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Proteggiamo i nonni, salviamo le mamme!

Invecchiando (o forse dovrei dire crescendo) sono diventata più apprensiva. Sto attenta agli spifferi, non mangio cibi di dubbia provenienza, guardo sempre con eccessiva cura prima di attraversare, esco con l’ombrello quando il cielo minaccia pioggia e tolgo le scarpe sulla soglia di casa per non portare troppi germi all’interno.
Eppure, nonostante la cura minuziosa con cui cerco di tenermi lontana dai malanni, le prime malattie da nido di Alessandro hanno colpito lui, me e il papà e ho dovuto richiamare in aiuto SuperNonna Carla.

mammine

Ancora una volta, come già accaduto spesso nell’ultimo anno, senza la nonna accanto sarei stata persa. Mentre resto a letto con la febbre, lei coccola il piccolo acciaccato, fa la spesa, cucina, sistema la casa e sposta tutti gli oggetti e i mobili come preferisce, facendomi impazzire perché non ritrovo mai gli oggetti dove li avevo messi. E quando tutto sembra più tranquillo, riesce anche a occuparsi di me, facendomi sentire ancora una giovane figlia e non solo una madre adulta.

Ieri era la Giornata Mondiale per la Lotta alla Polmonite e discutevo proprio con lei sulla percezione che hanno i miei e i suoi coetanei della malattia. La sua generazione è la meno consapevole della gravità e dei rischi della malattia, eppure ogni anno in Italia i decessi per polmonite sono circa 9000 e nella quasi totalità dei casi colpiscono persone sopra i 65 anni.

Moderni supereroi a rischio

Sebbene esista una profilassi specifica per evitare di contrarre la polmonite, sono ancora diffusi molti falsi miti su come prenderla. Per esempio, gran parte degli anziani è convinta che mantenersi genericamente in buona salute sia un buon modo per non ammalarsi, che mangiare sano e non condividere bicchieri e stoviglie sia sufficiente a non entrare in contatto con il virus e che lavarsi spesso le mani renda immuni da qualsiasi contagio. A sentire gli aneddoti sui conoscenti di mia madre (per fortuna pochi) che l’hanno contratta, sembra proprio che fossero stati presi alla sprovvista: purtroppo, tutte le più diffuse regole igieniche e di buon senso non sono abbastanza quando si ha a che fare con la polmonite.

Falsi miti da combattere

La Giornata di ieri serviva proprio a sensibilizzare la popolazione alla prevenzione. Perché basterebbe andare a informarsi dal proprio medico di famiglia per aumentare di moltissimo le chance di non ammalarsi. Prendiamo un appuntamento, facciamo una telefonata, accompagniamo i nostri genitori dal dottore!
Se la salute di mia madre cedesse, in questo periodo, sarei disperata.

Il motto resta sempre: proteggi un nonno e salva una mamma!

Il tempo quando non fa il galantuomo

È il primo novembre, dal 2011, in cui non uscirà un mio nuovo romanzo in libreria. Stava diventando una piccola tradizione a cui iniziavo a legarmi. Era confortante sapere di avere un appuntamento fisso con i lettori più affezionati.

Quest’anno è stato professionalmente tutto più difficile, perché la maternità è un’esperienza totalizzante, un lavoro 24/7, è vivere la vita di un altro essere umano dall’inizio, nutrirlo (letteralmente) col tuo corpo, essere presente a tutte le sue prime conquiste, restare sveglia per notti intere, e per settimane o per mesi riuscire a riposare poco e male, col rischio di concentrarti pochissimo, avere tempi di recupero eterni, non essere mai disponibile negli orari in cui dovresti.

Sono stata fortunata perché ho comunque lavoricchiato, su progetti belli, per agenzie e riviste serie e professionali, con colleghi pazientissimi, soprattutto considerando che ho la nonna che vive a 250 chilometri di distanza e un budget molto risicato per assistenza specializzata (sante tate, carissime tate!). Ho provato a incastrare tutto tra un riposino, la notte, un giorno libero del mio compagno, qualche mattina di autonomia.

Però un libro no, non ce l’ho fatta. Ho trovato un’agente (e avrei dovuto farlo due anni fa), abbiamo scelto un soggetto da sviluppare tra i tanti che avevo in mente, un editore a cui proporlo, e adesso non mi resta che provare a scrivere uno e due capitoli per capire se è nelle mie corde. Ma il tempo della scrittura è un tempo infame, che non ha rispetto dei programmi, che non sfrutta le ore libere, che ti lascia a marcire giorni interi davanti a una pagina bianca e poi spinge e preme quando non hai in mano nemmeno il cellulare per prendere appunti, figuriamoci un pezzo di carta!

È vero, come mi ripetono in tanti, che quest’anno ho dato alla luce il mio più grande capolavoro, (mio figlio, eh, e non lo trovate sugli scaffali), ma è altrettanto vero che è frustrante rendersi conto di non riuscire a fare tutto, di dover rallentare, mollare la presa, accorgersi che il tempo non sa fare il galantuomo come dicevano, e a volte corre troppo in fretta, quando non riesci a lavorare, e va tanto lento quando sei immersa nelle cose meno piacevoli, come la gastroenterite che il tuo piccolo ha preso dopo nemmeno una settimana di inserimento al nido.

Non sarà sempre così, lo so. Ci saranno altri libri e spero resteranno anche lettori curiosi di leggerli. E ci saranno altri lavori, quando tornerò efficiente al millepercento. Lo so e lo sanno tutte le mamme.
Ma trattateci bene, quando abbiamo paura di non tornare più le stesse di prima, perché forse è vero che non lo torneremo più. Forse saremo migliori. Forse scriveremo dei libri meravigliosi che non sapevamo nemmeno di avere in testa e ci ricorderemo di questi momenti fragili e irripetibili con tenerezza.
Forse.

Io voglio pensare che dopo sia sempre meglio di prima.

(Se non hai mai letto i miei libri e sei curioso o li hai letti e hai nostalgia, li trovi tutti qui).

Wonder Nonna, il mio nuovo supereroe

Ho passato gran parte della mia vita con un’inspiegabile paura di invecchiare, come se il meglio fosse sempre alle mie spalle e la vita diventasse troppo complicata col crescere dell’età. Eppure, da quando è nato Alessandro, il mio nuovo supereroe è una donna che si avvicina con un’incredibile energia ai settant’anni, nonna Carla, mia madre.

Wonder Nonna

Salta su un treno alla prima richiesta d’aiuto, sempre con il trolley pieno e le scarpe da ginnastica, culla il piccolo (che pesa già 10 kg) per ore, resta sveglia di notte quando i denti non lo fanno dormire, corre al supermercato, sale a piedi le scale di corsa, se l’ascensore è occupato e, mentre cucina/pulisce/parla al telefono/guarda la TV ricuce anche il bottone della camicetta che io ho lasciato sulla sedia nel 2013, pensando “lo faccio dopo”.
Mi chiedo spesso come ho fatto, a diciannove anni, a fare le valigie e ad avere così tanta voglia di andarmene di casa, mentre adesso non vedo l’ora che mamma torni ad accudirmi. Sono convinta che, se avesse abitato nella mia stessa città, i primi mesi della mia maternità sarebbero stati davvero una passeggiata.

In nessun corso preparto e in nessun manuale di puericultura spiegano che per i genitori moderni la vera salvezza sono i nonni. Hanno tempo da dedicare ai bambini, pazienza, esperienza (anche a se a volte tendono a fare di testa loro, con la scusa che “ai miei tempi, si faceva così”) e, cosa che non guasta, hanno spesso l’allegria e la rilassata serenità di chi può godere della pensione, un lusso che a noi, con molta probabilità, non verrà mai concesso.
Inoltre, i nuovi nonni sono lontanissimi dai vecchietti rugosi, canuti e pieni di acciacchi che avevamo in casa già solo due o tre decenni fa. Gli over60 di oggi sono in formissima, tonici, ben vestiti e con la vita mondana così piena da far sentire noi più o meno giovani, tutti divano e Netflix, dei poveri asociali. Li vedi correre al parco, uscire la sera a cena, andare al cinema, a ballare o in viaggio intorno al mondo.
Perché se è vero che i quaranta sono i nuovi trenta, i sessanta sembrano essere i nuovi venti.
La buona notizia è, quindi, che invecchiare non fa più paura.
Secondo una ricerca condotta a settembre da AstraRicerche per conto di Pfizer emerge chiaramente che gli “anziani” (quelli, per intenderci, che hanno diritto alla carta argento e allo sconto nei cinema il pomeriggio) si sentono molto più in forma dei loro coetanei di trent’anni fa e danno priorità assoluta alla salute, prima ancora che all’indipendenza e agli affetti.
Stare bene è la cosa più importante.
Pienz’ a salute è il mantra definitivo.

Eppure, con questo nuovo benessere, il rischio è quello di cominciare a credersi invincibili e sottovalutare l’indebolimento naturale del sistema immunitario, dimenticando che il corpo è purtroppo una macchina delicata. Per esempio, secondo l’Istat, ogni anno in Italia muoiono 9000 persone a causa della polmonite (NOVEMILA, oh! Il triplo della vittime degli incidenti stradali!) e il 96% di queste sono over65. Si sottovaluta il pericolo e si ritiene che mantenersi in buona salute o lavarsi spesso le mani con l’acqua tiepida siano sufficienti a contrastare anche batteri e virus. Si usa il buon senso e si evita di fare prevenzione.
Invecchiare non fa più paura, ma le malattie sì.
Quindi, siccome i nonni sono il nostro vero welfare, facciamo in modo che da veri supereroi non vadano volontariamente incontro alla criptonite. Mandiamoli spesso a fare un controllo dal medico di famiglia. E facciamo tutti più attenzione al nostro prezioso corpo.
Io prometto di salvaguardare la mia schiena, limitando l’uso dei tacchi alti, il piccolo Ale promette di indossare il cappellino quando va a giocare al parco e mia madre, superCarla, promette di informarsi di più e fare prevenzione.

(Vi allego questo video che spiega in maniera simpatica come viene spesso travisato il concetto di prevenzione. Ah, copritevi, che sta iniziando il freddo.)

Centottantuno giorni dall’inizio del mondo

6 mesi di Alessandro Ghigo

Oggi Alessandro Ghigo compie sei mesi. Lunghi e brevissimi, faticosi e bellissimi.
Sono mamma da mezzo anno, ho cambiato ritmi, abitudini, gusti, qualche idea, qualche amico, progetti e sogni, eppure, abbandonato ogni altro impegno, a causa di una (spero) temporanea inoccupazione, ho scoperto di essere piuttosto portata per questa faccenda della maternità.
Sono stati mesi di grande scuola, quella proprio “della vita”, in cui umilmente ho ascoltato, osservato, visto, sentito e annusato per apprendere.

Ho imparato che i figli spaventano appena nati, non comunicano, sono troppo fragili, piangono che ogni volta ti si strappa il cuore e ti chiedi “ma ce la farò mai?”. Poi diventano ogni giorno più facili da capire, e cicciottelli, e forti e sorridono guardandoti e ti sembra di aver trovato la risposta a tutto e capisci che ce la puoi fare, anche se è una fatica.

Ho imparato che, anche se come me sei sempre stata un drago che dà fuoco a tutto e che da sola è riuscita a cavarsela sempre, devi chiedere aiuto. Chiedilo prima di essere troppo stanca, troppo terrorizzata, troppo nervosa. Chiedilo senza sentirti debole. Farà bene a te e soprattutto ai piccoli.

Ho imparato che se è vero che il corpo di una donna non è mai solo suo, è tanto più vero quando la donna diventa madre: tutti si sentono in dovere di dirti come, quanto e cosa mangiare, come, dove e se allattare, come dormire, come vestirti, come parlare, quanti chili perdere, se e quando tornare a lavorare, come curarti e non lasciarti andare che sei comunque una donna, ma allo stesso tempo non pensare all’aspetto fisico perché ormai sei una mamma. Tutti, ma proprio tutti, sapranno perfettamente in cosa sbagli e su cosa hai ragione, mentre tu osserverai lo stravolgersi del tuo mondo e della tua autonomia (non sei più una, ma due) navigando a vista.
I consigli non richiesti sono la vera piaga per le neomamme e il solo modo per evitarli è smettere di frequentare persone. O selezionarle con molta cura. Oppure rispondere: “grazie per i suggerimenti, ma seguirò l’istinto e farò a modo mio”. E sorridere sempre, soprattutto di fronte ai pargoli.

Ho imparato che internet può essere utile quando hai dubbi e paure (meglio, però, se chiedi al pediatra o a un’ostetrica!), ma diventa una gabbia di matti per qualsiasi altro confronto. Sono stata alla larga da forum, gruppi, chat, mailing list di mammine e papini e sono una persona felice.

Ho imparato che il puerperio scatena i più grandi sensi di colpa, soprattutto se hai sempre lavorato e di colpo ti ritrovi a non fatturare, ma solo a cambiare pannolini e usare la tetta come Masterchef. Sei consapevole che questi mesi intimi e belli non torneranno più e che stare con tuo figlio e usare i tuoi risparmi per accudirlo, finché almeno non riesce a stare seduto, è la cosa più giusta per te e per lui, ma ti senti anche sbagliata perché una mamma che non lavora per dedicarsi a un neonato viene spesso considerata una perditempo. E magari, in passato, l’hai pensato anche tu di amiche e colleghe.

Ho imparato che in Italia i figli sono una faccenda privata e che se non ci sono servizi, assistenza, aiuti per tutte le famiglie, fatti tuoi che li hai voluti ‘sti mocciosi. Sono tuoi, ci dovevi pensare prima. Non c’è una cultura evoluta dell’infanzia, della maternità e della paternità e figliare è spesso considerato un vezzo, come prendere un cane. Lo stesso Paese che non vuole dare la cittadinanza ai figli di immigrati, che inneggia all’italianità, che resta immobile in un immaginario anni ’50, mamme sante a casa e papà padroni a faticare, lo stesso paese (ché nemmeno merita la maiuscola) ti dice che mettere al mondo nuovi cittadini è un tuo problema. Un problema privato.

Ho imparato che la vita è piena di nuovi inizi e vale la pena affrontarli tutti di petto e con coraggio, e che noi donne abbiamo davvero risorse inesplorate e una forza che non sapevamo di possedere, e che, sia che tu voglia essere madre o meno, non devi mai lasciare a nessuno il diritto di decidere per te.

Ho imparato davvero tanto in centottantuno giorni, ma la cosa più bella e tenera che mi ha insegnato Alessandro è la gioia incontenibile e profonda di vivere ogni momento come un divertentissimo gioco.
E alla mia età, ve lo garantisco, è un insegnamento davvero importante.

*Ieri questo blog ha compiuto 14 anni. A volte mi dispiace averlo abbandonato, perché racchiude più di un terzo della mia vita. Forse, per tenerlo vivo, avrei dovuto trasformarlo in un lavoro, ma ho iniziato troppo presto e, quando -anni dopo- bloggare è diventata una professione, mi sono accorta di non esserne capace.
Auguri, Malafemmena, ti voglio bene!

I cinque migliori consigli per superare la prova costume senza troppi problemi (psicologici)

Con l’arrivo dei saldi sono andata a provarmi dei costumi da bagno.
Questa frase da sola basterebbe già come “storia triste”.
A cinque mesi dal parto, causa fame mostruosa da allattamento, mi ritrovo ancora una bella panciotta cicciotta poco attraente e una sana antipatia per tutte le Belen e le Bianchebalti piattissime a tre settimane dallo sfornamento.

Impacciata nelle mie nuove forme, eccetto le tettone, che sfoggio senza pudori, ho quindi attinto alla saggezza di amiche, conoscenti e parenti per affrontare il ritorno in spiaggia serenamente.

Ecco, quindi, i cinque migliori consigli per superare la prova costume senza troppi problemi (psicologici), se sei tra le (s)fortunate che non sono ancora andate a mare.

#1 Costume intero:
comprime, sagoma, sostiene e, soprattutto, è tornato di moda. Considerata l’ampia offerta, l’importante è trovare il modello con la stoffa nei punti giusti e scartare i monokini che fanno l’effetto porchetta avvolta nello spago.
Unica controindicazione, il limite all’abbronzatura e l’effetto zebra.

#2 Pareo:
la tecnica antica, già utilizzata dalle nostre mamme e nonne, prevede di indossare il pareo per qualsiasi spostamento in spiaggia e toglierlo soltanto una volta stese sul lettino e sull’asciugamano (perché distese siamo tutte ventri piatti). È un capo versatile, pratico e spesso anche molto bello, a patto che tu non sia negata completamente come me nell’arte dell’annodatura.
La sola controindicazione è che se vuoi fare il bagno senza, devi correre come Bolt e lanciarti in acqua per non far notare le tue forme.

#3 Tintarella di luna:
la soluzione cantata da Mina è perfetta per evitare di esporre un corpo che ti fa sentire a disagio nelle ore più affollate. Vai in spiaggia dopo il tramonto. E magari portati un sacco a pelo, perché a volte arriva il freschetto.
Controindicazione, i falò e le schitarrate. Un tempo cantavamo Battisti e Baglioni, adesso devi sorbirti Benji e Fede.

#4 Digiuno:
se inizi adesso, magari perdi qualche etto prima delle ferie.
Controindicazione, puoi resistere al massimo 40 giorni.

#5 Montagna:
ma perché ti ostini a voler andare al mare? Fa caldo, c’è troppa folla, le zanzare, gli scemi con i racchettoni, Despacito al massimo volume tutto il giorno, l’odore di frittura di paranza, la sabbia nelle mutande. Vattene in montagna e hai risolto.
Unica controindicazione, potresti prendere molta più ciccia, perché ad alte quote si mangia (e si beve) molto bene.

E se proprio nessuno di questi ottimi consigli fa al caso tuo, prova a mettere in pratica il mio preferito, più difficile, ma di sicuro effetto: fregatene della linea perfetta! Ma hai visto i fisici attorno a te? Tutti abbiamo le nostre imperfezioni, che raccontano la storia del nostro corpo. E tutte le storie sono interessanti perché sono uniche.

 

Il nuovo indissolubile plurale

Famiglia

Sono cresciuta in una famiglia allargata di zie, zii, cugini, vicini, compagni, amici inseparabili e nonni anziani.
Mio padre è andato via di casa quando ero così piccola che non potevo nemmeno ricordarlo, inadatto o solo disinteressato a essere genitore, eppure mia madre ha riempito ogni spazio vuoto lasciato da lui, ogni assenza. Perché sono convinta che non siano fondamentali, seppur importanti, i ruoli, che non sia necessaria in assoluto la coppia, quanto l’attenzione, la presenza, la pazienza infinita, l’amore amore amore amore amore incondizionato.
Quando abbiamo deciso di avere un figlio, io e lui che non abitavamo nemmeno insieme, che passavamo le giornate concentrati sulle nostre pagine, le mie parole e i suoi disegni, che eravamo abituati a pensare al singolare, a cercare continuamente noi stessi, ad affrontare il mondo con due sole mani, perché abbiamo sempre faticato a chiedere aiuto, ad amarci con passione e paura, con il terrore continuo di perderci e di soffrire ancora come in passato, quando abbiamo deciso di avere un figlio ci siamo chiesti spesso, spessissimo, come avremmo fatto a essere una famiglia.

Quello che abbiamo imparato, umilmente e faticosamente, è che l’amore non basta. Un neonato ha bisogno di tempo (tantissimo), di attenzioni particolari, di spazio, di abitudini, continue abitudini, di ascolto, pazienza, abnegazione, serenità, sorrisi, carezze, forza fisica, resistenza. Ha bisogno di voci allegre, di stimoli, di esempio e di presenza.
Abbiamo dovuto trasformare i nostri due singolari in un nuovo indissolubile plurale.
Prima eravamo 1+1 e adesso siamo 3.
Abbiamo capito che una famiglia non è un incastro di più vite, ma una vita comune completamente nuova, in cui tutti restano individui, sia chiaro, in cui io sono Dania e lui è Maurizio e il piccolo è Alessandro, ma nella quale la gestione del tempo diviene comune, le ore non si sovrappongono più, ma si mescolano, in cui, per un periodo forse più lungo di quello che avremmo immaginato, noi verrà prima di io.

Non è sempre facile.
È facile amare Alessandro, quello sì, commuoversi per i suoi piccoli traguardi, desiderare il suo benessere, giocare con lui, baciarlo, nutrirlo, coccolarlo. È facile volere bene, ma è faticoso cambiare abitudini, soprattutto per due adulti come noi, che hanno lasciato i vent’anni da un pezzo e con loro la capacità di ambientazione.
Non date ascolto a chi dice che viene tutto naturale, a chi vuole farvi credere di non aver fatto fatica, a chi vi giudica perché avete timori o paure, a chi confonde la vostra stanchezza con il poco affetto, a chi vuole farvi sentire incapaci perché affrontate pieni di dubbi la trasformazione in genitori. L’unico modo per essere una buona famiglia è rassegnarsi all’idea che ogni suo componente è un essere umano, il cucciolo che state crescendo e voi due che state imparando, perché solo ammettendo di non essere infallibili sparirà la sensazione errata di non essere bravi papà e brave mamme.

Ogni giorno ci chiediamo se saremo mai all’altezza, se nostro figlio si sentirà amato come avremmo voluto essere amati noi. E ogni giorno non possiamo fare altro che arrivare fino al nostro limite e poi aggiungere un altro piccolo passo in più.

*La bellissima foto è di Nicola Mazzon.

Come nasce una mamma

Fino a un paio di anni fa, non avevo mai immaginato che un giorno avrei avuto un figlio.
Non era nei miei progetti, un po’ perché ho sempre avuto l’indole da Erode, perennemente a disagio con gli esseri umani in miniatura, e molto perché ho cercato a lungo e a fatica la mia identità, me stessa, in innumerevoli viaggi, lavori, amori, e pagine scritte e lette.
Un paio di anni fa sono stata felice per la prima volta, la prima in tutta la mia (abbastanza) lunga esistenza; felice davvero, senza frustrazioni professionali, senza paura del tempo che passa, senza patimenti sentimentali, senza fisime sul mio aspetto fisico, senza il terrore di non riuscire ad arrivare a fine mese. E allora è arrivato, il desiderio, il bisogno di creare, finalmente, una storia in carne e ossa, un libro di cellule e DNA, una vita nuova.
La mia è stata una gravidanza serena e facile, nonostante l’età, perché essere una “mamma over” ha i suoi lati negativi, nei numerosi esami, nell’apprensione, negli stupidi volantini del Fertility day che ti ricordano che le ovaie hanno una scadenza, nei tempi di recupero più lenti e nel lavoro, che con l’età diventa più pieno di responsabilità e più facile da perdere.
Durante i mesi di attesa, non ho mai immaginato l’aspetto di mio figlio, non ci sono mai riuscita, ma mi sono sorpresa ad amare il mio corpo che cresceva, che si moltiplicava, che incubava.

Ero una donna incinta, ma sempre io, concentratissima sulla mia professione, sulla pianificazione dei mesi futuri, sui miei impegni, gli affetti, i gatti, la palestra, il parrucchiere, i miei libri e le serie tv, il tempo, scandito con una placidità ormonale da manuale.

Ho iniziato il travaglio all’alba e partorito Alessando alle 15:08, dopo un’espulsione lunga e dolorosa, perché il piccolo aveva una mano sul viso, in una di quelle pose buffe che ripete spesso e che lo fanno già sembrare un piccolissimo, minuscolo adulto.
Quando me l’hanno appoggiato sulla pancia, dopo l’ultima spinta e le grida che hanno sentito tutti, anche in reparto due piani più su, quando, dicevo, me l’hanno messo sulla pancia, sporco, fragile, violaceo, avvolto in un telo verde e anonimo, lui ha aperto appena gli occhi e il tempo si è fermato.
Non per metafora.
Il mio tempo, la sua percezione, lo scorrere, il tictac si sono bloccati di colpo. Le ore duravano minuti, i minuti duravano ore, c’era il giorno e la notte e poi la notte e poi il giorno e tutto era nella nostra bolla, io e lui, il mio terrore e il suo stupore, i miei sorrisi e i suoi sguardi, le sue gambine magrissime e i miei capelli sporchi, l’emozione e l’ansia, la tenerezza infinita e il mal di schiena, i capezzoli dolorosi e i pianti disperati, l’odore – mioddio! – l’odore di bimbo, la sensazione di essere vuota, a metà, di aver recuperato il mio corpo, ma di aver perso potenza.
Sono stata dimessa in anticipo e sono rientrata a casa mia due sere dopo.
Appena ho messo piede nella mia camera da letto, sola, mentre il pupo riposava nella navicella del passeggino in salotto, mi sono seduta sul letto e ho pianto. Ho singhiozzato moltissimo. Perché mi è stato chiaro, con una spiazzante lucidità, che la vita che avevo vissuto fino ad allora, fino alla corsa in ospedale, si era conclusa.
Non ho pianto per tristezza o disperazione, ma per quella dolce e malinconica nostalgia che si prova quando finisce un viaggio bellissimo e lungo, in cui ti sei divertito e sei cresciuto, ma che sai che non poteva e non doveva durare ancora.

C’è un momento in cui nascono i figli e uno in cui nascono le mamme. Il mio è stato lì, quando ho messo piede nel mondo prima di lui e mi sono accorta che i confini erano cambiati, che gli oggetti avevano un nuovo significato, che i miei sensi erano tesi verso un essere umano che non sono io, che il mio tempo non mi apparteneva più, ma era diventato nostro, come nostro era stato il mio corpo per quei lunghi mesi passati.

Ti raccontano che esiste un istinto materno, che l’amore per un figlio è a prima vista. Quello che io ho capito è che l’istinto non ha a che fare con l’amore, ma con il senso di protezione. L’amore, il sentimento, arriva dopo, si insinua subdolo in ogni poro e prende il posto della paura e del senso di inadeguatezza.
I figli appena nati spaventano, perché non li capisci, perché resti sveglia anche due giorni e due notti per controllare che respiri mentre riposa, perché non sai se piange perché ha fame, freddo, caldo, noia, terrore, perché alcuni gesti non ti vengono istintivi, perché sei impacciata mentre lo cambi o lo lavi le prime volte, perché quando rimetti piede fuori casa col passeggino hai ancora male in ogni centimetro di muscoli e ossa e senti che non ce la farai mai a difenderlo da tutto, dal clima, dalla città, dall’umanità.
E invece poi ce la fai.
Lo difendi e lui cresce. Lui cresce e tu lo capisci e iniziate a dialogare a piacervi a riconoscervi.
Una mamma nasce quando si accorge che il tempo si è fermato, immobile, e poi è ricominciato ed è un tempo nuovo, che scorre per due cuori che un tempo battevano nello stesso torace.

Alcune mamme nascono prima di avere figli, altre in ospedale, quando viene reciso il cordone, altre ancora più in là, solo quando i piccoli cominciano a parlare o a camminare, e altre non lo diventeranno, ma vivono vite degne e felici.

Poi ci sono le mamme come me, che non l’avevano immaginato mai, che nascono piangendo abbracciate a un cuscino quando realizzano che le fini sono sempre inizi e che ogni volta che termina un viaggio si ha un bagaglio più grande e pieno per l’avventura successiva.

Figlio mio amatissimo

Il segreto, figlio mio, sta tutto nel saper contare. E io sono sempre stata brava a contare, le biglie di vetro, i vestiti delle Barbie, gli amici invitati alle feste di compleanno, i giorni che mancavano alle vacanze di Natale, i voti a scuola, i minuti di ritardo dei treni, le calorie, le pagine dei libri che avevo già letto e quelle che avevo già scritto, i secondi che riuscivo a stare in apnea sotto l’acqua del mare, i passi per raggiungere la casa di chi ho amato, gli esami che mancavano alla laurea, i giorni di ferie accumulati, le serie di addominali, i risparmi per partire in quei viaggi senza biglietto di ritorno, le lettere di carta ricevute dalle amiche, le paia di scarpe che non entravano più nella scarpiera, i bicchieri di vino per riuscire a restare ancora in piedi.
Ho contato tanto nella vita, da quando i numeri hanno iniziato ad avere valore, e quando i giorni di ritardo sono diventati sei, sette, otto, ho iniziato a contare per te.

Ho contato le settimane, i giorni, i mesi, i chili presi, le gocce di vitamine, le ecografie e le vasche in piscina che facevo sempre più lentamente. Ho contato i battiti, i singhiozzi, i tuoi calci, le volte che rispondevi alle fusa dei gatti appoggiati sulla pancia e quelle altre che sembravi addormentato da così tanto tempo.
Ho contato le contrazioni, le prime leggere, impercettibili, con il sudore freddo sulla schiena e la paura e l’entusiasmo, ho contato i minuti, mentre gridavo china sul lettino della sala parto, e le ore, le spinte, infinite, i respiri, le grida, le lacrime.
Ho contato le dita delle tue mani e dei tuoi piedi fino a farmi venire mal di testa, il numero delle lunghissime poppate, il tuo peso che cresceva un grammo alla volta, i centimetri delle tue gambine magre, i body avuti in regalo, i giorni delle visite mediche, i minuti per sterilizzare i tuoi oggetti, quelli per tirarmi il latte, quelli di sonno che mi concedevi prima di tornare violentemente a vivere sveglio, sveglissimo.
Ho contato i tuoi sorrisi perfetti, fino a perderne il conto e a perdermici dentro, le carezze leggere che mi hai dato per sbaglio, sgranando gli occhi sorpreso, gli oggetti che piano piano hai afferrato, le volte che ti sei toccato da solo i piedini, i ciucci che hai voluto e quelli di cui non vuoi sapere niente.
Mi sono messa a contare ogni momento della tua vita, perché i numeri mi aiutano a stare ancorata alla terra, perché mi ricordano che c’è più vita di quanta non ce ne sia mai stata, che non c’è tempo per le delusioni, per perdersi nei progetti andati a male, nelle cose perdute. I numeri mi aiutano a farti essere, e tu sei qualcosa che non riuscivo a immaginare, potente, fragile, spaventosa e bellissima. Tu sei milioni di cellule perfette messe insieme, cromosomi che mi somigliano, sei il primo e l’ultimo pensiero, sei lo zero e l’infinito. Tu sei l’innamorato che non si può dimenticare mai.

Il segreto, figlio mio amatissimo, è tutto nel saper contare.
E tu potrai contare tutta la vita, tutta, su di me.

Libri in attesa: Le ragazze di Emma Cline

-Che hai fatto in tutti questi mesi, Dania?
-Sono andata a letto presto. Ah, e ho letto tanti libri.

Avevo immaginato una gravidanza diversa, piena di progetti portati a termine, viaggi, cose da fare e persone da vedere perché poi non avrò più il tempo di, lavori accumulati per guadagnare il più possibile, soggetti da completare e spedire agli editori per assicurarmi di non essere dimenticata troppo presto. Non ce l’ho fatta. Ho scritto e pubblicato il mio ultimo romanzo durante i tre mesi di nausee, ho passato una bellissima estate al mare a non fare assolutamente nulla, ho lavoricchiato, ho visto amici, ho fatturato quello che ho potuto, sono ingrassata, ho preparato il nido, sono ingrassata un altro po’ e lo sto ancora facendo.
I libri mi hanno fatto compagnia nelle giornate lunghissime in cui non potevo correre/saltare su un aereo/fare sforzi/bere vino, alcuni divorati in un pomeriggio, altri trascinati a lungo in giro per i caffè della città, altri ancora abbandonati dopo poche pagine.

Vi racconto quelli che più hanno alimentato sogni e incubi di queste notti lunghe, sperando che vi venga voglia di leggerli o di non leggerli mai, perché così dovrebbe funzionare con le storie: non tutte devono essere per forza vissute da noi impavidi ed esigenti lettori.

Pronti per la mia (breve, lo giuro!) lista? Cominciamo.

Le ragazze

Sono una lettrice snob e come i miei simili ho un’avversione per i successi annunciati, mi provocano un dolore quasi fisico, simile all’orticaria e all’alluce che si schianta contro il bordo del divano. Se lanci un romanzo dichiarando che è “il libro dell’anno” e magari siamo al 6 gennaio e non l’ha ancora letto nessuno, mi fai venire voglia di non acquistarlo e sfogliarlo mai mai mai.
Le ragazze di Emma Cline (Ed. Einaudi, 18 euro) era destinato a essere uno dei titoli che non avrebbero mai trovato rifugio sui miei scaffali, esordio di un’autrice poco più che ventenne “taggato” già in fascetta come capolavoro, piazzato strategicamente nei posti migliori delle mie librerie di fiducia e consigliato da tutte le persone del cui giudizio mi fido pochissimo. E invece…

Evie, fresca adolescente annoiata, figlia di una madre benestante e new age e di un padre patetico che lascia tutto il poco che ha per un’amante più giovane, è in cerca di attenzioni. I suoi quattordici anni le calzano male come un vestito preso in prestito e ha una fretta molesta di emozioni, cambiamenti, amore. I giorni si susseguono uguali e noiosi come il ritornello di una canzone brutta, fino a quando non incontra le “ragazze” in un parco cittadino,  capelli lunghi, vestiti corti, sfacciate, terribili e si lascia trascinare da loro in quella che le sembra essere la vita vera. Finisce al ranch, una comune tra le colline, zozza e libertina come i meravigliosi anni ’60 ormai al tramonto, guidata dal carismatico Russell, wannabe musicista e improvvisato santone che gode della venerazione di molti seguaci. La storia è un déjà-vu, se come me avete visto in una sola settimana tutte le due stagioni di Aquarius e avete googolato tutto lo scibile su quelle simpatiche canaglie di Charles Manson e i suoi scagnozzi: il crescendo di rabbia e frustrazione, il delitto famoso, le donne che eseguono e il guru che fa da mandante, la droga, il sesso, il sangue.
I fatti sono quelli della triste cronaca, quello che colpisce, però, è il punto di vista, il racconto di un’adolescenza da cui forse non ci emancipiamo mai, le sensazioni della fatica e dello stupore di vivere che subiamo a quindici anni e che forse segnano davvero tutto il resto della nostra esistenza.
Ho rivissuto emozioni (spesso sgradevoli) che avevo rimosso, così attenta come sono stata a seppellire il disagio provato ere geologiche fa di non essere più bambina e non essere ancora adulta.
Ho gradito meno la retorica che ogni tanto affiora sul bisogno delle donne di seguire un uomo comunque e ovunque, ma ho cercato di circoscriverla al tempo storico in cui è ambientato per la maggior parte il romanzo.
E poi, Emma Cline scrive dannatamente bene!
Siamo sicuri che abbia solo 24 anni? Che il traduttore non sia intervenuto per rendere più gradevole un testo acerbo? Che non ci sia troppo cesello di un bravo editor, dietro? Perché quando incontro penne così felici, anche se la trama non mi toglie il fiato, non riesco comunque a staccare gli occhi dalle righe (e ho bisogno di tanto zucchero per rimettere in sesto la mia autostima).
A quell’età il desiderio era spesso un atto di volontà” e “c’era solo la soffocante, perenne presenza di me stessa, una compagnia stupida e disperata” sono solo un paio delle frasi che ho sottolineato, che riassumono perfettamente il mio pensiero su quel periodo della vita che non ho amato per nulla (povero figlio mio, quando ci arriverai!).

Un romanzo che consiglio, scorrevole, potente, con una storia non troppo originale, ma di sicuro gradevole.
Se il mondo fosse un posto giusto, l’autrice dovrebbe aspettare almeno la mia età per pubblicare un altro bel libro (e non farmi sentire ormai troppo vecchia).

Il prossimo anno non avrò paura

Tra un mese e mezzo (o poco più) diventerò una mamma.
Già questa mi sembra una novità enorme, emozionante e terrificante, dell’anno che verrà.
I dodici mesi appena trascorsi mi sono sembrati lunghissimi, infiniti, faticosi come una strada in ripida salita e allo stesso tempo veloci, effimeri, leggeri.
Sono stata bene, quasi sempre, nel corpo, nella mente e nel cuore. È stato un anno adulto, con il calendario alla mano, le scadenze, le idee, i programmi, le analisi del sangue e delle urine, i riavvicinamenti e gli addii per sempre, le ansie, gli entusiasmi, l’azzardo, i rischi, i ritorni a casa.
Sono soddisfatta di quello che ho fatto, delle scelte che ho preso, dei lavori che ho concluso, anche se inizio a soffrire la mia incapacità di arricchirmi, la mia poca abilità nel vendermi, il mio appassionarmi a progetti bellissimi, ma non remunerativi, l’aver scelto di vivere di arte e, per questo motivo, arrivare sempre con l’acqua alla gola a fine mese. Mi sarebbe servita un po’ di fortuna in più, perché è sempre la fortuna il tassello che manca, e qualche santo in paradiso, che potesse presentarmi le persone giuste, gli ambienti giusti.

È stato un anno bello, pieno di amore e lacrime, di idee, amici, viaggi in treno, libri scritti e libri letti, di film e telefilm, di bagni a mare, di piatti di pasta, di sonno e insonnia, di promesse che dicono “per sempre”. Un anno in cui sono riuscita a distinguere il fuori e il dentro, il mondo esterno e interno, in cui ho avuto speranza quando tutto sembrava diventare buio.
Il prossimo sarà l’anno dell’incertezza, della novità, del dubbio, dell’emozione. Spero di essere all’altezza. Spero di riuscire a scrivere e continuare ad avere la fiducia di editori, librai, lettori. Spero di riuscire a ridere, quando tutto mi sembrerà difficile. Spero di riuscire a rimanere a galla, quando le onde si faranno troppo alte. Spero di essere amata e di amare ogni giorno.

Spero di essere ancora felice.

Il prossimo anno non avrò paura.

Buon 2017!

Buon 2017

 

Il peso delle parole non dette

In questi mesi avrei voluto scrivere tante cose, essere l’ennesima voce che commenta e racconta, dire la mia su quello che accadeva (fuori e dentro), ironizzare sulla condizione in cui mi trovo, prendere parte, sentenziare, argomentare. Eppure, di fronte alla pagina bianca, mi sono sempre detta che non era ancora il momento giusto. Ho scritto troppo, negli ultimi anni, di cose personali o meno, per lavoro, per scelta, per soldi, per disperazione, non sempre per necessità, ma molto spesso per obbligo.

Mi sono sentita, negli ultimi mesi, come se dovessi reintegrare i liquidi dopo un’enorme sudata di parole. Avevo bisogno di ricaricarmi, nonostante il riposo mi facesse sentire in colpa (chi di voi corre, lo capisce. Quando non puoi farlo per far riprendere i muscoli, vivi quella strana sensazione di stare facendo un torto a te stesso, anche se, invece, ti stai volendo bene).

Ho pensato moltissimo e letto e parlato e cantato tanto, però. Ho fatto progetti. Ho carezzato la pancia e i gatti. Mi sono guardata da fuori e sono riuscita a intuire i miei confini, gli spazi di manovra, le possibilità di crescita e quello che invece non potrà funzionare, perché è troppo tardi o perché non è mai stato il momento giusto.

Stamattina mi è tornata l’urgenza di tracciare righe, vuoi perché il libro nuovo dovrà essere a un buon punto quando diventerò mamma (e il mio tempo sarà monopolizzato da cacca, nanna, poppate, sorrisini e amore incommensurabile), o perché le dita sono finalmente pronte a percorrere nuovi chilometri.

Mi ha fatto bene non dire per un po’, rende tutto più necessario e ragionato. Ho capito che devo farlo più spesso, un passo indietro dalla valanga di opinioni.

Auguro anche a tutti voi di avere il vostro lungo periodo di silenzio in cui ritornare a essere in forma, mentalmente, spiritualmente.

Non abbiate sempre fretta di esprimervi, risucchiati in una interrotta, travolgente e angosciante conversazione: a volte sono le parole non dette a pesare di più.

E considerati i chili che ho preso negli ultimi sei mesi, non mi sembra nemmeno poi tanto una metafora.

Donnissima in Puglia

Con il tour pugliese, termina, per il momento, la promozione di Donnissima (la mia panzona ormai è troppo grande per continuare a girare come una trottola).

Vi aspetto stasera alle 20 a Taranto.

Donnissima a Taranto

Domani, venerdì 11 novembre, sarò invece a Rutigliano (Ba).

Donnissima a Bari

E sabato 12 sarà il momento di Andria, ospite della rassegna “Le amiche per le amiche”.

Vi aspetto numerosi, per abbracciarsi, ridere, mangiare taralli e parlare di libri. A tutti i partecipanti, darò i numeri vincenti del lotto.

Donnissime a Milano

Amiche e amici milanesi, se la “fescion uik” non vi ha risucchiato anche l’anima, ci vediamo domani, venerdì 23 settembre, alle 18.30 al Mondadori Megastore di via San Pietro all’Orto per chiacchierare di Donnissima, il mio nuovo favoloso romanzo.

Insieme a me, Mafe De Baggis, che in gergo chiamiamo una “femminona”.

Vi aspetto tutti per festeggiare insieme. Segnatelo subito sulla Smemo!

Presentazione Donnissima

E se siete curiosi di sapere di cosa parla il libro, ve lo racconto in sei minuti in questo video.