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Come nasce una mamma

Fino a un paio di anni fa, non avevo mai immaginato che un giorno avrei avuto un figlio.
Non era nei miei progetti, un po’ perché ho sempre avuto l’indole da Erode, perennemente a disagio con gli esseri umani in miniatura, e molto perché ho cercato a lungo e a fatica la mia identità, me stessa, in innumerevoli viaggi, lavori, amori, e pagine scritte e lette.
Un paio di anni fa sono stata felice per la prima volta, la prima in tutta la mia (abbastanza) lunga esistenza; felice davvero, senza frustrazioni professionali, senza paura del tempo che passa, senza patimenti sentimentali, senza fisime sul mio aspetto fisico, senza il terrore di non riuscire ad arrivare a fine mese. E allora è arrivato, il desiderio, il bisogno di creare, finalmente, una storia in carne e ossa, un libro di cellule e DNA, una vita nuova.
La mia è stata una gravidanza serena e facile, nonostante l’età, perché essere una “mamma over” ha i suoi lati negativi, nei numerosi esami, nell’apprensione, negli stupidi volantini del Fertility day che ti ricordano che le ovaie hanno una scadenza, nei tempi di recupero più lenti e nel lavoro, che con l’età diventa più pieno di responsabilità e più facile da perdere.
Durante i mesi di attesa, non ho mai immaginato l’aspetto di mio figlio, non ci sono mai riuscita, ma mi sono sorpresa ad amare il mio corpo che cresceva, che si moltiplicava, che incubava.

Ero una donna incinta, ma sempre io, concentratissima sulla mia professione, sulla pianificazione dei mesi futuri, sui miei impegni, gli affetti, i gatti, la palestra, il parrucchiere, i miei libri e le serie tv, il tempo, scandito con una placidità ormonale da manuale.

Ho iniziato il travaglio all’alba e partorito Alessando alle 15:08, dopo un’espulsione lunga e dolorosa, perché il piccolo aveva una mano sul viso, in una di quelle pose buffe che ripete spesso e che lo fanno già sembrare un piccolissimo, minuscolo adulto.
Quando me l’hanno appoggiato sulla pancia, dopo l’ultima spinta e le grida che hanno sentito tutti, anche in reparto due piani più su, quando, dicevo, me l’hanno messo sulla pancia, sporco, fragile, violaceo, avvolto in un telo verde e anonimo, lui ha aperto appena gli occhi e il tempo si è fermato.
Non per metafora.
Il mio tempo, la sua percezione, lo scorrere, il tictac si sono bloccati di colpo. Le ore duravano minuti, i minuti duravano ore, c’era il giorno e la notte e poi la notte e poi il giorno e tutto era nella nostra bolla, io e lui, il mio terrore e il suo stupore, i miei sorrisi e i suoi sguardi, le sue gambine magrissime e i miei capelli sporchi, l’emozione e l’ansia, la tenerezza infinita e il mal di schiena, i capezzoli dolorosi e i pianti disperati, l’odore – mioddio! – l’odore di bimbo, la sensazione di essere vuota, a metà, di aver recuperato il mio corpo, ma di aver perso potenza.
Sono stata dimessa in anticipo e sono rientrata a casa mia due sere dopo.
Appena ho messo piede nella mia camera da letto, sola, mentre il pupo riposava nella navicella del passeggino in salotto, mi sono seduta sul letto e ho pianto. Ho singhiozzato moltissimo. Perché mi è stato chiaro, con una spiazzante lucidità, che la vita che avevo vissuto fino ad allora, fino alla corsa in ospedale, si era conclusa.
Non ho pianto per tristezza o disperazione, ma per quella dolce e malinconica nostalgia che si prova quando finisce un viaggio bellissimo e lungo, in cui ti sei divertito e sei cresciuto, ma che sai che non poteva e non doveva durare ancora.

C’è un momento in cui nascono i figli e uno in cui nascono le mamme. Il mio è stato lì, quando ho messo piede nel mondo prima di lui e mi sono accorta che i confini erano cambiati, che gli oggetti avevano un nuovo significato, che i miei sensi erano tesi verso un essere umano che non sono io, che il mio tempo non mi apparteneva più, ma era diventato nostro, come nostro era stato il mio corpo per quei lunghi mesi passati.

Ti raccontano che esiste un istinto materno, che l’amore per un figlio è a prima vista. Quello che io ho capito è che l’istinto non ha a che fare con l’amore, ma con il senso di protezione. L’amore, il sentimento, arriva dopo, si insinua subdolo in ogni poro e prende il posto della paura e del senso di inadeguatezza.
I figli appena nati spaventano, perché non li capisci, perché resti sveglia anche due giorni e due notti per controllare che respiri mentre riposa, perché non sai se piange perché ha fame, freddo, caldo, noia, terrore, perché alcuni gesti non ti vengono istintivi, perché sei impacciata mentre lo cambi o lo lavi le prime volte, perché quando rimetti piede fuori casa col passeggino hai ancora male in ogni centimetro di muscoli e ossa e senti che non ce la farai mai a difenderlo da tutto, dal clima, dalla città, dall’umanità.
E invece poi ce la fai.
Lo difendi e lui cresce. Lui cresce e tu lo capisci e iniziate a dialogare a piacervi a riconoscervi.
Una mamma nasce quando si accorge che il tempo si è fermato, immobile, e poi è ricominciato ed è un tempo nuovo, che scorre per due cuori che un tempo battevano nello stesso torace.

Alcune mamme nascono prima di avere figli, altre in ospedale, quando viene reciso il cordone, altre ancora più in là, solo quando i piccoli cominciano a parlare o a camminare, e altre non lo diventeranno, ma vivono vite degne e felici.

Poi ci sono le mamme come me, che non l’avevano immaginato mai, che nascono piangendo abbracciate a un cuscino quando realizzano che le fini sono sempre inizi e che ogni volta che termina un viaggio si ha un bagaglio più grande e pieno per l’avventura successiva.

La (più) grande avventura

cicogna

Questo doveva essere l’anno del mio lungo viaggio in Messico. Invece l’unica a partire è stata la cicogna.
Lo so, lo so cosa state pensando: nemmeno io me lo sarei aspettata da me, mai mai mai nella vita.
Eppure, sono incinta.
E in barba ai burocrati che vogliono farci credere che a una certa età è sbagliato essere incoscienti, il papà (autore del bellissimo disegno) e io siamo felicissimi perché non poteva capitarci in un periodo migliore. Doveva succedere adesso, mo’, ora. Giusto in tempo per dare un alibi al mio fallimento della prova costume.

Lo sbarco sulla Terra è previsto a metà febbraio. Ed è un maschietto (poteva essere altrimenti, il figlio di Malafemmena?).

Ci stiamo preparando.
Sarà davvero la più grande avventura.

Sono pronta a nuovi ricordi

Ti capita mai, a distanza di anni, di metterti ad analizzare eventi e situazioni e, di colpo, capire, vedere tutto più chiaro di come fosse tempo fa? Scoprire di esserti preoccupato per le cose sbagliate, realizzare che mentre pensavi di essere quello forte, te la stavano invece mettendo nel didietro, o invece renderti conto che una fuga è stata in realtà la migliore scelta della tua vita? Comprendere, finalmente, che chi pensavi di aver fatto soffrire magari – che ne so – ti aveva raccontato un sacco di balle, che chi credevi ti avesse spezzato il cuore in realtà era la persone più sbagliata per te, che i lavori lasciati e quelli tenuti, per fame, per passione o per paura, ti hanno fatto comunque sopravvivere fin qui?

A me capita, negli ultimi tempi, di ripensare spesso al passato e di capirlo, una volta per tutte. Grazie a una canzone, a una chiacchierata, a un’intuizione, a qualche pagina letta per caso, alla fatica mentre sudo in palestra, agli abbracci delle persone vecchie e nuove, ai film.
E quasi sempre è consolatorio capire le cose.
Anche scoprire di essere stata tradita.
Anche accorgermi di aver perso treni che non torneranno più.
Anche accettare di non essere stata all’altezza delle mie occasioni.
Perché, se riesco a guardare il bello e l’orrore con il distacco freddo di uno scienziato, vuol dire che l’ho superato, che almeno quei fantasmi lì sono stati spazzati via dalla soffitta del mio cervello e del mio cuore.

Mi capita di fare pace con il passato e la cosa mi fa stare bene. Sono pronta a nuovi sbagli, a nuove vittorie, a nuovi inizi, a nuove fughe e a tanti nuovi ricordi.

Scalo libri alla libreria Acqua Alta di Venezia.
Scalo libri alla libreria Acqua Alta di Venezia.

La pausa dalla competizione

Ieri mi hanno fatto notare quanto sia positivo passare del tempo a guardarci da fuori. Vivere un periodo in cui le cose diventano oggettive ci aiuta a ridare il giusto peso a ogni problema, a trovare soluzioni, a rivalutarci o a imparare quali sono i nostri limiti.

Prenderci una pausa da noi è l’unico modo per sopportare la convivenza perenne con le nostre paure, i fantasmi, le ansie, le ambizioni, gli obiettivi.

Staccare. Girarci a guardare come siamo fatti davvero e poi rientrare.

È quello che forse dovremmo fare durante le vacanze.  Fare una pausa dalla competizione, dalla socialità virtuale a tutti i costi, dall’ansia di non farcela, dalla dieta perenne, dal pettegolezzo, dall’invidia, dalla paura dell’abbandono, dal chiodo fisso del denaro che non basta mai, dal terrore di invecchiare.
Uscire, guardarci e capirci.
Mentre stiamo digerendo un’intera colomba.

Buona Pasqua a tutti.

A Natale voglio fare cose belle

Prima era la riunione di famiglia. Tutti i fratelli di mamma che tornavano a Napoli, i divaniletto sempre aperti, le brandine in salotto, i cugini in pigiama tutto il giorno, l’odore delle arance e dei mandarini, i carciofi fritti nascosti per evitare che fossero spazzolati via prima di pranzo e poi dimenticati in una credenza e tirati fuori solo la sera. C’erano gli struffoli, che ognuna diceva di fare meglio dell’altra, la cassata siciliana gigante che mandava l’amico di zio Guido, c’erano gli zampognari, i lavoretti fatti col DAS a scuola, l’insalata di rinforzo, le telefonate interurbane da pochissimi minuti per fare gli auguri a chi non era potuto venire. C’era la messa di mezzanotte, tutti pigiati a sbadigliare sulle panche, nel freddo della chiesetta di via Fonseca; c’era la carta da regali, i vestiti nuovi che potevi indossare per la prima volta, la tombola con i ceci che segnavano le caselle, il mercante in fiera, noci, nocelle e castagne infornate, Il piccolo Lord, le poesie in piedi sopra la sedia, nonno che ci convocava uno alla volta e ci regala qualche diecimila lire.

Poi è arrivata, violenta e ribelle, l’epoca dei viaggi, dei vent’anni, delle mete lontane, dei sapori esotici, degli amici, del mangiare meno e bere di più, dei pochissimi regali, quasi sempre libri che avresti amato tutta la vita. Il momento in cui non c’è più magia perché non c’è religione e quindi va bene essere ovunque, purché non qui, purché insieme, noi che saremo compagni di avventure per sempre e poi invece ti persi di vista, per un malinteso, per un bacio di troppo o per uno mai dato.

Cambi città, amici, fidanzati, mariti, lavoro, stipendio, gusti, dieta, taglia.
Per tanti anni non fai l’albero, non addobbi, accetti inviti a casa di sconosciuti, perché “da sola pare brutto”, stai bene, non ti interessa, non sopporti l’odore di fritto, vuoi dormire, perché lavori sempre troppo, eviti i cinema affollatissimi il 25 pomeriggio, scambi regalini con le colleghe solo perché se l’aspettano.

All’improvviso ritorna.
La voglia di Natale.

Sarà per colpa dei nipotini, degli anni che ti fanno venire nostalgia di casa, dei tuoi parenti che invecchiano e vorresti vedere di più, degli amici che come te sono stanchi di aperitivi, del desiderio che non avevi mai avuto, e che adesso non riesci ad allontanare, di cucinare biscotti.

Questo Natale voglio fare cose belle.

Voglio confezionare io i pacchetti regalo e non farlo fare alle addette nei negozi.
Voglio comprare la migliore cioccolata da offrire a chiunque passi per casa.
Voglio ascoltare gli aneddoti di mia madre, per la milionesima volta, e ridere ancora insieme a lei.
Voglio mandare gli auguri con i biglietti cartacei, con i francobolli.
Voglio telefonare e non scrivere su WhatsApp.
Voglio preparare i dolci per il pranzo e per tutti i pasti a seguire.
Voglio cucinare le lasagne con mia sorella.
Voglio vestirmi di rosso.
Voglio sorridere e ridere moltissimo.
Voglio fare tante foto con amici e parenti senza postarle sui Social Network.
Voglio iniziare a pranzare senza fotografare il piatto.
Voglio mangiare tutto senza dire mai che sono grassa.
Voglio addormentarmi sul divano dopo i pasti e dormire senza mettere la sveglia.
Voglio aprire le bottiglie di vino migliori e berle con gli amici.
Voglio ascoltare le canzoncine sceme di Natale.
Voglio passare il giorno di Santo Stefano insieme a lui, per una maratona di Twin Peaks.
Voglio rivedere Una poltrona per due.
Voglio mandare dei baci a mio nipote in Brasile via webcam.
Voglio essere felice.

I nostri deserti diventeranno spiagge

Forse succede a tutti così, incosciamente, subdolamente.
Tu nasci, vivi, festeggi compleanni, scandisci il tempo, scherzi sulla tua età e compi i tuoi riti di passaggio, belli o brutti, necessari o superflui.
Studi, cerchi un lavoro, a volte lo trovi e riesci a costruire qualcosa di decente, una sopravvivenza dignitosa, ti innamori, poi non ami più, poi soffri, poi ami ancora.
Procedi in avanti, a volte in linea retta, un percorso pianeggiante, altre volte, più spesso, a zigzag, al buio, a tentativi, in salita. Spesso fai un passo indietro e, se sei fortunato, è solo per prendere la rincorsa.
Razionalmente sai che sei diventato un adulto. O quasi. O almeno per le statistiche, anche se cercano di indorarti la pillola e ti lasciano davvero credere che l’adolescenza possa durare fino ai 35 anni e che sia plausibile, giustificabile, normale, non esserti emancipato, non averci nemmeno provato, nonostante l’alibi della crisi.
Lo sai che sei adulto, ma non lo realizzi. Allo specchio noti qualche rotolino, una ruga che – cazzo! – da dove salta fuori?, qualche riga bianca tra i capelli, i primi acciacchi, ma sei sempre un ragazzino, sei qualcuno che ha ancora tanta strada da fare, la vita davanti, l’energia.
Il figlio adolescente dei vicini di casa ti incontra in ascensore e ti dà del lei e tu pensi “dev’essere perché stamattina ho il viso stanco” e magari provi a vestirti come uno studente del liceo, senza che ti sfiori alcun imbarazzo, quarantenni vestiti Desigual senza vergogna.
Non ti rendi conto di essere diventato quello che un tempo erano i tuoi genitori, non capisci che sei passato dalla parte dei grandi.
Apri gli occhi bruscamente solo quando riesci a permettertelo e fai un figlio. O quando perdi un amico della tua età, all’improvviso e non per incidente. Quando una persona che ami si ammala e conta su di te. Quando perdi il posto e hai debiti e non ci sono genitori come rifugio sicuro. Quando devi sbrigartela da solo e non puoi fallire.

Io ho realizzato di essere diventata adulta in un viaggio, lungo, lontano, come tanti fatti e altri ancora da fare, e per la prima volta non ho avuto il desiderio di fuggire, perché non è più il momento di ricominciare, perché finalmente ho trovato una casa, una strada, una professione.
E quando fa tutto schifo, mi metto lì e lo restauro, invece di distruggerlo e ricostruirlo.

Ho capito che sono grande perché dimentico le cose e devo appuntarmi tante note sul telefono, perché anche se faccio tardi la notte, mi sveglio presto la mattina, perché non digerisco più la cipolla, perché bevo responsabilmente, perché mi viene istintivo controllare con la coda dell’occhio il nipotino che gioca, perché non si faccia male, perché sono io a chiedere a mia madre se ha bisogno di qualcosa e a preoccuparmi che stia bene, perché devo parlare con la banca per il mutuo, con l’amministratore del condominio per i lavori al tetto, con lo Stato per le tasse.

Ho sempre avuto paura che gli anni in più sarebbero stati chili aggiunti al mio bagaglio esistenziale, che avrebbero reso più faticoso ogni viaggio. Invece l’età adulta mi ha reso più leggera.
Una leggerezza diversa dall’inconsapevolezza dei ventenni. La leggerezza di chi ha capito come funzionano le cose e non ha più bisogno di troppi strumenti per procedere. Può finalmente viaggiare leggero.
Gli anni passati non mi spaventano più, anche se ho spesso il terrore di quelli che verranno. Non mi disturbano le distanze da compiere per realizzare sogni, ma le distanze fisiche dalle persone che amo. Non ho paura delle rughe, ma di perdere le idee, di non avere più parole belle da raccontare. Non mi interessano successo e soldi, ma la speranza di scrivere il romanzo della vita.

Sono ancora in uno di quei viaggi, lunghi, lontani, in cui realizzo di essere seduta al tavolo dei grandi.
Fa caldo, c’è un bel venticello e questa parte di mondo non sembra l’altro lato del pianeta. Anche se lo è. E quando mio fratello va a letto, io in Italia mi sveglio per andare a lavoro.
Non conta niente altro che abbracciarsi e ridere e bere il caffè insieme, prima che io riparta. Niente altro.
Perché la vera avventura degli anni a venire non sarà la fuga, ma il ritrovarsi. Perché i deserti si trasformeranno in spiagge e le difficoltà in sfide. Perché adesso siamo grandi e sappiamo fare le cose e non importa farle bene o male, correggerle, sbagliare e riprovare, purché si faccia tutto insieme, purché ci siamo sempre, l’uno per l’altra.
Lontani, vicini, che importa?
Io ci sono. Conta pure su di me. Sono diventata grande.

Il mare prima delle quattro

I pomeriggi d’estate erano tutti una lunga attesa delle quattro, l’ora in cui ci era concesso di fare il bagno.

Il calcolo delle ore necessarie a farci digerire veniva fatto a spanne: Sandra e Irene mangiavano solo gelati, Valeria la frutta, Sergio saltava il pranzo, correndo tutto il giorno sulla sabbia, tra la disperazione di zia Laura, Elisabetta e io non disdegnavamo frittate di maccheroni e pizze al trancio, fossero pure 40 gradi all’ombra.

Le nostre mamme avevano deciso di comune accordo una tregua dall’acqua, senza patemi, senza occhi sbarrati verso l’orizzonte per controllare che fossimo in salvo, senza minacciare “se vai a largo ti vengo a pigliare e abbuschi“,  senza corse alle docce calde (quelle che solo col gettone) per toglierci il sale dagli occhi e dai capelli. Dopo mangiato si volevano “arricreare”, chiacchierare sotto l’ombrellone, leggere il giornale, spettegolare, mentre i signori maschi dormivano beati coccolati dalla brezza marina, dopo aver spento l’ultima sigaretta.

L’ingresso pomeridiano in acqua, caotico rompete le righe, liberi tutti festoso di quella dozzina di cugini rumorosi sulla spiaggia di Capo Miseno, era stato fissato alle sedici. Sedici e trenta, a volte, quando il relax necessitava di qualche minuto in più di assestamento.

“Avete mangiato, non potete fare il bagno!”. Era il divieto medico, la verità divina. L’ipotesi di una morte per congestione, mai chiaramente compresa, ma terrificante, era un disincentivo fortissimo.

Nessuno si era mai ribellato al divieto, forse solo Aldo, sprezzante del pericolo. Ma Aldo era abituato a essere punito, ci aveva fatto l’abitudine, a Natale, Pasqua, dopo la messa, in settimana bianca, in gita, durante le domeniche in famiglia. Si ribellava e veniva punito. Era il nostro pirata.

Che avessimo mangiato a mezzogiorno, alle due, un panino, un conopalla, un fiordifragola, non aveva nessuna importanza. Il mare prima delle quattro era inviolabile.

C’erano altri bambini, chiattoncelli, urlanti, cafoni da millanta generazioni, che sguazzavano beati sotto al sole delle ore più calde. A volte restavamo a guardarli, chiedendoci quale fosse il loro superpotere, aspettando di vederli sparire divorati dall’acqua magica delle due.

Chissà che sapore aveva il mare prima delle quattro. Se era davvero così cattivo, se era più caldo o ghiacciato, se era pieno di sirene che ti trascinavano negli abissi.

Poi è arrivata l’adolescenza e gli occhi che ti controllano dalla riva sono spariti. Un po’ alla volta abbiamo smesso di guardare l’orologio e siamo entrati e usciti dall’acqua quando ci andava. Sorridendo di tutti gli studi clinici, che anno dopo anno ci svelavano che si può entrare dopo mangiato, basta aver mangiato poco, basta farlo subito, basta entrare lentamente, basta stare a galla.

Siamo cresciuti, ormai, troppo o troppo poco, e potremmo prendere il mare a ogni ora. Spesso, però, ci limitiamo a guardarlo, a infilarci i piedi, a passeggiarci qualche minuto, prima che le dita avvizziscano. Siamo cresciuti e diventati  animali più di sabbia che di acqua, destinati alla tintarella, unica conquista duratura di questi giorni troppo brevi che non sono più vacanze, ma ferie.

E adesso, che ho l’età in cui dovrei essere io di vedetta dal bagnasciuga, avrei voglia, ogni tanto, di qualcuno che controlli ancora l’orologio per me e mi dica “solo altri cinque minuti, amore, e poi ti puoi tuffare”.

Diventare oggi

Ti è mai capitato di stare bene?

Bene come in quelle sere che non hai impegni e poi torni a casa tardissimo, che chiacchieri con gli sconosciuti e ti accorgi di avere mille cose da raccontare. Quelle sere che non importano i rotolini di grasso, il trucco sbavato, il capello spettinato. Tu mangi due, tre gelati, bevi vino e sorridi e ti senti bella e sei bella e non importano età, peso, taglia, colore, firma degli abiti, abbinamenti.

Ti è mai capitato di sentire che tutto torna?

Che le domande hanno le loro risposte, che i silenzi hanno tutti una musica, che i visi sono pieni di sorrisi, che domani non ci saranno solo timori, ma speranze, che oltre la fatica di essere, c’è il desiderio e l’allegria di esistere.

Ti è mai capitato di essere dove dovresti essere?

Non un passo indietro, non uno avanti. Qui. Ora. In un luogo e in un tempo che sono tuoi, nonostante gli ostacoli, nonostante i pentimenti e i sensi di colpa e i no e le porte chiuse in faccia e i fallimenti.

Tutto è andato come doveva andare.

E all’improvviso non sei troppo né sei troppo poco. Sei tu. Precisa, come dovresti. Sei energia che riempie gli spazi, sei la luce che invade le stanze, sei l’aria che sposta le tende alle finestre, sei il movimento che attira l’attenzione.

Sei. il. piccolo. centro. del. tuo. grande. mondo.

Ti è mai capitato di stare bene?

A me è capitato. Quando nemmeno me l’aspettavo. Senza preavviso. Ed era notte a Milano e c’era la luce e i venditori di rose e l’ultima metro che mi ha aspettata prima di chiudere le porte e le nuvole che minacciavano pioggia e il telefono con ancora un po’ di carica e domani che aveva fretta di arrivare. La fretta di diventare oggi.

Piazzola di sosta

Circa tre anni fa, quando l’amore sembrava un inevitabile supplizio, e non c’erano più respiri, ma solo sospiri, e le attese non avevano mai fine e non c’erano ritorni, ma solo addii, qualcuno mi disse che un giorno avrei rimpianto la devastante sensazione di sofferenza amorosa. Perché certe emozioni ti riempiono fino all’orlo, ti avvolgono stretto, fino quasi a stritolarti, amplificano ogni tua percezione, ti fanno sentire disgraziatamente così vivo che quasi non riesci a sopportarlo.
In quei momenti sei solo amore, sei solo dolore. Non ci sono bollette da pagare, fatture da incassare, colleghi di lavoro fastidiosi, metropolitane in ritardo, offerte al supermercato, lavatrici da fare, parrucchieri da prenotare. Non c’è piccolezza, pragmatismo, quotidianità. Sei un eroe tragico. Sei puro spirito.

Era un periodo in cui scrivevo tanto. Mandavo segnali. Desideravo buttare fuori tutto il disagio che mi riempiva, tutto il nero, tutto. Era il momento in cui ti trasformi e, se ci riesci, di quel te che eri rimane solo l’ombra, che ti segue o ti precede per la strada.

L’estate è arrivata prima che perdessi quei due chili, prima che progettassi lunghe fughe al mare, prima che iniziassi tutti i progetti che avevo in mente, prima che riprendessi in mano il libro su cui stavo lavorando.

Il tempo è veloce e io sono lucida. C’è tanto lavoro, anche se non quello che avevo immaginato. Ci sono persone nuove, anche se non quelle che avevo cercato. Ci sono le parole da scrivere, anche se non hanno più l’urgenza di una volta.

A ripensarci adesso, mi dico che è stato bello sopravvivere. È stato bello e faticoso ricominciare ancora, e cambiare tutto, e arredare una casa nuova, e cambiare molte volte taglio di capelli, e dimagrire tanto e poi tornare a mangiare di gusto, e conoscere nuove persone, e viaggiare, e cambiare mille lavori, e innamorarmi ancora.

Chissà se la serenità è un traguardo o solo una piazzola di sosta.

 

Rimasugli di te

C’è stato un lungo periodo della mia vita in cui scrivevo soltanto quando stavo male. Diari, che portavo sempre con me, e lettere, tantissime lettere, di quelle di carta, che in questo momento mi mancano così tanto.
Mi è capitato, tempo fa, di ritrovare tutti i quaderni che avevo riempito con la mia brutta calligrafia disordinata, di risfogliarli e di non riuscire a rivivere le emozioni e i sentimenti che provavo allora. Non perché non sia ancora in grado di provare la più profonda tristezza, di vivere con una saudade continua o con il terrore che il meglio sia già perduto, ma perché, credo, di aver cambiato pelle così tante volte, da essere una persona completamente diversa.

Ogni trasformazione, anche la più drastica, ti lascia addosso un residuo della persona che eri. Qualcosa di cui non riesci a fare a meno, perché non sai nemmeno che è una tua particolarità. Puoi imparare a vestirti, camminare, parlare, mangiare, lavorare in mille maniere diverse. Puoi imparare ad amare e amarti in modi che non avevi mai immaginato. Puoi cambiare gusti, scoprire di gradire il caffè decaffeinato e di non essere più in grado di mangiare maionese, di trovare attraenti i ragazzi con i capelli lunghi e detestabili gli intellettuali. Puoi cambiare desideri, volere a tutti i costi una casetta in periferia, invece di un appartamento in centro, una vacanza in montagna, invece dell’estate a Ibiza, un figlio, invece della pancia piatta.

Ma non riuscirai mai a cancellare quel rimasuglio di te che compone la tua parte più segreta.

Uno dei miei rimasugli è il senso di colpa. Per tutto. Per quello che mi succede e per quello che non accade. Per i fatti del mondo e per quelli del mio orticello. Per le scelte che ho fatto e per quelle che non ho mai preso. Per gli errori, per i traguardi, ma non quelli giusti. Per l’irruenza, l’istintività e per l’accidia e la pigrizia.

E non mi è chiaro se penso sempre di non meritarmi le cose o se sono convinta di non aver fatto abbastanza per meritarmi di più.

Possono cambiare le circostanze, l’amore, il lavoro, i debiti, le città, gli anni, gli amici fidati, i desideri, le passioni, la taglia dei pantaloni, le idee politiche, la musica preferita, ma il rimorso e il rimpianto non mi abbandonano mai.

L’altro residuo dell’autentica me è il nomadismo, il desiderio di spostarmi spesso, il bisogno di iniziare in continuazione, perché gli inizi contengono promesse di felicità, speranze, passione. Appena una casa o un posto mi diventano familiari, ho voglia di ripartire. C’è così tanto mondo da vivere e così pochi anni in una vita!

Ultimamente ho conosciuto persone che non si sono mai spostate troppo dal loro quartiere. Non dal loro paese, dalla regione, dalla città… Dal quartiere.

Non riesco a capire cosa si prova a non desiderare di voler provare a vivere altrove. Però ho capito una cosa importante. Mentre un tempo pensavo di aver cambiato così tante città da non avere più una “casa”, adesso mi rendo conto che, al contrario, sono a casa mia in tantissimi posti. Tanti posti che non credevo sarebbero diventati così tanto parte di me.

A volte penso che vorrei scrivere di questo. Far vivere ai miei personaggi quello che ho provato. Usare un po’ di autobiografia tra le mie righe.
Vorrei tornare a scrivere come in quelle lunghe lettere che inviavo ogni volta che cambiavo città, che mandavo ai vecchi e nuovi amici, che rileggevo due o tre volte prima di spedire e non rivederle più, che mettevano in ordine i miei pensieri e poi sparivano. Quelle lettere che non potrò più sfogliare e che forse, proprio per questo, contenevano le parole più importanti, che non sono state scritte per un sollievo futuro, ma per il bisogno di raccontare e basta.

È bella la primavera, della finestra della mia camera. Quella finestra a cui da poco ho messo le tende, non per tenere il mondo fuori quando le chiudo, ma per scoprirlo ogni volta che le apro.

Spengo e scrivo

Non aggiorno il blog da 33 giorni.

È finito Sanremo, abbiamo un nuovo presidente del consiglio, è arrivata la primavera, ho iniziato il corso di fitboxe, ho rimosso dall’iPhone quell’app conta calorie che mi stava togliendo il gusto di vivere, ho preso un chilo e sei etti (ma sono solo muscoli, eh…), ho un nuovo lavoro che mi impegna più di quanto avessi preventivato.

Ho cambiato orari e ritmi. E non sto scrivendo più. A fatica, lentamente. Ci sto pensando di più. Limo le pagine come se fosse miniature di una Bibbia medievale. Rileggo ad alta voce. Lascio perdere. Ci torno su. Mi dilungo. Cancello. Riscrivo. Passo le poche ore libere a guardare l’icona del file .doc, col nome del libro, e immagino come mi sentirò quando sarà tutto finito (e salvato in duecento copie, al sicuro).

Fare una cosa in cui credi davvero è molto più difficile di farne una di cui ti frega poco. Lo so, dovrebbe essere il contrario, e invece no. Quando in un progetto creativo metti tutto quello che hai dentro, i tuoi mondi, il tuo passato, i tuoi occhi, le tue idee, le cose immaginate, i viaggi che hai fatto, le fughe e i ritorni, le parole nuove e quelle a cui sei affezionato, le speranze, le visioni, hai sempre la paura di perdere tutto. Perché temi che, se fallissi con qualcosa che è tutto te stesso, non riusciresti più a fare altro.

È una cosa che succede spesso: scrivi un romanzo per gioco e hai fortuna, poi magari pubblichi il libro della vita e non se lo fila nessuno. Mettilo in conto. Metti in conto che quello in cui ti impegni di più potrebbe non piacere a tutti.

E dopo che l’hai accettato, impara a capire che il tempo non è solo un nemico, ma un alleato. Che la fretta da scaffale non è sempre la soluzione migliore. Che per raccontare questa storia che ti esplode dentro hai bisogno di più mesi, di più cose lette e viste, di più chiacchiere, di più bozze riviste e corrette, di più tentativi, di più incipit rimaneggiati. Che non sarà come i precedenti, con l’acqua alla gola, perché non ti perdonerai mai di aver tolto tempo a una cosa a cui tenevi davvero.
E impara anche che, però, a un certo punto devi darti una mossa. Che devi fare delle scelte, avere il coraggio di chiudere, di decidere, di terminare. E questa volta lo devi fare senza una data di consegna che ti metta il pepe al culo. Lo devi fare perché ne hai bisogno.

La benzina della mia esistenza è sempre stata il senso di colpa, misto ad un’altalenante disciplina.

Oggi, 26 marzo 2014, ho promesso che non avrei più tolto tempo alle cose con cui spero di lasciare il segno. Una mia rivelazione alla Jep Gambardella. Senza Roma sullo sfondo, ma con il pollo allo spiedo di Giannasi, in Porta Romana.

Mi sono fatta una promessa che spero di mantenere.

Quindi, adesso spengo il router e il telefono e scrivo.

Spengo e scrivo.

SpeCLICK

 

Tutte le cose che non sono te

Chissà cosa ci spinge ad associare momenti della nostra vita all’accumulo di determinati oggetti.
Da piccola amavo le cartolerie. Girare tra scaffali di quaderni, matite, gomme da cancellare, cartelline mi faceva sentire in pace con il mondo. L’odore della carta, così confortante, come ogni volta che entri in una libreria e sai che sei circondato da buona compagnia.

Pochi giorni prima di iniziare la scuola, mia madre ci portava da Amodio a Port’alba per comprare diari, astucci, penne e tutte le armi che ci sarebbero servite per affrontare classe, insegnanti e materie. Lo zaino no. Ché ho avuto lo stesso Jolly Pro dalla prima media alla quinta superiore, trattato con rispetto, conservato come un cimelio.

Era bello. Perdevo la cognizione del tempo. Amavo soprattutto l’idea che la maggior parte di quegli oggetti avrebbe scandito il tempo che passava: smemorande che segnavano i giorni che mancavano al Natale, le matite da temperare fino al mozzicone, le gomme da cancellare che si consumavano piano. Finire le cose. Esaurire l’inchiostro delle Bic, scrivere fino all’ultima pagina dei quadernoni. Non so spiegarlo. Mi faceva stare bene.

Quando è arrivata l’adolescenza e sono stata portata a Padova, mio malgrado, ho iniziato ad amare le profumerie. I rossetti scuri, lo smalto, gli ombretti viola. Provare sul dorso mano le tonalità. Spruzzarsi profumi da uomo per sentirsi più trasgressive. Rubare i tester dei prodotti troppo cari. Andare con le amiche a cercare di mascherare il disagio di crescere.

E poi il periodo dei CD, il periodo dei braccialetti etnici, quello dei libri delle edizioni ES e quello delle scarpe.

Stamattina leggevo un articolo che spiegava che l’età adulta non esiste più. Siamo abituati a sentirci giovani fino a quando non diventiamo anziani. Posticipiamo il tempo delle responsabilità. Facciamo figli quasi fuori tempo massimo. Restiamo a casa dei genitori a lungo, a volte per necessità, molto più spesso per scelta. Un governo di cui l’età media è 47 anni è considerato un governo “giovane”. A 40 anni sei un ragazzo. A 50 sei giovane. Dovrebbe consolarci, l’allungamento di una presunta età dell’oro. E invece no. Dall’età infinita della minigonna alla menopausa, senza soste intermedie. Traumatico. Deleterio.

Io invece sono diventata adulta. Me ne sono accorta quando ho smesso alzare la voce. Quando durante uno scontro mi fermo e lascio perdere. “Come ti pare”. Quando ho capito che molti dei miei errori non dipendono dagli altri. Quando mi sono resa conto dei miei limiti. Quando ho capito che non sempre ce la posso fare da sola.

Sono diventata adulta quando ho iniziato ad accumulare tazze. Prese in viaggio, scelte con cura all’Ikea, fatte personalizzare con foto o scritte simpatiche, comprate ai festival, con la data che ricorda “io c’ero”. E quando, finita la convivenza, sono tornata a vivere da sola, ho cominciato a bere una moka da due intera, ho accantonato le tazzine e ho iniziato a usare solo tazze. Ho la mia preferita da caffè, che non metto in lavastoviglie e lavo sempre a mano. Ho quelle da tisana, quelle per i cereali, quelle che non uso spesso perché la forma o lo spessore non mi piacciono, quelle in cui offro il tè agli amici.
Ho due ripiani della cucina strapieni di tazze. E quando ne vedo qualcuna in un negozio di casalinghi, magari color malva o con una forma strana o con il manico buffo o di un materiale nuovo, devo fare uno sforzo per non acquistarla.

L’età della responsabilità è quella delle tazze.

Ho imparato a rinunciare agli oggetti quando ho dovuto affrontare grossi lutti. E tutti i traslochi. Le cose non ti danno un’identità. Pensare che un oggetto possa essere la forma di un ricordo, spesso, non sempre, ma spesso ti fa dimenticare che la memoria ti seguirà nel mondo senza bisogno di materia. Tu non diventerai quello che lasci e quello che lasci non sostituirà mai te. Sei solo quello che riesci a portarti sempre dietro, compresi affetti, dolori, gusti, idee, affanni, sorrisi.

Poche cose sono con me da tanto tempo. La maggior parte si sono fermate nei vecchi appartamenti, a casa di mia madre, da qualche amico, in garage, nelle stanze di qualcuno che le ha ricomprate. Ogni vita nuova aveva oggetti nuovi, che diventavano ricordi nuovi a cui non affezionarsi troppo.

Per fuggire lontano o ricominciare, ancora e ancora, serve viaggiare leggeri. Non esiste nulla a cui non si può rinunciare. Esistono solo persone e luoghi di cui hai davvero bisogno.

Stamattina, mentre lavavo la mia tazza preferita, quella rossa di quel festival lì, ho quasi rischiato di farla cadere e per un momento mi è mancato il fiato. L’ho afferrata al volo. Intonsa. L’ho riposta con cura ad asciugare e ho capito che non è tempo di ripartire, anche se in questi giorni lo farei, infilerei le scarpe comode e correrei via senza fermarmi mai.

Non è ora di lasciare tutte le tazze.

Forse non lo sarà mai più.

Smettere di scappare è l’età adulta.

Anche se gli psicologi dicono che non esiste più.

 

Se io fossi quella

Se io fossi quella,

quella per cui apri gli occhi la mattina e respiri, dentro l’aria e fuori l’aria,
se io fossi quella a cui pensi mescolando lo zucchero nel caffè, anche se non bevi caffè, a te piace il tè e non lo capirò mai,
se io fossi quella che hai in testa mentre lavori di notte, quella che riempie i tuoi disegni, quella per cui pensi e scrivi tutte le parole, anche quelle difficili, anche quelle dolorose,

se io fossi quella che ti fa sperare che ci sarà un domani e sarà bello, quella che vedi al tuo fianco quando tutti i capelli, tutti, saranno diventati grigi, se io fossi quella che cerchi tra la folla, quella che senza ti senti perduto e solo, quella che come me nessuna mai e non c’è prima e non ci sarà un dopo,
se io fossi quella che toccarmi dà motivo alle tue mani di esistere, quella che baciarmi tiene in vita le tue labbra,
se io fossi quella che spiega tutto, che dà una ragione alla fatica fatta per arrivare qui, che chiude i conti, se io fossi quella che perdona tutti i tuoi sbagli, che ti regala un altro inizio, che mette insieme tutti i tuoi brandelli e ti insegna sapori e colori nuovi,

se io fossi quella, avrebbe tutto senso, le lacrime, le fughe, i sospiri, i pugni contro le porte chiuse, i chilometri in autostrada di notte per cercare risposte, i baci che sembra arrivino da lontano e ti prendono alla sprovvista,
avrebbero senso gli anni che abbiamo vissuto, le promesse che abbiamo fatto e non abbiamo saputo mantenere, avrebbero senso le fini e tutti gli addii, quelli che si portavano via pezzi di cuore e di stomaco, avrebbero senso le canzoni che regalavano sollievo, ascoltate dieci, cento, mille volte, avrebbero senso le sbronze e le scazzottate con gli amici, avrebbero senso i giorni che abbiamo passato lontano, a ricucirci le ferite,
avrebbero senso i giorni che verranno, avrebbero davvero senso, tutti, per sempre.

Ma se non sono quella, se non lo sono, portati via il tuo odore, porta via le parole e i tuoi sorrisi, strappami la tua voce dalla testa e nascondila sotto l’oceano, dove i rumori sono confusi e non posso più riconoscerli,
se non sono quella, dimenticati di me e io sparirò per sempre e non ci saranno ricordi che tolgono il fiato e non ci saranno rimpianti,
se non sono quella, non trattenermi nelle tue matite, non disegnare il mio volto per ricordarlo, non lasciare che il bianco e nero mi trasformi nel tuo passato.

Se non sono quella, non sarò un tentativo, non sarò un’alternativa, non sarò l’altra, non sarò un’amicizia, non sarò la compagna di qualche notte calda, non sarò l’allegria,
se non sono quella, non sarò niente,
perché non sono niente senza di te e tu non puoi farcela senza di me,
non puoi farcela,
perché non ci sono più io, non ci sei più tu,
perché il mondo esiste solo se ci siamo noi,
e nient’altro.

Ricominciare il lunedì è sopravvivere

Ricominciare il lunedì è sopravvivere.

Non sbirci l’iphone appena sveglia in cerca di segnali. Non ci sono più, non ci sono ancora sorrisi nel buongiorno. Arrivi in cucina senza quasi aprire gli occhi e prepari il caffè, annusando il barattolo pieno di polvere, una, due, tre volte e ti entra tutto nel naso, arabica, fino al cervello. Sa di calore, viaggi, casa, ricordi.

Accendi la tv e resti in piedi, con la tua tazza piena, masticando un biscotto, forse l’ultimo e devi fare la spesa e sullo schermo c’è Fini che parla di Renzi o almeno credi. Che anno è? Che giorno è? Chissà perché hai questa canzone in testa.

La doccia è bollente, ti arrossa la pelle, ché il suo odore lo senti comunque, dovunque.

Vorresti vestirti svogliatamente, ma non sei un’albachiara da un pezzo. Sei grande. Adulta da sempre. Più vicina a un’età che ti spaventa che a quella del se fossi e se potessi.

Stamattina, dici, comincio. Riempio questa pagina bianca di un romanzo che ho voluto così dannatamente e che non c’è. Viaggia nella testa. Si scrive da solo nella materia grigia. La scadenza è un groppo alla gola e meno male, ti fa sentire viva.

Ci caschi. Prendi il telefono e cerchi i messaggi scritti. Ma adesso sai come funziona, hai imparato a proteggerti. Rileggi solo i tuoi. Una, cinque, dieci volte. Perché adesso lo sai, lo sai benissimo, che bisogna usare tutte le parole, dirle proprio tutte tutte, senza tenerne nessuna dentro. E quando ti tornano in mente, quelle che avresti voluto dire e invece no, scriverle, inviarle, perché l’unico modo per andare avanti è non avere rimpianti. Nessun rimpianto. Nessun. Rimpianto.

Sei già qui seduta da un po’ e nemmeno una riga. E lo sai che in qualche personaggio metterai un po’ di lui. E un po’ di te. E un po’ del tempo che è stato e ti porti attaccato addosso e allora ha ragione Jane Austen quando dice che bisogna pensare al passato solo quando i ricordi ti possono fare piacere.

E non ascolti musica stamattina e continui a non raccontare niente a nessuno, perché lo sai che questa storia incredibile è solo per due, che hanno capito o capiranno, che inspirano e respirano, inspirano e respirano, seduti alle loro scrivanie piene di storie ingombranti.

Il lunedì è sopravvivenza. È questione di resistenza. Il collo rigido e i pugni stretti e lo stomaco chiuso e i sospiri. Ricominciare. Lo sai fare. Te lo garantisco, lo sai fare. Un po’ alla volta e poi un altro po’ e scivola via.