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Pensa se

Pensa se, anni fa, ti avessero detto che un giorno non ti saresti liberata più dei tuoi fantasmi, che avresti incontrato il tuo passato in tutto il tuo futuro, che non avresti più avuto la possibilità di dimenticare una faccia, di rimarginare una ferita.

Pensa se ti avessero detto che un giorno saresti inciampata, tuo malgrado, nelle foto felici in cui non compari, nei racconti allegri di chi ti ha ferito senza ferirsi, nei resoconti dettagliati ed esibizionisti di amori che potevano essere tuoi.

Pensa se ti avessero detto che la vita di chi non vuoi più nella tua vita ti sarebbe apparsa davanti, che i gradi di separazione sarebbero spariti, che nessun posto sarebbe stato abbastanza lontano e abbastanza protetto, che, nonostante la distanza, avresti vissuto nello stesso spazio stretto e fluido di chi ti ha spezzato il cuore.

Pensa se ti avessero detto che un giorno saresti stata vittima dei social network.

Avresti sicuramente pensato «bella merda!».

Come Forrest Gump

Da quel giorno lì che ho sentito la frattura, ho iniziato a correre prima che la crepa si allargasse troppo.

E più correvo più si allargava e io mi dicevo devo andare avanti, non mi devo fermare, non mi devo fermare.

Da quel giorno che ho sentito che tutto si era rotto, ho iniziato a correre e avrei voluto trascinarti per mano e farti correre con me e non farti cadere nella crepa e dirti salta, salta adesso che ce la possiamo fare e non dobbiamo fermarci, non dobbiamo fermarci.

Da quel giorno lì che ho sentito quel boato, che era dentro, proprio in fondo, e io pensavo che si fermasse il mondo, invece era un rumore assordante solo nel mio troppo silenzio, ho iniziato a correre e non sono riuscita, non ce l’ho fatta, a dire tutto, a finire tutto, a chiudere tutto, a salvare tutto.

Ogni tanto mi dicevo devo tornare indietro e continuavo a correre e poi mi giravo e mi dicevo ma forse anche lui, anche loro mi corrono dietro e vogliono raggiungermi e non mi lasceranno sola.

Da quel giorno che ho sentito che era il momento, che niente sarebbe più stato lo stesso, che non ce l’avevo fatta, che non c’era salvezza, non c’erano ritorni, ho iniziato a correre e ho corso così tanto che non avevo più fiato e non avevo più forze e non avevo più strada e non avevo più meta.

E poi oggi mi sono ritrovata così, a correre senza fermarmi, in Corso Buenos Aires e c’era un caldo torrido e c’era la folla che mi passava accanto e c’erano cose che avevo già visto e niente mi apparteneva ed era un luogo anonimo e largo e con troppa luce.

E allora mi sono fermata. Ché se corri e corri e corri per mesi, tra le macerie, tra il vuoto e il troppo pieno, e poi ti ritrovi lì, in questa Milano che è sempre di tutti e di nessuno, in cui non ti senti mai estranea e mai a casa, piena di cose da fare e con poche persone a cui dire, se corri e corri per mesi e ti trovi, col mal di piedi e con la testa piena, in Corso Buenos Aires, con la canicola e i pensieri ammassati e senza nessuno che ti aspetta e senza nessun impegno, se corri e corri, poi dici basta, ho corso troppo, adesso basta.

Ho corso abbastanza per sfuggire a tutto e ho lasciato tutto alle spalle e ho perso tutto e correndo ho trovato cose nuove, ma non le ho portate dietro con me, perché correndo devi stare leggera, senza bagagli, senza fardelli.

Ho corso abbastanza e mi fermo.

Sono un po’ stanchina.

Un po’ funziona

Per sopravvivere, tutta la vita, mi sono sempre aggrappata ai pensieri felici.

Il pensiero felice è quello che, mentre nuoti in un mare di escrementi e la vita non va e il lavoro non va e i soldi non ci sono e la salute c’è e non c’è e l’amicizia boh e i chili di troppo e la malinconia, lui, il pensiero quello felice, ti tiene a galla, ti separa dal brutto, ti rasserena, ti fa avere speranza.

Il pensiero felice è quello che ti fa sorridere all’improvviso, quello che ti racconti la sera, prima di andare a dormire, quello che, quando proprio non ce la fai più, ti fa fare un passo e poi un altro passo ancora.

Il pensiero felice è il rifugio, è il nascondiglio, è il momento in cui non avere paura.

Per sopravvivere, tutta la vita, mi sono aggrappata ai pensieri felici.

Poi finivano e ne arrivavano di nuovi. E poi finivano e poi arrivavano.

A volte i miei pensieri felici erano persone, e le persone sono i pensieri più felici e i più fragili e, andando via, trascinano lontano sorriso e speranze.

I giorni senza il pensiero felice sono quelli in cui dormi male, in cui non hai voglia, in cui non pensi a domani, ma solo a ieri.

Ci sono questi giorni qui e il pensiero felice ancora non arriva.

Allora mi aggrappo al vino e ai saldi.

Un po’ funziona.

Aspettando

Sono passati sei mesi.
Lavoro molto meno, faccio cose che mi piacciono molto. Guadagno più o meno lo stesso, ma è tutto pagato a novanta, centoventi giorni. Scrivo tanto, leggo meno di quello che vorrei, parlo molto, viaggio sempre, tutte le settimane, più volte alla settimana, prendo treni, dormo da amici, dormo in hotel, dormo in monolocali in prestito. Quando riesco. Per il resto non dormo, prendo sonniferi, se li dimentico sto sveglia, guardo gli oggetti, penso, ripenso, rifletto, penso, ricostruisco.
Esco con persone che non frequentavo da anni, esco con persone che non avevo mai visto. Bevo, mangio poco, faccio sport, provo a non ingrassare di nuovo, provo vestiti, compro vestiti, pago con la carta, controllo il saldo della carta.
Cerco casa, torno a casa, compro casa, vendo casa, pago affitti, pago spese.
Sono passati sei mesi e ho vissuto tre vite.
Ho cambiato la pelle, svuotato la testa con un cucchiaio da zuppa. Ha fatto male, malissimo. Adesso lascio che si asciughi prima di riempirla di nuovo.
Sono passati sei mesi dall’inizio della nuova vita, ma proprio tutta nuova e che fatica! e che difficile! e il senno di poi sempre col fiato sul collo.

Sono passati sei mesi – ecchecazzo! – e ho pianto, sospirato, fatto strage di fantasmi, pulito, aperto le finestre, comprato sandali nuovi, visto il mare, fatto spazio, comprato vino buono, pettinato i capelli, lucidato le labbra.

Adesso mi siedo e aspetto le cose belle.

Una buona notizia

Il fatto è che, non so come spiegarlo, ma a un certo punto vivi. Perché la vita non è fatta solo di felicità e tristezza. È fatta di aprire gli occhi, di dormire, mangiare, lavorare, ah! lavorare, di comprare cose, sudare, correre, leggere, bere, camminare. A volte vivi innamorato, altre infelice, altre stanco, altre disperato. A me è successo che pensavo che si sarebbe fermato tutto, che senza l’amore, senza quella passione che mi chiudeva lo stomaco, senza gli abbracci, senza le parole, sempre le stesse, sul mondo immaginato insieme, senza te, lui, lei, gli altri, io non avrei vissuto.

E invece vivo. E faccio fatica come faticano tutti quelli che vivono il prima e il dopo, come faticano quelli che si chiedono cosa sto facendo?, come faticano tutti quelli che hanno avuto il cuore pieno e poi vuoto e poi pieno e poi di nuovo vuoto.

Invece vivo, pensa. Io non ci avrei creduto. E non è che si stia proprio bene, insomma, a vivere così. Si vive.

Ed è già estate, però.

Io penso sia una buona notizia.

Più di così

Succede che, nel confidarci le nostre ombre, nel confessare i nostri quotidiani chiaroscuri, nel raccontarci tutti i giorni i nostri grigi, ci appaia, per caso, un nero nero che stona o un bianco troppo brillante.

All’improvviso, le sfumature che amiamo del nostro prenderci e darci ci appaiono colori netti, senza possibilità di interpretazione.

E chi lo sa perché non ci fermiamo nemmeno a chiederci se è la luce a essere cambiata, se la prospettiva, se basta spostarsi un po’ per ritornare a vedere i volumi fumosi, il tratteggio irregolare del nostro stare insieme.

Vediamo solo il nero, solo il bianco e non abbiamo voglia di parlarne, di chiarire.

Ci prende quell’accidia dolorosa, che preferisce lasciar perdere, che preferisce stare male e puntare il dito, che preferisce accusare, senza riparare. Preferiamo continuare a vedere il nero e il bianco e non vediamo più i nostri meravigliosi grigi e non ci parliamo guardandoci negli occhi, cercando le gradazioni nei sorrisi.

Preferiamo continuare a vedere il nero e il bianco e a raccontarci che fa male, senza provare a spostarci nemmeno un po’ per ritrovare la tonalità che non ci spaventa, che non ci allontana.

Ha preso anche noi quell’accidia dolorosa e a volte penso che potevo fare un passo avanti, che tu potevi fare un passo indietro, che si potevano mischiare i colori e farne di nuovi.

E poi mi dico che per vedere i grigi perfetti, per non aver bisogno di fissare un limite coi neri e i bianchi, per riuscire a rimanere in quelle ombre delicate e leggere forse bisognava essere persone diverse, forse bisognava volerci più bene di così.

Ci ha preso quell’accidia dolorosa di chi non ama abbastanza per sporcarsi le mani col colore, per mischiare il nero e il bianco, per gridare e piangere fino a vomitare tutto, svuotarsi, ripartire.

E siamo rimaste così, con il peso delle nostre ombre avvinghiate ai corpi, con i colori netti che non sappiamo usare, con il rimpianto di non aver detto, con la nostra versione testarda dei fatti, con l’odio impotente di chi non ha saputo volere bene, di chi non ha saputo voler più bene. Più bene di così.

Campo minato

Il tempo ha fatto un po’ il suo dovere. Non tutto, perché il tempo è così, è pigro, distratto, crudele.

Ma c’è la primavera ed esci di casa e sei anche andata al mare e hai comprato vestiti nuovi e sei magra come a vent’anni e non piangi quasi più e hai gli occhi lucidi e sei sempre insieme a un’amica, perché temi che la solitudine infame possa scipparti nuovamente il cuore.

Sei di nuovo in equilibrio e, a guardarti da fuori, sembri quasi quella che eri, dietro il viso un po’ scavato, dietro lo sguardo sfuggente di chi cerca ancora intorno, distrattamente, un po’ della vita che non ha vissuto.

Ci sei tu e poi c’è il mondo, che non ti ha aspettata ed è andato avanti e tu impari le cose nuove e quello che è successo e chi e cosa e come e torni nei posti e sembri una che rientra da una guerra e la gente ti chiede ma come stai? e tu hai imparato che non devi raccontare davvero come stai, che alla gente un po’ frega, ma soprattutto no, allora riassumi i tuoi mesi di devastazioni interiori in due frasette e poi ci metti l’ironia, così non trapela che, tra il rimmel e il tacco 12, hai un sacchetto di sfilacci che pulsano in mezzo al petto.

Torni nei posti, ma non in tutti e segui percorsi nuovi e poi ti informi e fai la disinvolta e chiedi ma chi ci sarà? e poi memorizzi e decidi e accetti o rifiuti.

Prima dello scoppio del cuore andavi da A a B seguendo il percorso più breve, in linea retta. Adesso, per arrivare da A a B, fai il giro del mondo, aspetti l’ora giusta, eviti determinati luoghi, procedi a zig zag, cambi idea, torni indietro, non vai, anzi vai, prendi il tram al posto della metro, prendi un taxi, rinunci.

Le persone diventano esplosive e tu eviti le mine e cammini guardandoti sempre i piedi e sei pronta a correre, a saltare, a scappare, a nasconderti.

Le persone diventano esplosive e tu decidi di tenerti alla larga da quelle che possono far saltare le tue nuove pareti e non hai voglia di ricostruire ancora e non sei ancora un bunker così resistente da rimanere immobile e serena, con la tua birra in mano, al centro di campo minato.

Le persone diventano esplosive e ti difendi dalle persone e le città sono abbastanza grandi per non saltare ripetutamente in aria.

Le persone diventano esplosive e tu, a volte, sei tentata di e ti avvicini e dici no, non fa male, anche se sai che farà un fottuto male cane e tu rantolerai e crollerai e dovrai ripartire ancora e ti mangerai le mani fino ai gomiti.

E parti da A per arrivare a B e ci arrivi in ritardo e hai fatto un percorso lungo e, a ogni angolo, quel che resta del cuore ti è saltato in gola e hai benedetto e maledetto il caso e la fortuna e hai evitato i pericoli e sei stata brava nel difenderti dagli altri e sei stata brava nel difenderti da te stessa e sei stata brava nel difenderti dalla mina più pericolosa, la nostalgia.

Va bene così

Ogni tanto, i miei monologhi interiori si trasformano in dialoghi.

Succede mentre cammino ascoltando la musica che mi fa bene e quella che mi fa male, mentre sono seduta sul divano, in silenzio, mentre mi sveglio di notte, all’improvviso, con il respiro affannato, mentre sono distrattamente in compagnia, mentre prendo il treno per farmi dire le faremo sapere, mentre sono seduta sull’erba a un concerto.

I dialoghi interiori hanno parole perfette e se non sono perfette basta solo ripeterli, cambiando un sì in un no, un no in un forse, un forse in un mi manchi, un mi manchi in un sorriso.

Nei miei dialoghi interiori a volte mi dico cose che non vorrei sentirmi dire, ma di cui ho bisogno, per allontanare il dolore atroce dei silenzi, il vuoto degli addii senza sguardi.

Nei miei dialoghi interiori a volte parlo con te e mi accorgo che quasi non ricordo la tua voce e penso che va bene così, perché nei dialoghi interiori non ci sei, ma parlo con me stessa, con l’io che aspetta e non si rassegna, con l’io che non dimentica e non riesce mai a dormire.

E parlo con me stessa, che sei tu e sono tanti altri che non ci sono più, e ogni volta dico quello che avrei voluto dire e non ho potuto, quello che avrei potuto dire e non ho voluto, quello che mi succede e tu non saprai mai e va bene così.
Va bene così.

Aspettami lì

E sì, avevi ragione.

Respiro dopo respiro, come in quel film che ti piace tanto.

Si sopravvive a tutto, ai lutti, agli abbandoni, ai rifiuti, agli amori finiti, agli amori non corrisposti.

Avevi ragione a dire che continua a fare male, ma che poi ci si abitua, ci si affeziona al nostro dolore e stiamo lì per tanto tempo a misurare quanto riusciamo a reggere, quando possiamo premere sulla ferita fino a raggiungere il limite della sopportazione.

Avevi ragione a dire che quelli come noi non riescono a odiare, ma nemmeno a dimenticare, vogliono capire e cercando di capire si fanno ancora più male, si prendono sulle spalle tutto il peso del mondo, lasciano gli altri vivere mentre loro scavano per trovare le cause, per trovare l’inizio della matassa che blocca la gola.

Avevi ragione a dire che ho fatto le cose giuste e ho sbagliato comunque e che bisogna perdonarsi e che poi non c’è più nulla da fare e non ci saranno seconde occasioni, ma solo nuove occasioni.

Avevi ragione a dire che certe persone ci fanno male, nonostante ci abbiano fatto stare bene, che bisogna imparare a chiedere, a cambiare, a concedersi tempo, tutto quello che ci serve.

Avevi ragione come se avessi già percorso questa strada, quasi fino alla fine.

Vuol dire che non ci sono troppi pericoli più avanti.

Aspettami lì.

Il tuo epicentro

Nella vita ti capitano i terremoti dentro.

I terremoti dentro sono come i terremoti fuori, hanno meno polvere, ma le stesse macerie, lo stesso silenzio improvviso, lo stesso boato assordante.
I terremoti dentro lasciano macerie, cocci, cadaveri di persone amate, voragini nelle pareti del cervello e del cuore, cani randagi che girano annusando l’aria, ricordi sepolti sotto il cemento.

Quando ti succedono i terremoti dentro e perdi l’equilibrio e senti che ti franano le budella, poi resti giorni e giorni a piangere, a strapparti i capelli, a maledire il destino, a scavare con le mani, a girare disperata senza meta.

Poi ti fermi e ti fa male la testa e hai gli occhi gonfi e tremi e resti tutto il tempo a ricordare, a fare il bilancio delle cose perdute, delle persone che non rivedrai più e chissà dove sono sepolte, chissà se respirano ancora, chissà se hanno sofferto come soffri tu, chissà come sarebbe stato se.

Quando ti succedono i terremoti dentro arriva il tempo e prima si ferma con te e ti guarda a lungo, poi ti strattona e ti dice andiamo, sei piena di cenere e terra nei capelli, lava via tutto, vestiti con vestiti nuovi, mangia, bevi, dormi.

E passi del tempo con il tempo e ogni volta lo disprezzi e ogni volta ti sorprende, ti aiuta, ti salva.

Guardi le macerie e inizi a immaginare un nuovo inizio e qui potresti costruire un castello e lì un ponte o una strada che non hai mai avuto il coraggio di prendere. I resti ammaccati e rotti possono essere la base di nuove meraviglie, possono essere l’inizio di un mondo nuovo dentro.

Quando ti succedono i terremoti dentro e hai smesso di avere paura e hai accettato il fato e hai parlato con il tempo e hai fatto l’inventario di quello che si è salvato e hai fatto il funerale a quello che se n’è andato e hai capito di essere viva, inizi a ricostruire.

Costruisci tutto più bello, tutto più solido. Con il prossimo terremoto non crollerà e se dovesse crollare ti scanserai in tempo e riderai perché conosci già la fine e il nuovo inizio, perché il tempo ti ha insegnato che puoi sempre salvare qualcosa, quello che non crolla mai e quello che vuole essere salvato.

Quando ti succedono i terremoti dentro, poi ti ricostruisci e impari a camminare al centro della strada, a tenerti lontana dalle pareti, a scegliere compagni di viaggio pronti a correre con te per non sparire.

Potrà succedere un giorno di camminare e ritrovarti, all’improvviso, nel vecchio mondo, quello crollato, e rivedere persone che erano state sepolte dalle macerie, cose che sembravano sparite. Potrà succedere di camminare nel passato e immaginare che la terra dentro non abbia mai tremato. Potrà succedere di ripensare a ieri e credere che quello che non hai avuto sarebbe stato migliore. Potrà succedere, ma è solo una truffa da palazzinari.

Il meglio non l’hai perso.
Il meglio deve ancora venire.

La primavera sembra fare sul serio

In alcuni momenti ti distrai da te stessa e sembra che le cose siano al loro posto.
Il solito disordine in cui ritrovi tutto, i soliti colori, il caldo di fine maggio, le scatole con i vestiti leggeri, sparpagliate per le stanze in attesa della voglia di un vero cambio di stagione, i libri iniziati e lasciati a metà per leggere altri libri, le chiavi sul muretto dell’ingresso, le scarpe abbandonate in salotto, i cucchiaini nel lavello, i jeans sulla sedia vicino alla finestra.

Resisti e il tempo scorre ed è la vita e la conosci. Ti sembra di saperla interpretare, questa vita con le cose a posto, e allora vivi, ti muovi nel tuo spazio, senti la primavera che entra dalla finestra, sorridi, canti le canzoni ad alta voce.

Poi inciampi in qualcosa, in un’intuizione, in un ricordo che non sapevi di aver lasciato lì.

Ti accorgi che l’assenza non è in quello che manca, ma nel troppo che rimane, nella caffettiera da due tazze che finisci ormai da sola, nel lato del letto che non usi, nel piatto di pasta che avanza e conservi in frigo, nel latte che non consumi tutto e che va a male, nel cesto dei panni sporchi che ancora mischia un po’ di tuo e un po’ di suo, nell’abitudine del messaggio di buonanotte che non mandi più quando sei in viaggio, nella giacca appesa nell’armadio, nelle fototessere nascoste nel portafogli sotto la patente.

Lasci le cose come stanno e a volte parli con le cose e poi succede che sorridi, senza motivo, e senti che non hai perso per sempre, che tutto rimane nella vita che hai vissuto, in tutta la meraviglia e la bellezza di ieri, e ti farà compagnia ancora, come il formicolio di un arto amputato che senti di continuo attaccato a te.

Non puoi perdere una parte di te, nemmeno se ci provi; te la porti dietro anche se manca.

La primavera, questa volta, sembra fare sul serio. Presto ti deciderai a svuotare gli armadi e a riempirli di abiti leggeri, di colori chiari, di abitudini nuove e di ricordi dolci.

Piove, è tempo di partir

Da qualcosa poi dovrai ricominciare.

E decidi di partire dalle parole.

Dalle parole delle amiche che ripeti come un mantra, dalle parole di chi ti conosce davvero e ti ha capita e ti ama senza porti condizioni e ti dice ce la fai anche stavolta, devi crederci anche tu, devi prendere il dolore e trasformarlo in rabbia, devi prendere a calci in culo il destino.

Dalle parole dei libri, che divori come un tempo, che trascini nei viaggi in treno verso luoghi in cui non sai nemmeno se vuoi andare. Le parole di qualcuno che non conosci e che ti sembra ti conosca da sempre. Le parole che ti dicono ah, è così per tutti, è umano questo stropicciarsi il cuore, questo rimanere senza fiato per l’abbandono, per l’attesa. Le parole che ti dicono non muori per amore e se muori ne è valsa la pena, perché vale sempre la pena amare, anche se non sei amata, anche se smetti di amare. Le parole scritte da quelli bravi, quelli che sanno arrivare in quel punto del cervello in cui nascondevi le tue paure e i tuoi desideri e sanno tirarteli fuori e farli scivolare nella pancia e farti sorridere e farti dimenticare oggi e ieri e, a volte, anche domani.

Dalle parole delle canzoni, che ascolti in silenzio, mentre cammini con la testa bassa, con passo veloce.

Dalle parole degli sconosciuti che entreranno nella tua vita, che riempiranno lo spazio vuoto lasciato dalle parole gelide e dai mi dispiace sterili di chi è andato via.

Dalle parole che hai dentro, ma solo quelle al singolare. Quelle che parlano di te, nonostante gli altri. Quelle che dicono sei rimasta e respiri ancora e il tempo di ripartire è arrivato e non credere che finirà qui. C’è ancora un sacco di strada ed è piena di persone e farà bene e poi di nuovo male e poi bene e poi male. Adesso sai che puoi difenderti, ma sai anche che non lo farai, perché hai un cuore kamikaze che continuerà a lanciarsi in picchiata e schiantarsi ancora e ancora.

Domani sarò al Salone del Libro di Torino a intervistare Daria Bignardi. Speriamo di trovare le parole che servono.

Come un fottuto cantautore

La Terra, però, se ne fotte di te e continua a girare.

E viene giorno e viene sera e poi la notte e tu lo sai che non dormirai, che ti rigirerai nel letto con i soliti pensieri in testa, che percolano sul cuscino, che non vanno via nemmeno con l’alcol, che tornano a torturarti nel buio.

Poi ti svegli, bevi il caffè, fai le cose da fare. Le fai con questa fatica nuova, come se fossi una statua di gesso. Hai i riflessi lenti, i pensieri fermi, gli occhi distratti. Ti ritrovi pieno di lividi e non capisci, guardi gambe e braccia attaccate al tuo corpo e ti chiedi da dove siano venute fuori.

A volte ti incroci allo specchio e ti domandi chi sei, perché un tempo conoscevi tutti gli sguardi e questo non lo afferri, non ti appartiene.

Vivi, con quelle cose naturali del vivere: inspirare, espirare, nutrirti, lavarti, vestirti. Segui il rituale, scandisci il tempo, ma il tempo non è più lo stesso.

Il tempo del non amore è un tempo lentissimo, eterno. È un tempo che non scorre, ma gira su se stesso. È un tempo di immobilità e non progresso, è un tempo di attesa, di respiro affannato, di distrazione, di sovrappensiero.

È il tempo in cui rimani in compagnia di migliaia di parole, le parole non dette, quelle più dolorose, quelle più delicate e intense. Sono le parole che non dirai più, perché gli altri sono andati, perché seguono un tempo diverso, perché hai dovuto farli uscire dalla tua vita per sopravvivere, perché loro vanno avanti mentre tu sei fermo, perché tu hai la tua valigia di parole, troppo pesante, da trascinare.

Il tempo del non amore è un tempo per i poeti, è un tempo per i cantautori.

Il tempo del non amore, con tutte le sue parole splendide e crudeli, è un tempo da raccontare, da condividere. È il tempo delle poesie intense, è il tempo delle canzoni eterne. È il tempo che chi ha vissuto conserva per sempre nella testa, nascosto dai successivi amori, sepolto e mai rimosso, protetto.

E tu pensi sono solo un povero stronzo, fermo al mio giro di Do, con queste parole difficili, che non posso alleggerire, che non posso gridare, che non posso rendere musica. Sono solo un povero stronzo, in un tempo doloroso e lento, che non produrrà cose meravigliose, che non farà piangere le generazioni. Sono solo un povero stronzo e non un fottuto cantautore. Non è giusto che io soffra, non io, no.

Al mondo dovrebbero soffrire d’amore solo i poeti, i cantautori, gli scrittori, gli artisti, perché loro sanno cosa fare delle parole non dette.

Mentre tu non puoi fare altro che ripetertele nella testa, e ripeterle e poi ripeterle ancora, fino a quando il tempo non tornerà a scorrere e ti sveglierai una mattina – e non sai quando – con parole nuove e la solita voglia di caffè.