Dopo un crollo psicofisico dovuto all’essere me stessa, faccio una cura ricostituente di aria condizionata, frutta e benzodiazepine.
E non ho nemmeno fatto un ultimo concerto, io.
Dopo un crollo psicofisico dovuto all’essere me stessa, faccio una cura ricostituente di aria condizionata, frutta e benzodiazepine.
E non ho nemmeno fatto un ultimo concerto, io.
Una volta mi sono fermata a dormire a casa di Valentina, che abitava sul Montello, in un vecchio casolare diroccato, che lei e il fidanzato cercavano di ristrutturare un po’ alla volta e che avevano preso in affitto da un’anziana che non voleva assolutamente venderlo, perché era la casa del fratello, che era emigrato cinquant’anni prima in Argentina, e che sarebbe tornato, prima o poi, era sicura, lei lo aspettava da decenni, per quello teneva quella casa fatiscente, sul bordo del ruscello, uguale a quando il fratello viveva lì.
Una volta mi sono fermata a dormire a casa di Valentina e avevo diciannove anni e i capelli rasati a zero e l’orecchino al naso e quell’ombretto viola facinoroso e imbarazzante e quei maglioni così larghi e pesanti e quelle camicie che a indossarle sentivi anche tu la pallottola del fucile a pompa nel cranio, come Kurt.
Valentina e io recitavamo insieme, in un teatro veneziano di quelli che non hanno mai vantato grandi stelle, e portavamo in scena un pezzo di Václav Havel e facevamo un sacco di prove e abbiamo anche vinto dei premi, di quelli che non hanno mai cambiato la vita, e ci frequentavamo spesso e ci piacevamo molto.
Lei aveva trentuno, forse trentadue anni.
Fino all’anno prima aveva un lavoro, fisso, probabilmente noioso, poi aveva deciso di prendersi una pausa, un anno sabbatico, e di fare per dodici mesi le cose che non aveva mai avuto il tempo di fare.
Che io, a quella età lì, in cui credevo che il tempo sarebbe finito oggi, che dovevo provare tutto in fretta, che dovevo bruciare ogni notte e ogni giorno e ogni notte, a quell’età lì pensavo che se avessi avuto dodici mesi a mia disposizione, senza dover pensare all’università, ai lavoretti da cameriera, alle cose da finire, sarei partita in viaggio per non fermarmi mai, lasciando tutto e tutti, guadagnandomi da vivere come potevo, per poter vedere tutto, per poter provare tutto.
Lei, invece, aveva deciso che quell’anno lì, di pausa, di tempo a disposizione, di cose mai fatte e da fare, l’avrebbe dedicato a tutti i libri che non aveva letto, ma che aveva sempre desiderato leggere, ai film che non aveva visto e a quelli da rivedere altre dieci, cento volte, agli spettacoli e ai festival in giro per l’Italia, agli amici che non vedeva da tempo, al compagno, al nuoto che trascurava, all’orto, al teatro, al teatro e al teatro.
E io pensavo che progetti piccoli per un tempo così grande!, che spreco di emozioni, di avventura, che tempo perso senza averci un cortomaltese in gola, senza correre, senza vedere occhi diversi e stringere mani diverse e finire in letti diversi, tanti letti diversi, per provare tutti i gusti, tutti i sapori, per ascoltare tutte le melodie del mondo.
E io pensavo che età ingrata quella che verrà, in cui non avrò più l’ansia di correre, più il bisogno di accumulare e mettere tacche sui miei pugnali e prendere aerei e treni e autobus e indossare lo zaino e parlare lingue straniere e fuggire.
Poi è successo che, non so come, sono passati questi anni e se ci penso non sono pochi e ho visto tanti porti e viaggiato su tante navi e avuto tante prime volte e poi erano seconde e terze volte e non erano sempre belle come la prima. È successo che da tanto tempo non ci vediamo più e chissà cosa fa adesso lei, se ha dei figli, se recita ancora, se ha comprato il casolare del vecchio argentino.
Poi è successo che abbiamo vissuto in una canzone di Guccini e i venti se ne sono appena andati, eh, e non sempre mi mancano, e adesso che potrei permettermi qualche viaggio in più, qualche vizio in più, adesso che sappiam quasi tutto e adesso che problemi non ne ho, se avessi il tempo, quel tempo libero, senza sensi di colpa per lavoro, mutuo, bollette, senza ansia per la carriera, le fatture, la competizione, le consegne, mi siederei sul divano di Valentina, a leggere con lei, guardare tutti i film, chiamare gli amici, cucinare per tutti, vedere i festival, passeggiare, visitare musei, studiare, prendere treni solo per guardare fuori dal finestrino, guidare per guardare negli occhi un amico e chiedergli come stai? senza scriverlo nella chat di skype, salire su un palcoscenico e recitare la parte di tante altre donne, possibilmente felici.
Esistono persone che ti vogliono bene sempre, qualunque cosa ti succeda, qualunque scelta tu faccia, qualunque errore tu compia, in qualunque essere umano tu ti trasformi.
Esistono persone a cui vuoi bene sempre, nonostante i chilometri che vi separano, il tempo lunghissimo passato lontani, le vite che diventano sempre più diverse, i capelli bianchi che si nascondono tra le chiome nere.
Bisognerebbe prendere più aerei, guidare di più, raggiungersi, parlare di più, ma molto di più, stare abbracciati, raccontarsi quello che abbiamo dentro e che non possiamo dire a nessun altro, proprio a nessuno, bere di più, guardare più tramonti, mangiare più spesso insieme, scambiarci più spesso i libri, essere più spesso fratelli come lo eravamo anni fa.
Nessun posto è così lontano per nasconderti da te stesso.
Vedere luoghi meravigliosi, mangiare pesce sulla spiaggia, fare il bagno nelle lagune d’acqua dolce, bere caipiroska sulla sabbia, correre sulle dune con il Dune Buggy, ascoltare la musica, sempre, ridere, ricordare i tempi belli, camminare sotto al sole, fermarsi a parlare con gli animali come se ci potessero capire, guardare la luna piena, preparare il caffè e guardarsi in silenzio, perché non serve aggiungere altro. Queste cose fanno stare bene.
Il mondo è pieno di possibilità, di differenze, di colori e sapori mai visti e provati, di persone che hanno dentro altri mille mondi, di milioni di idee, di occasioni infinite.
Anche da adulto sei impotente di fronte alle disgrazie e quando capitano alle persone care ti senti come un ragazzino. Non puoi fare altro che dire “io ci sono sempre”.
Sbagliare ti obbliga a diventare migliore. Per poi sbagliare ancora. E diventare ancora meglio.
Quando diminuisce il dolore, quando passa la rabbia, quando passa il rancore, poi riesci a capire che verranno cose nuove. E che le cose vecchie sono andate e, giusto o sbagliato, non tornano. Che il passato non si cambia, nemmeno se ci ripensi in continuazione. Che a volte si ferisce senza volerlo, si soffre senza volerlo. Che chi ti ha fatto male, spesso sta male anche lui. Che ci saranno sempre le occasioni per perdonarsi. Che nessuno lo perdi per sempre. Che a volte un solo potente sorriso riesce a cancellare mesi di lacrime.
Nonostante la scorza che mantieni per proteggerti, in silenzio riesci ad augurare davvero a chi non c’è più di essere felice, anche senza di te.
Non abbiamo tutto il tempo, ma abbiamo ancora tanto tempo.
Essere felici è un lavoro faticoso a tempo pieno, che devi fare da solo e non puoi delegare a nessun altro.
Pensa se avessimo tenuto da parte un pezzo di ogni sorriso, di ogni abbraccio, di ogni risata. Se avessimo conservato frammenti di ogni giornata bella, di ogni parola allegra, di ogni idea. Pensa se fossimo state più parsimoniose e avide di vita oppure più felici, molto più felici, meno sagge, meno mature, più incoscienti, più incoerenti, meno razionali, meno lucide, più passionali, più emotive.
Forse, la vita che all’improvviso toglie ci sembrerebbe meno puttana.
E poi non so che altro dirti. Lo so che ami il silenzio. Lo sai che sono piccola, che siamo piccole, che alla fine sopravviviamo a tutto, che abbiamo qualche ruga in più, che abbiamo ancora infiniti abbracci, che abbiamo una cosa che vale tutta la fatica e tutti i dolori, il futuro.
C’è questa donna, Estrela, che ha tappezzato tutta la Beira Mar di Fortaleza di piccoli manifesti in cui c’è scritto che ha il poter di portarti la persona amata.
Ti fa i tarocchi, l’oroscopo e ti prepara amuleti e pozioni.
Allora mi sono ricordata che anche a Napoli era pieno di donne e uomini e santoni che ti promettevano di portarti l’amore. Io sono cresciuta ascoltando storie di malocchi, incantesimi, fatture fatte coi capelli dell’amato, con i denti da latte, con la biancheria intima, con le lenzuola usate per fare l’amore.
È che l’amore è una cosa che succede senza ragione. Una cosa che capita. È la cosa più vicina alla magia che io conosca, perché non la so spiegare.
Ci sono quelli che dicono l’amore mi è successo così e cosà, lei era perfetta, aveva tutto quello che mi serviva e allora io mi sono messo d’impegno e mi sono innamorato. Ma l’amore non succede mai così. L’amore lo ricostruisci a posteriori, lo giustifichi, ma ti capita sempre senza la tua volontà, come una fortuna. O come una sciagura.
Per esempio, a me nella vita è successo che mi sono innamorata quasi sempre di uomini che non mi volevano. Amici che stavano bene con me e il sesso era favoloso e sei importante per me e non potrei vivere sapendoti fuori dalla mia vita.
Ma non ti amo.
Ti-voglio-bene-ma-non-ti-amo. La sfumatura dei sentimenti del cazzo.
Ho contato che mi è successo sette volte.
Compresa quella volta del francese je-t’aime-bien-mais-je-ne-t’aime-pas. La sfumatura di significato nella lingua del cazzo.
Di sette volte in cui il cuore mi è scoppiato, cinque sono state quelle in cui gli uomini non mi amavano perché amavano una mia amica. Lo sai, lei è perfetta per me, lei ha quella cosa che tu non hai, tu che sei importante per me e non potrei vivere sapendoti fuori dalla mia vita.
E non ti amo.
Di cinque amiche, tre si sono fidanzate. Una mi ha chiesto se davvero era un problema per me perché non avrebbe mai voluto farmi soffrire. Due mi hanno detto che ero una stronza ad amare i loro uomini.
La causa-effetto ognuno la racconta a modo suo, in amore.
Quelle come me, si dice, se sopravvivono ai petardi nel petto, diventano streghe. E forse non è nemmeno un brutto mestiere.
C’è questa donna, Estrela, che ha tappezzato tutta la Beira Mar di Fortaleza di piccoli manifesti in cui c’è scritto che ha il poter di portarti la persona amata e dicono che funziona, che fa innamorare tante persone che non si amano e la gente si rivolge a lei in preghiera, come una santa.
L’amore ti succede e tu decidi se ti è successo per destino o per magia.
Per Estrela o per le stelle.
E se non ti succede bevi e piangi. Ma soprattutto bevi.
Una volta ho chiesto a un’amica, a Napoli, che accompagnava la zia a farsi fare i tarocchi, perché la sua parente non avesse scelto di affidarsi a un santo cattolico per chiedere il miracolo di trovare l’amore. E lei mi ha risposto: «Ai santi veri non si chiedono mai ‘ste scemità. Si chiedono solo salute e soldi.»
Il 7 agosto del 2003 mi sono messa a chiacchierare con il mondo.
Non mi sono più fermata.
Sono passati 2922 giorni.
Per tanti anni ho scritto poco e spesso. A volte molto poco e molto spesso. A volte un po’ di più e un po’ meno spesso.
Ho sempre trovato faticoso scrivere.
Prima del blog scrivevo solo lunghissime lettere di carta agli amici più cari e qualche articolo o tesina per l’università. Da ragazzina scrivevo poesie. Poi, per fortuna, ho smesso.
Ho sempre trovato faticoso scrivere, ma il blog era diverso. Scrivevi una battuta, commentavi la politica, postavi una foto.
Dopo qualche anno, sono arrivati twitter e facebook e friendfeed. Le battute, i commenti, le foto ho iniziato a postarle lì. Hanno iniziato a farlo quasi tutti. E il blog è diventato uno spazio che facevo fatica a riempire, ma che era impossibile abbandonare.
Poi quest’anno mi sono succede delle cose, è cambiato tutto, è cambiato il lavoro, la vita, le persone. È finito un amore e ha fatto molto male. Un altro amore non mi è stato corrisposto e – cazzo! – ha fatto male anche lui. Ho dovuto vivere tutta una vita per scoprire che le occasioni che non hai avuto ti massacrano come quelle che hai perduto.
Ho sempre trovato faticoso vivere.
E le parole hanno iniziato a percolarmi e mi scorrevano a fiumi e ne vomitavo valanghe e non sapevo dove metterle, dove conservarle, dove parcheggiarle.
E mi sono ricordata del blog, che era lì tenuto in vita senza troppo entusiasmo e che è diventato una palestra per commentare anche quello dentro, non solo quello fuori.
Scrivere sembra, a volte, meno faticoso.
Non credevo che dopo tanto tempo questo posto potesse diventare ancora più importante per me di quanto non lo sia stato in questi lunghi anni. È una protesi sociale e uno scudo. È me stessa, ma solo la parte migliore, quella che si può raccontare. È un quarto di vita in un archivio ordinato. È il mio posto preferito.
Grazie per averlo frequentato con me in questi quasi tremila giorni.
Per sopravvivere, tutta la vita, mi sono sempre aggrappata ai pensieri felici.
Il pensiero felice è quello che, mentre nuoti in un mare di escrementi e la vita non va e il lavoro non va e i soldi non ci sono e la salute c’è e non c’è e l’amicizia boh e i chili di troppo e la malinconia, lui, il pensiero quello felice, ti tiene a galla, ti separa dal brutto, ti rasserena, ti fa avere speranza.
Il pensiero felice è quello che ti fa sorridere all’improvviso, quello che ti racconti la sera, prima di andare a dormire, quello che, quando proprio non ce la fai più, ti fa fare un passo e poi un altro passo ancora.
Il pensiero felice è il rifugio, è il nascondiglio, è il momento in cui non avere paura.
Per sopravvivere, tutta la vita, mi sono aggrappata ai pensieri felici.
Poi finivano e ne arrivavano di nuovi. E poi finivano e poi arrivavano.
A volte i miei pensieri felici erano persone, e le persone sono i pensieri più felici e i più fragili e, andando via, trascinano lontano sorriso e speranze.
I giorni senza il pensiero felice sono quelli in cui dormi male, in cui non hai voglia, in cui non pensi a domani, ma solo a ieri.
Ci sono questi giorni qui e il pensiero felice ancora non arriva.
Allora mi aggrappo al vino e ai saldi.
Un po’ funziona.
Il fatto è che, non so come spiegarlo, ma a un certo punto vivi. Perché la vita non è fatta solo di felicità e tristezza. È fatta di aprire gli occhi, di dormire, mangiare, lavorare, ah! lavorare, di comprare cose, sudare, correre, leggere, bere, camminare. A volte vivi innamorato, altre infelice, altre stanco, altre disperato. A me è successo che pensavo che si sarebbe fermato tutto, che senza l’amore, senza quella passione che mi chiudeva lo stomaco, senza gli abbracci, senza le parole, sempre le stesse, sul mondo immaginato insieme, senza te, lui, lei, gli altri, io non avrei vissuto.
E invece vivo. E faccio fatica come faticano tutti quelli che vivono il prima e il dopo, come faticano quelli che si chiedono cosa sto facendo?, come faticano tutti quelli che hanno avuto il cuore pieno e poi vuoto e poi pieno e poi di nuovo vuoto.
Invece vivo, pensa. Io non ci avrei creduto. E non è che si stia proprio bene, insomma, a vivere così. Si vive.
Ed è già estate, però.
Io penso sia una buona notizia.
Succede che, nel confidarci le nostre ombre, nel confessare i nostri quotidiani chiaroscuri, nel raccontarci tutti i giorni i nostri grigi, ci appaia, per caso, un nero nero che stona o un bianco troppo brillante.
All’improvviso, le sfumature che amiamo del nostro prenderci e darci ci appaiono colori netti, senza possibilità di interpretazione.
E chi lo sa perché non ci fermiamo nemmeno a chiederci se è la luce a essere cambiata, se la prospettiva, se basta spostarsi un po’ per ritornare a vedere i volumi fumosi, il tratteggio irregolare del nostro stare insieme.
Vediamo solo il nero, solo il bianco e non abbiamo voglia di parlarne, di chiarire.
Ci prende quell’accidia dolorosa, che preferisce lasciar perdere, che preferisce stare male e puntare il dito, che preferisce accusare, senza riparare. Preferiamo continuare a vedere il nero e il bianco e non vediamo più i nostri meravigliosi grigi e non ci parliamo guardandoci negli occhi, cercando le gradazioni nei sorrisi.
Preferiamo continuare a vedere il nero e il bianco e a raccontarci che fa male, senza provare a spostarci nemmeno un po’ per ritrovare la tonalità che non ci spaventa, che non ci allontana.
Ha preso anche noi quell’accidia dolorosa e a volte penso che potevo fare un passo avanti, che tu potevi fare un passo indietro, che si potevano mischiare i colori e farne di nuovi.
E poi mi dico che per vedere i grigi perfetti, per non aver bisogno di fissare un limite coi neri e i bianchi, per riuscire a rimanere in quelle ombre delicate e leggere forse bisognava essere persone diverse, forse bisognava volerci più bene di così.
Ci ha preso quell’accidia dolorosa di chi non ama abbastanza per sporcarsi le mani col colore, per mischiare il nero e il bianco, per gridare e piangere fino a vomitare tutto, svuotarsi, ripartire.
E siamo rimaste così, con il peso delle nostre ombre avvinghiate ai corpi, con i colori netti che non sappiamo usare, con il rimpianto di non aver detto, con la nostra versione testarda dei fatti, con l’odio impotente di chi non ha saputo volere bene, di chi non ha saputo voler più bene. Più bene di così.
Il tempo ha fatto un po’ il suo dovere. Non tutto, perché il tempo è così, è pigro, distratto, crudele.
Ma c’è la primavera ed esci di casa e sei anche andata al mare e hai comprato vestiti nuovi e sei magra come a vent’anni e non piangi quasi più e hai gli occhi lucidi e sei sempre insieme a un’amica, perché temi che la solitudine infame possa scipparti nuovamente il cuore.
Sei di nuovo in equilibrio e, a guardarti da fuori, sembri quasi quella che eri, dietro il viso un po’ scavato, dietro lo sguardo sfuggente di chi cerca ancora intorno, distrattamente, un po’ della vita che non ha vissuto.
Ci sei tu e poi c’è il mondo, che non ti ha aspettata ed è andato avanti e tu impari le cose nuove e quello che è successo e chi e cosa e come e torni nei posti e sembri una che rientra da una guerra e la gente ti chiede ma come stai? e tu hai imparato che non devi raccontare davvero come stai, che alla gente un po’ frega, ma soprattutto no, allora riassumi i tuoi mesi di devastazioni interiori in due frasette e poi ci metti l’ironia, così non trapela che, tra il rimmel e il tacco 12, hai un sacchetto di sfilacci che pulsano in mezzo al petto.
Torni nei posti, ma non in tutti e segui percorsi nuovi e poi ti informi e fai la disinvolta e chiedi ma chi ci sarà? e poi memorizzi e decidi e accetti o rifiuti.
Prima dello scoppio del cuore andavi da A a B seguendo il percorso più breve, in linea retta. Adesso, per arrivare da A a B, fai il giro del mondo, aspetti l’ora giusta, eviti determinati luoghi, procedi a zig zag, cambi idea, torni indietro, non vai, anzi vai, prendi il tram al posto della metro, prendi un taxi, rinunci.
Le persone diventano esplosive e tu eviti le mine e cammini guardandoti sempre i piedi e sei pronta a correre, a saltare, a scappare, a nasconderti.
Le persone diventano esplosive e tu decidi di tenerti alla larga da quelle che possono far saltare le tue nuove pareti e non hai voglia di ricostruire ancora e non sei ancora un bunker così resistente da rimanere immobile e serena, con la tua birra in mano, al centro di campo minato.
Le persone diventano esplosive e ti difendi dalle persone e le città sono abbastanza grandi per non saltare ripetutamente in aria.
Le persone diventano esplosive e tu, a volte, sei tentata di e ti avvicini e dici no, non fa male, anche se sai che farà un fottuto male cane e tu rantolerai e crollerai e dovrai ripartire ancora e ti mangerai le mani fino ai gomiti.
E parti da A per arrivare a B e ci arrivi in ritardo e hai fatto un percorso lungo e, a ogni angolo, quel che resta del cuore ti è saltato in gola e hai benedetto e maledetto il caso e la fortuna e hai evitato i pericoli e sei stata brava nel difenderti dagli altri e sei stata brava nel difenderti da te stessa e sei stata brava nel difenderti dalla mina più pericolosa, la nostalgia.
Ogni tanto, i miei monologhi interiori si trasformano in dialoghi.
Succede mentre cammino ascoltando la musica che mi fa bene e quella che mi fa male, mentre sono seduta sul divano, in silenzio, mentre mi sveglio di notte, all’improvviso, con il respiro affannato, mentre sono distrattamente in compagnia, mentre prendo il treno per farmi dire le faremo sapere, mentre sono seduta sull’erba a un concerto.
I dialoghi interiori hanno parole perfette e se non sono perfette basta solo ripeterli, cambiando un sì in un no, un no in un forse, un forse in un mi manchi, un mi manchi in un sorriso.
Nei miei dialoghi interiori a volte mi dico cose che non vorrei sentirmi dire, ma di cui ho bisogno, per allontanare il dolore atroce dei silenzi, il vuoto degli addii senza sguardi.
Nei miei dialoghi interiori a volte parlo con te e mi accorgo che quasi non ricordo la tua voce e penso che va bene così, perché nei dialoghi interiori non ci sei, ma parlo con me stessa, con l’io che aspetta e non si rassegna, con l’io che non dimentica e non riesce mai a dormire.
E parlo con me stessa, che sei tu e sono tanti altri che non ci sono più, e ogni volta dico quello che avrei voluto dire e non ho potuto, quello che avrei potuto dire e non ho voluto, quello che mi succede e tu non saprai mai e va bene così.
Va bene così.
E sì, avevi ragione.
Respiro dopo respiro, come in quel film che ti piace tanto.
Si sopravvive a tutto, ai lutti, agli abbandoni, ai rifiuti, agli amori finiti, agli amori non corrisposti.
Avevi ragione a dire che continua a fare male, ma che poi ci si abitua, ci si affeziona al nostro dolore e stiamo lì per tanto tempo a misurare quanto riusciamo a reggere, quando possiamo premere sulla ferita fino a raggiungere il limite della sopportazione.
Avevi ragione a dire che quelli come noi non riescono a odiare, ma nemmeno a dimenticare, vogliono capire e cercando di capire si fanno ancora più male, si prendono sulle spalle tutto il peso del mondo, lasciano gli altri vivere mentre loro scavano per trovare le cause, per trovare l’inizio della matassa che blocca la gola.
Avevi ragione a dire che ho fatto le cose giuste e ho sbagliato comunque e che bisogna perdonarsi e che poi non c’è più nulla da fare e non ci saranno seconde occasioni, ma solo nuove occasioni.
Avevi ragione a dire che certe persone ci fanno male, nonostante ci abbiano fatto stare bene, che bisogna imparare a chiedere, a cambiare, a concedersi tempo, tutto quello che ci serve.
Avevi ragione come se avessi già percorso questa strada, quasi fino alla fine.
Vuol dire che non ci sono troppi pericoli più avanti.
Aspettami lì.
Nella vita ti capitano i terremoti dentro.
I terremoti dentro sono come i terremoti fuori, hanno meno polvere, ma le stesse macerie, lo stesso silenzio improvviso, lo stesso boato assordante.
I terremoti dentro lasciano macerie, cocci, cadaveri di persone amate, voragini nelle pareti del cervello e del cuore, cani randagi che girano annusando l’aria, ricordi sepolti sotto il cemento.
Quando ti succedono i terremoti dentro e perdi l’equilibrio e senti che ti franano le budella, poi resti giorni e giorni a piangere, a strapparti i capelli, a maledire il destino, a scavare con le mani, a girare disperata senza meta.
Poi ti fermi e ti fa male la testa e hai gli occhi gonfi e tremi e resti tutto il tempo a ricordare, a fare il bilancio delle cose perdute, delle persone che non rivedrai più e chissà dove sono sepolte, chissà se respirano ancora, chissà se hanno sofferto come soffri tu, chissà come sarebbe stato se.
Quando ti succedono i terremoti dentro arriva il tempo e prima si ferma con te e ti guarda a lungo, poi ti strattona e ti dice andiamo, sei piena di cenere e terra nei capelli, lava via tutto, vestiti con vestiti nuovi, mangia, bevi, dormi.
E passi del tempo con il tempo e ogni volta lo disprezzi e ogni volta ti sorprende, ti aiuta, ti salva.
Guardi le macerie e inizi a immaginare un nuovo inizio e qui potresti costruire un castello e lì un ponte o una strada che non hai mai avuto il coraggio di prendere. I resti ammaccati e rotti possono essere la base di nuove meraviglie, possono essere l’inizio di un mondo nuovo dentro.
Quando ti succedono i terremoti dentro e hai smesso di avere paura e hai accettato il fato e hai parlato con il tempo e hai fatto l’inventario di quello che si è salvato e hai fatto il funerale a quello che se n’è andato e hai capito di essere viva, inizi a ricostruire.
Costruisci tutto più bello, tutto più solido. Con il prossimo terremoto non crollerà e se dovesse crollare ti scanserai in tempo e riderai perché conosci già la fine e il nuovo inizio, perché il tempo ti ha insegnato che puoi sempre salvare qualcosa, quello che non crolla mai e quello che vuole essere salvato.
Quando ti succedono i terremoti dentro, poi ti ricostruisci e impari a camminare al centro della strada, a tenerti lontana dalle pareti, a scegliere compagni di viaggio pronti a correre con te per non sparire.
Potrà succedere un giorno di camminare e ritrovarti, all’improvviso, nel vecchio mondo, quello crollato, e rivedere persone che erano state sepolte dalle macerie, cose che sembravano sparite. Potrà succedere di camminare nel passato e immaginare che la terra dentro non abbia mai tremato. Potrà succedere di ripensare a ieri e credere che quello che non hai avuto sarebbe stato migliore. Potrà succedere, ma è solo una truffa da palazzinari.
Il meglio non l’hai perso.
Il meglio deve ancora venire.
Da qualcosa poi dovrai ricominciare.
E decidi di partire dalle parole.
Dalle parole delle amiche che ripeti come un mantra, dalle parole di chi ti conosce davvero e ti ha capita e ti ama senza porti condizioni e ti dice ce la fai anche stavolta, devi crederci anche tu, devi prendere il dolore e trasformarlo in rabbia, devi prendere a calci in culo il destino.
Dalle parole dei libri, che divori come un tempo, che trascini nei viaggi in treno verso luoghi in cui non sai nemmeno se vuoi andare. Le parole di qualcuno che non conosci e che ti sembra ti conosca da sempre. Le parole che ti dicono ah, è così per tutti, è umano questo stropicciarsi il cuore, questo rimanere senza fiato per l’abbandono, per l’attesa. Le parole che ti dicono non muori per amore e se muori ne è valsa la pena, perché vale sempre la pena amare, anche se non sei amata, anche se smetti di amare. Le parole scritte da quelli bravi, quelli che sanno arrivare in quel punto del cervello in cui nascondevi le tue paure e i tuoi desideri e sanno tirarteli fuori e farli scivolare nella pancia e farti sorridere e farti dimenticare oggi e ieri e, a volte, anche domani.
Dalle parole delle canzoni, che ascolti in silenzio, mentre cammini con la testa bassa, con passo veloce.
Dalle parole degli sconosciuti che entreranno nella tua vita, che riempiranno lo spazio vuoto lasciato dalle parole gelide e dai mi dispiace sterili di chi è andato via.
Dalle parole che hai dentro, ma solo quelle al singolare. Quelle che parlano di te, nonostante gli altri. Quelle che dicono sei rimasta e respiri ancora e il tempo di ripartire è arrivato e non credere che finirà qui. C’è ancora un sacco di strada ed è piena di persone e farà bene e poi di nuovo male e poi bene e poi male. Adesso sai che puoi difenderti, ma sai anche che non lo farai, perché hai un cuore kamikaze che continuerà a lanciarsi in picchiata e schiantarsi ancora e ancora.
Domani sarò al Salone del Libro di Torino a intervistare Daria Bignardi. Speriamo di trovare le parole che servono.