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Un po’ di fottuta fiducia

Fuori fa freddo, però sul divano ho bevuto una birra ghiacciata, guardando un po’ il soffitto, un po’ la TV, un po’ i palazzi gelidi di Milano al buio.

Mi sono sentita leggera, perché è arrivato il momento, quel momento in cui non mi mancano più, il momento in cui non aspetto ritorni, il momento in cui cerco, in cui non mi guardo più alle spalle, non ritorno sui miei passi a pensare dove potrei aver perso il cuore.

Non è vero che chi va via si porta tutto, chi va via lascia sempre qualcosa. Anche il vuoto è qualcosa. Qualcosa da riempire.

Poi arriva il momento che non ci pensi più e ti senti così serena e fai solo quello che ti va di fare e non vuoi altro che stare bene, da sola, in compagnia di qualcuno di passaggio che ti scaldi un po’ i piedi una serata, degli amici che ti conoscono meglio di te, che sanno capire quando è il momento di presentarsi a casa con del buon vino e con tutto il futuro.

Mi piace stare al caldo a bere birra ghiacciata, mentre fuori Milano gela e inghiotte tutto, tutto il passato, tutte le attese deluse, tutti i sospiri che non tornano più, tutte le coincidenze che ci siamo evitati, tutti gli incontri infelici, tutti i sorrisi abbozzati, quelli sinceri, quelli feriti, tutta la fretta, tutta la distanza che ci ha separati, fino e renderci estranei e nuovi.

Mi piace stare al caldo a bere birra ghiacciata e ci sono tante cose da fare, ma io resto qui a pettinare la noia, carezzando il gatto, canticchiando canzoni imbarazzanti, fantasticando su domani, riempiendo il vuoto di scatole nuove con dentro i nuovi incontri, i nuovi progetti, l’incoscienza e un po’ di fottuta fiducia.

Copernicana

Un tempo ero quella che dava consigli agli amici e alle amiche in piena tribolazione sentimentale.

Ero una brava a dare consigli, sapevo ascoltare, capivo le persone velocemente, ero abbastanza cinica e abbastanza romantica, mai troppo indiscreta, sempre ponderata, sempre ironica.

Avevo tantissimi amici che mi chiedevano e cosa devo fare? cosa devo dire? tu cosa faresti? e mi dicevano beata te che non hai il cuore in tempesta, che hai trovato, che sei serena, che non sai quanto si sta male e io dicevo le cose pensando che facessero stare meglio ed era bello e mi sembrava facile.

Mi piaceva essere la spalla su cui piangere e gli amici o i presunti tali, soprattutto quelli che cercano kleenex emotivi e non scambi alla pari, mi cercavano, mi chiedevano, raccontavano, piangevano, raccontavano ancora, sbagliavano, sbagliavano volutamente, sospiravano.

Poi è successa quella cosa che l’amore è impazzito, si è trasformato, è cambiato, ha preso un machete e ha iniziato a fare a pezzi, a farmi a pezzi dentro. È stata una rivoluzione e quello che si sapeva prima dopo non serviva più, come quando hanno scoperto che la Terra gira intorno al sole e quelli che prima insegnavano il contrario e sapevano le cose si sono ritrovati a non sapere più nulla, a vivere in un mondo che non conoscevano. Che poi, quelli che dicevano che la Terra gira intorno al sole, i primi dico, non hanno fatto una bella fine e forse le rivoluzioni hanno bisogno di tempo per essere accettate. E io non sono finita sul rogo né ho dato fuoco a nessuno, avrei voluto tanto, ma non l’ho fatto, però ho preso tutti quegli amici che mi cercavano solo come sparring partner sentimentale e li ho gettati via e sono rimasta senza saper dare consigli.

Ne ho chiesti tanti, allora ho capito come ci si sente nel nuovo mondo copernicano e quasi nulla di quello che mi è stato detto mi ha fatto stare meglio, anzi, qualcosa sì, detto da qualcuno a cui non avrei mai affidato nemmeno il mio gatto per un pomeriggio, figuriamoci un cuore.

E non so cosa volevo dire quando ho iniziato a scrivere questo post, probabilmente che il mio mondo è cambiato, non ci sono più certezze, non ci sono più stelle polari con le quali orientarmi e che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio e smette di dare buoni consigli quando ha di nuovo voglia di sporcarsi le mani con la melma emotiva e sbagliare.

Credo.

O forse è solo una nuova era, quella in cui la Terra gira intorno al sole, il sole intorno a me, tu sei in un buco nero, il mio frigo è incredibilmente pieno, Milano ha questo strano cielo limpido e azzurro e ci sono così tanti pianeti ancora da esplorare.

Nonostante tutto

Mi hanno detto che sono brava nelle intersezioni, nel capire, analizzare, vivisezionare gli incroci.

Sono brava nell’io-e-te, io-e-ilmondo, te-e-ilmondosenzadime, e in tutto quello che c’è in mezzo, che faccia bene o male.

Non riesco però a concentrarmi sull’insieme non intersecato, su me stessa senza mondo, me stessa senza te, me stessa senza gli altri, il mondo senza me.

Parlo sempre di me e qualcosa, parlo con me e qualcosa, mai con me e basta, con qualcosa e basta.

Do molta importanza agli eventi singoli, come se le cose cambiassero davvero perché avevo scelto l’abito giusto, perché ho usato quella parola e non un’altra, perché ho detto no invece di sì. E non mi perdono gli errori, perché ci sono sempre errori quando non sei felice, c’è sempre qualcosa che avresti dovuto fare diversamente, anche se non avrebbe cambiato le cose, per niente, perché non sei solo tu, ma non importa, perché tu pensi che poteva essere tutto diverso e poi aspetti un altro evento, una rivelazione, un sorriso, una telefonata, un’email che non arriva, un incontro casuale, un paio di occhi nuovi, una nuova intersezione.

Sono bravissima nelle intersezioni e poco con me stessa e per questo non passa mai nulla, per questo i mesi non cancellano, ma trascinano.

Sono bravissima nelle intersezioni e a volte provo a pensare che tutto va come deve andare, che posso essere anche senza te e mondo, che da sola, dentro e fuori, ha tutto un senso.

Poi inciampo in tanti mondi-senza-te e mi interseco ancora e provo a immaginare come sarebbe se e inizio a vivisezionare altri incroci e penso, penso e ripenso e poi a volte mi viene fame e mangio in piedi davanti al frigo e mi sorrido perché ho fretta di vivere, nonostante tutto.

Inetta

Ho passato un anno intero a fissare date in cui avrei realizzato cose o finito cose o superato traumi o smesso di essere innamorata o perso chili o iniziato nuovi progetti.

Ho passato un anno intero a fissare le mie date per le mie Ultime Sigarette e non fumo nemmeno.

Ho passato un anno intero ad aspettare rivelazioni, ritorni, colpi di scena, nuovi personaggi, vittorie, buone notizie. Ho passato un anno intero a sperare che qualcuno mi dicesse come si fa a vivere nonostante tutto, nonostante il dolore, i lutti, le malattie croniche, gli acciacchi, gli abbandoni, il desiderio perenne di essere diversa, il terrore della solitudine, l’ansia del tempo che passa.

Ho passato un anno intero a cercare parole giuste e quando le ho trovate era ormai troppo tardi per usarle. Nessuno ha bisogno di parole giuste, la cosa più importante sono i tempi giusti, gli sguardi giusti, i sorrisi giusti.

Ho passato un anno intero a cercare di convincere gli altri che avevo fatto buone scelte e poi aspettavo, ti aspettavo, rimanevo sempre sveglia, per non perdere il momento in cui tutto sarebbe diventato bello.

Poi non è successo molto. Ricordo tutte le date in cui le piccole, piccolissime cose hanno distrutto o ricostruito il mio mondo. Ricordo tutti i giorni, come anniversari di piccoli dolori enormi o di grandi gioie minuscole.

Ricordo i giorni in cui sono stata tristissima e quelli in cui sono stata serena.

Ho passato un anno intero a fare la rivoluzione e non so nemmeno se ho vinto.

Zeno alla fine, però, guarisce. Non fumerò quest’ennesima Ultima Sigaretta e mi farò un caffè.

Pagurus

Sono come un paguro, che cambia casa in base alle esigenze, in base alla sua forma nuova, in base alle conchiglie vuote che trova nel mare.

Sono sempre me stessa, ma le pareti a volte mi stanno strette, allora cerco un’altra sistemazione, dove poter allungare le gambe e i pensieri, cerco un posto che mi faccia sentire a casa, anche se poi non trovo più casa e sono tutti posti in cui stare e sono tutti posti da cui fuggire.

Sono come un paguro, che si trascina dietro il tetto e poi lo lascia senza rimpianti, quando è ora di cambiare, quando è ora di ricominciare. Come un paguro cresco e mi sento pronta al nuovo, come un paguro, spesso, cerco solo un posto diverso in cui nascondermi per un po’.

Sono come un paguro e mi porto dietro questa buffa conchiglia della mia vita e a volte è più leggera, a volte è più pesante, a volte è troppo stretta, a volte è così larga che potrebbe contenere anche te, dovunque tu sia.

A volte è tutto

Io non so vivere con l’abbastanza, non so limitare, non prendo quanto basta perché non mi basta, non mi accontento e forse non godo, non so essere felice delle piccole cose, non so aspettare le cose grandi.

Io so vivere solo con il tutto o niente, con il pieno che trabocca, con il silenzio assordante, con la confusione molesta.

Io non so vivere con l’abbastanza, con le vie di mezzo, con il meno peggio, con l’arrangiarsi. E non ci sono i quasi, i forse, ci sono solo i sì, i no, i troppo e i nulla.

Io vorrei vivere dando tutto e prendendo tutto e a volte succede, poi quella cosa maledetta che chiamano sentimento si consuma e diventa abbastanza, si sta abbastanza bene, ci si ama abbastanza, si è abbastanza felici.

Io non so vivere con l’abbastanza e scappo e al non tutto preferisco il niente e ti perdo per strada e cerco altri tutto e altri niente fino a quando non passa il tempo e poi capisco e torno indietro e vengo a cercarti e mi va bene perché quel poco, a volte, è tutto.

Singol

È ancora tutto un po’ strano. Svegliarmi e bere tutto il caffè della moka da due da sola. Prendere treni senza dire a nessuno dove vado. Fare la spesa solo per me. Decidere solo oggi cosa fare domani mattina. Stare sveglia una notte intera o dormire tutto il giorno. Uscire con chi mi va, se mi va. Essere attratta da decine di occhi incontrati in treno. Dormire in diagonale nel letto. Riempire un armadio enorme solo di miei vestiti. Scrivere senza avere qualcuno a cui inviare messaggi. Vestirmi per farmi guardare da estranei. Non uscire mai senza un filo di trucco. Bere un bicchiere di vino da sola. Mangiare sul divano. Passare serate a leggere senza dire una parola. Aspettare e aspettare di innamorarmi ancora.

Prima ancora di bere il caffè

Quelli che dicono che non si cambia mai, che ritorniamo sempre a essere noi stessi, che il bianco non diventa mai nero e che il nero può sembrare al massimo un po’ grigio, ma resta nero, quelli che psicanaliticamente ti dicono fai questo e quello perché da bambino ti è successo quello, perché tuo padre, perché tua madre, quelli che non credono che dall’oggi al domani, un sorriso, una canzone, un film, un abbraccio, un caffè bevuto con troppo zucchero, una fantasia sessuale realizzata, un bacio dato a occhi chiusi, un treno perso e poi ripreso, i cannelloni ripieni, possano davvero cambiarti la vita, quelli che non credono che possiamo essere quello che vogliamo, anche per pochi momenti, e non solo quello che dobbiamo, quelli che dicono che non si cambia mai a me fanno paura.

Mi fanno paura, quando mi guardo allo specchio e sorrido e mi dico che strano!, non mi spaventano più il tempo e le rughe nuove e i capelli bianchi e il lato del letto vuoto e il silenzio a cena e le case nuove e gli amici che non fanno domande.

Mi fanno paura quando i ricordi non fanno più male e io penso che si cambi, si cambia sempre e non diventiamo sempre migliori e a volte ci fa male essere diversi e a volte ci fa male essere come eravamo.

Io sono convita che si possa cambiare sempre, che si debba cambiare sempre, se non siamo più felici, se non siamo ricambiati, se non siamo soddisfatti, se non ci svegliamo la mattina con qualche buffa musichetta in testa e il sorriso sulle labbra e la voglia così preziosa di guardare il cielo fuori dalla finestra, prima ancora di bere il caffè.

Come quando

Ci sono gesti che fai per necessità e altri per abitudine. E quando la necessità diventa abitudine il tuo corpo ripete movimenti senza un vero perché.

Allora compi gesti strani e fuori luogo, perché l’istinto non segue la ragione.

Come quando ti aggiusti gli occhiali sul naso anche se stai indossando le lenti a contatto.

Come quando ti lavi le mani dopo averle appena lavate.

Come quando cerchi ovunque le chiavi e le hai già in mano.

Come quando provi a legarti i capelli e poi ricordi di averli tagliati.

Come quando riempio due tazzine di caffè e tu non ci sei più.

Succede

Non sono mai stata ottimista.

Sono fatalista come tutti i napoletani, melodrammatica, passionale, scassacazzi, permalosa. Parlo troppo, racconto tutto ad alta voce, sono teatrale, sarcastica, lamentosa. Ho slanci di smodata generosità e non me ne pento, ma a volte, di nascosto, faccio la somma degli abbracci dati e ricevuti e vorrei avere di più di quello che do. Sono malinconica, nostalgica, severa. Sono possessiva, ma non gelosa. E non sono mai stata ottimista. Noi napoletani ci arrangiamo, tiriamo a campare e cantiamo, mangiamo e ridiamo solo perché non abbiamo fiducia nel futuro.

Però, questa volta, voglio pensare che andrà tutto bene, che le cose schifose andranno via e resteranno quelle belle, che non dimenticherò le volte in cui sono stata felice, in cui siamo stati felici, che ricomincio dal mio tre.

Stamattina non mi sento pessimista.

Succede a noi napoletani dopo una lunga serata passata a bere cabernet veneto.

Prima o poi

Ci sono quelli che credono nel karma, che ti dicono che se fai il bene poi ti torna indietro il bene, che a ogni azione corrisponde una reazione, che verremo ripagati o puniti per tutto ciò che facciamo.

Ci sono quelli che credono nel destino e ti dicono che le cose dovevano andare così, che poi capirai il disegno, che nulla succede per caso, che le coincidenze sono segnali, che le persone entrano ed escono dalla tua vita perché il Grande Regista aveva già deciso.

Io credo che le cose succedano un po’ perché le hai meritate e un po’ perché le meriterai dopo averle fatte, che puoi rinascere mille volte e mille volte morire, che assumerti tutte le colpe non ti rende migliore, che chi ti vuole davvero bene non vorrebbe mai vederti soffrire, che quelli a cui vuoi davvero bene lo sentono sotto la pelle, lo capiscono senza ripeterglielo fino alla nausea. Credo che ogni inizio sia faticoso e bello, che ogni fine sia nostalgica, che non puoi conservare tutto, ma che quello che resta lo porterai sempre con te.

La sera è strano non avere nessuno a cui raccontare cosa mi è successo, eppure succedono così tante cose che non saprei da dove iniziare a raccontarle.

Ho pianto per tanti mesi, tutti i giorni, più volte al giorno. Non credevo che il mio corpo potesse produrre tante lacrime. Piangevo perché non potevo fare altro e tutto doveva passare e tutto doveva cambiare.

Mi sono venute le borse agli occhi, le occhiaie scure e due rughe dritte intorno alla bocca. A volte mi guardo allo specchio e mi chiedo come ho fatto a invecchiare così in fretta.

Ho chiesto a truccatori e medici come cancellare questi segni dal viso e mi hanno detto che non c’è altro da fare che portarli con me per sempre.

Eppure sono convinta che, se potessi ridere per tanti mesi, tutti i giorni, più volte al giorno, prima o poi potrei tornare a riconoscere quella donna nello specchio.

Forse basta solo avere pazienza.

La presente vale anche come scuse

Che, poi, la cosa più difficile è stata dormire.

Dormire una notte intera, senza svegliarsi ripetutamente, senza fissare il soffitto per ore, la sveglia con i numeri verdi, le tre, le quattro, le cinque, l’alba, la luce dalla finestra, senza pensare e pensare e pensare e ripensare a tutto, senza ricordare, senza ripetere tutte le parole dette e le parole scritte, tutte le parole scritte, a memoria.

La memoria mi ha fottuta. Io ricordo tutto. Tutto. Le parole, le frasi, gli sguardi, le smorfie della bocca e i tuoi imbarazzi, le lacrime, le cose dette a bassa voce, quelle dette senza pensarci e non ci hai pensato tu, ma io ripetutamente e tu dimentichi in fretta e io no, mai, è una maledizione, una tortura, e se non dormi poi tutti i ricordi stanno lì, uno sull’altro, non ti danno tregua, ti stringono nel letto, li rimetti in ordine, in fila, li ripensi, li sudi, ogni volta ci capisci una cosa nuova, ogni volta ci cerchi una soluzione. Non ci sono soluzioni nei ricordi. I ricordi sono finiti. I ricordi sono il passato.

Il passato è passato per tutti, ma non passa se non dormi. Io avevo deciso che questi mesi erano una bolla chiusa, io, lui, l’altro, l’altra, in cui si ripetevano gli stessi errori, le stesse scene madri, gli stessi silenzi che volevano dire tutto e io non capivo, non volevo capire. Ho bevuto litri di caffè. Se non dormi poi di giorno sei a pezzi, hai i riflessi lenti, sei come dentro un liquido denso, ti pesano i muscoli, sei piena di lividi, non ricordi come te li sei fatti. La gente ti parla e tu non ascolti, senti le voci lontane, ma non ti concentri. Non sei nemmeno stanca. Sei esausta.

Sei esausta, ma giochi al massacro. Non molli. Non superi. Non chiudi occhio. A volte crolli. Mezz’ora. Quarantacinque minuti. Ti rialzi. Ripensi. L’amore diventa odio che diventa amore che diventa ossessione che diventa odio che diventa amore. Non ha nemmeno più senso. È finito. È finito. Ma tu non dormi, quindi non lo sai. Non ti ricordi se sono passati tre giorni, tre settimane. A volte sembra ieri, a volte sembra così lontano. Non ti ricordi le facce. Non ricordi la voce. Una sera ho bevuto troppo, sono crollata, li ho sognati, erano così nitidi. Mi sono svegliata. Erano solo le quattro. Non mi ricordo se sono passati tre giorni, tre settimane.

Sono passati otto mesi. Non sono mai andata in un ufficio. Ho scritto moltissimo. Ho lavorato, ma non ricordo bene quando, come. Sorridevo. Per lavoro devo sorridere. Io odio sorridere. Mi piace ridere, non sorridere. Prima delle grandi giornate non ho mai dormito. Avevo delle occhiaie enormi. Bevevo molto caffè. Poi c’era l’adrenalina. I truccatori mi dicevano ah, ma tu fai le ore piccole. E sorridevano complici. Ma io odio sorridere. Ero stanca, poi mi dicevo faccio questo e poi parto e poi non faccio più nulla e scappo e poi lascio tutti i fantasmi qui e non mi seguiranno e vado lontanissimo e poi sarò libera e poi non penserò più e lui sparirà per sempre. Ogni volta dicevo la prossima settimana parto e poi non partivo, c’era sempre altro da fare, c’era sempre da sorridere. Faccio l’ultima, poi basta. Poi ancora un’altra. E poi scrivevo e poi sorridevo.

Poi sono partita, ma era tardi e non dormivo e poi il jet-lag e tutto diverso e tutto quel sole e nessun rifugio e i giorni a disposizione per riposare e invece, cazzo, non fare nulla è un suicidio, tutti i pensieri erano lì, mi sono saltati alla gola e io ero molto stanca. Da quanto tempo non mangio? Ho perso otto chili. Non mi va più nemmeno un vestito. Li compro nuovi. Finisco il credito della carta, non me ne accorgo, da quanto non controllo il saldo? E i pagamenti delle fatture? E il mutuo? Sono tornati tutti, erano lì, i ricordi, i pensieri. Non dormivo, bevevo molto, mangiavo poco. Potevo diventare un anacronistico poeta beat. Ma non scrivo se sono sbronza. È stato come un viaggio nel deserto con lo spirito guida. Ho capito le cose. Sono andata fuori di testa. Ho rivissuto tutto. Ho capito gli errori. Avevo fatto degli errori. Avevo fatto soffrire anche io. Però tutti erano andati avanti, io no, perché il passato non passa se non dormi, e non è mai sera e non è mai mattina, ti muovi lentamente e poi a scatti, piangi molto, moltissimo, ripeti sempre le stesse cose, non te ne fai una ragione, non te ne fai una ragione, non te ne fai una ragione. Arrivi al punto di rottura. Ti rompi. Muori.

Rientro, mi trascino dal medico. Mi chiudo in casa. Dormo tre giorni. Mia madre è preoccupata. Elena è preoccupata. Come avrei fatto senza Elena? Non ci siamo frequentate per anni. Mando giù con un bicchier d’acqua. Dormo ancora. Non mangio per tre giorni. Mi alzo per bere e per nutrire il gatto. Ogni notte riposo, mi alzo solo quando fanno male i muscoli, quando finisce l’effetto del sonno profondo. La casa è un po’ più vuota, ci sono meno fantasmi, ci sono meno parole ripensate, molte meno.

Mi ricordo di quel paio di occhi che avevo notato appena in questi mesi. Sono occhi molto belli.

Mangio un po’. Nel pomeriggio riposo. Il nono mese rinasco.

La presente vale anche come scuse.

Estrela mágica

C’è questa donna, Estrela, che ha tappezzato tutta la Beira Mar di Fortaleza di piccoli manifesti in cui c’è scritto che ha il poter di portarti la persona amata.
Ti fa i tarocchi, l’oroscopo e ti prepara amuleti e pozioni.

Allora mi sono ricordata che anche a Napoli era pieno di donne e uomini e santoni che ti promettevano di portarti l’amore. Io sono cresciuta ascoltando storie di malocchi, incantesimi, fatture fatte coi capelli dell’amato, con i denti da latte, con la biancheria intima, con le lenzuola usate per fare l’amore.

È che l’amore è una cosa che succede senza ragione. Una cosa che capita. È la cosa più vicina alla magia che io conosca, perché non la so spiegare.

Ci sono quelli che dicono l’amore mi è successo così e cosà, lei era perfetta, aveva tutto quello che mi serviva e allora io mi sono messo d’impegno e mi sono innamorato. Ma l’amore non succede mai così. L’amore lo ricostruisci a posteriori, lo giustifichi, ma ti capita sempre senza la tua volontà, come una fortuna. O come una sciagura.

Per esempio, a me nella vita è successo che mi sono innamorata quasi sempre di uomini che non mi volevano. Amici che stavano bene con me e il sesso era favoloso e sei importante per me e non potrei vivere sapendoti fuori dalla mia vita.

Ma non ti amo.

Ti-voglio-bene-ma-non-ti-amo. La sfumatura dei sentimenti del cazzo.

Ho contato che mi è successo sette volte.

Compresa quella volta del francese je-t’aime-bien-mais-je-ne-t’aime-pas. La sfumatura di significato nella lingua del cazzo.

Di sette volte in cui il cuore mi è scoppiato, cinque sono state quelle in cui gli uomini non mi amavano perché amavano una mia amica. Lo sai, lei è perfetta per me, lei ha quella cosa che tu non hai, tu che sei importante per me e non potrei vivere sapendoti fuori dalla mia vita.

E non ti amo.

Di cinque amiche, tre si sono fidanzate. Una mi ha chiesto se davvero era un problema per me perché non avrebbe mai voluto farmi soffrire. Due mi hanno detto che ero una stronza ad amare i loro uomini.

La causa-effetto ognuno la racconta a modo suo, in amore.

Quelle come me, si dice, se sopravvivono ai petardi nel petto, diventano streghe. E forse non è nemmeno un brutto mestiere.

C’è questa donna, Estrela, che ha tappezzato tutta la Beira Mar di Fortaleza di piccoli manifesti in cui c’è scritto che ha il poter di portarti la persona amata e dicono che funziona, che fa innamorare tante persone che non si amano e la gente si rivolge a lei in preghiera, come una santa.

L’amore ti succede e tu decidi se ti è successo per destino o per magia.
Per Estrela o per le stelle.

E se non ti succede bevi e piangi. Ma soprattutto bevi.

Una volta ho chiesto a un’amica, a Napoli, che accompagnava la zia a farsi fare i tarocchi, perché la sua parente non avesse scelto di affidarsi a un santo cattolico per chiedere il miracolo di trovare l’amore. E lei mi ha risposto: «Ai santi veri non si chiedono mai ‘ste scemità. Si chiedono solo salute e soldi.»