. Quindi taglia, riduci, togli.

L’insicurezza è un virus letale. Se non lo curi subito, con una bella dose di faccia tosta, diventa cronico. E l’insicurezza ti fa circondare di brutte persone. Che sono tipo vampiri, che ti succhiano energie e forza, ma meno fichi dei vampiri, hanno la pancetta, la cellulite o la forfora. In sintesi, mi sono circondata di stronzi.

Mi hanno fatta sentire di nuovo borseggiata. Hai solo puntato troppo in alto. Solo quello.

E così ho rallentato. Rallentato. Rallentato. Poi mi sono fermata. Scrivere, viaggiare, stringere mani, fare colloqui, inviare progetti, fare brainstorming. Tutto fermo. Solo piccole cose, senza alzare gli occhi, come dicevano loro, riduci, ridimensiona, ti insegniamo noi come si fa. Un’ombra.

Epperò mi ha salvato l’imprevisto. Quello lì, l’uomo che non aspettavi ed entra nella tua vita e ti dice che tu sei di un altro pianeta e chi ti ha detto che non puoi volare ti ha mentito. Quell’uomo che ti insegna la filosofia di Stallone e ti dice ogni volta che cadi devi rialzarti, alzati, combatti anche per 14-15 round, perché non importa se stai prendendo a pugni un campione, tu ce la puoi fare. Anche se perdi, ce la fai. Lui, che quando tu gli dici non sono capace, non l’ho mai fatto, non ci riesco, lui non ti abbraccia e compatisce, ma ti dice fallo e basta, muoviti, sei invincibile.
Funziona. Non da un giorno all’altro. Ma funziona.
Ricostruire l’autostima, allontanare la negatività, riprendere i sogni che non è troppo tardi, ritrovare l’energia.
La procrastinazione, mi fotte, su quello devo lavorare, ma funziona.
A volte i sogni si realizzano solo se c’è qualcuno che ha davvero fiducia in te. Un po’ come Babbo Natale, che se ci credi, esiste. Un po’ come il Punto G.

Sia chiaro, non ho realizzato ancora nulla, però ho capito una cosa importante. Bisogna puntare in alto. Anche bluffando. In alto.

Ce. La. Puoi. Fare.

E vaffanculo le brutte persone!