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Milano sa farsi camminare

Sono andata a cena con un amico che vedo una volta all’anno. Non ci sentiamo spesso, però frequentiamo gli stessi bar virtuali e beviamo le stesse parole e sappiamo sempre dove trovarci, quando abbiamo voglia di fare due chiacchiere.

Sono andata a cena con un amico che vedo una volta all’anno e gli ho raccontato cose che non racconto a nessuno, cose belle, cose brutte, le sofferenze per cui non ci sono mai parole, le cose piccole e meravigliose di cui non mi ero resa conto, mentre mi succedevano, le malattie che non sai nemmeno come fare a conviverci, i progetti che non avevi nemmeno studiato perfettamente e che, raccontati a chi vuole ascoltare, sembrano così precisi.

Abbiamo parlato e bevuto e mangiato e camminato, perché a tutti e due piace camminare moltissimo, senza una meta, e faceva freddo freddo e Milano sembrava quasi bella come se non fosse Milano e mi sono accorta che confidarsi con qualcuno che non passa tutti i giorni con te è come guardarsi da fuori, mi sono accorta che il tempo sta passando e le cose succedono e io non me ne accorgo perché sono troppo occupata a limare il mio monologo interiore.

Abbiamo mangiato la pizza poi lui ha detto che se prendevo il dolce io l’avrebbe preso anche lui e io non l’ho preso, figuriamoci!, io che soffro per aver preso un chilo in questi aperitivi selvaggi della nuova città. Abbiamo bevuto il caffè e non era buono, ma c’erano tante chiacchiere e non fa niente e in fondo dovevamo raccontarci un anno, un anno incredibile per me, per lui, per chi ci ha voluto bene e per chi non ce ne vuole più.

Poi abbiamo camminato verso casa mia e lui si è messo in macchina e io sono rientrata al mio quinto piano e ho guardato la mia nuova parete rosa e ho pensato che il tempo che passa lenisce anche i dolori più grandi, che se hai deciso come raccontare la tua vita sei già pronto per viverne ancora, che ci sono persone belle belle che non ti faranno mai male, che non dimenticherò mai quanto ho sofferto per alcuni, perché io non so dimenticare, non ho mai imparato a farlo, ma che posso sopravvivere anche col cuore pieno di cerotti, che Milano è una città che sa farsi camminare, che anche solo una volta all’anno è bello passare del tempo senza dover dimostrare niente, provando solo a stare bene.

Singol

È ancora tutto un po’ strano. Svegliarmi e bere tutto il caffè della moka da due da sola. Prendere treni senza dire a nessuno dove vado. Fare la spesa solo per me. Decidere solo oggi cosa fare domani mattina. Stare sveglia una notte intera o dormire tutto il giorno. Uscire con chi mi va, se mi va. Essere attratta da decine di occhi incontrati in treno. Dormire in diagonale nel letto. Riempire un armadio enorme solo di miei vestiti. Scrivere senza avere qualcuno a cui inviare messaggi. Vestirmi per farmi guardare da estranei. Non uscire mai senza un filo di trucco. Bere un bicchiere di vino da sola. Mangiare sul divano. Passare serate a leggere senza dire una parola. Aspettare e aspettare di innamorarmi ancora.

I cordiali

Ogni due domeniche, da bambini, mia madre ci portava a pranzo da mia nonna, sua suocera, la madre di mio padre.

Noi eravamo bambini con i genitori separati che, a quei tempi lì, a Napoli, era una cosa inusuale e anche un po’ triste, quindi eravamo bambini da coccolare, ma anche bambini forti, per gli altri, perché per noi eravamo solo bambini.

Ogni due domeniche, mia madre ci faceva prendere la circumvesuviana e ci faceva arrivare a Pomigliano D’Arco da mia nonna e mia nonna faceva il suo ragù speciale e il polpettone e quelle patatine così buone, che ogni volta che ne mangiamo simili diciamo che buone! Sono proprio come quelle di nonna.

Mia madre, prima di andare da mia nonna, passava al bar di Santa Teresa e si faceva preparare un pacco con lo zucchero e il caffè. Lo chiamavano il cordiale, come il liquore. Mi insegnava che quando si va a casa della gente a mangiare si porta sempre un pensiero e, poi, io nella vita sarei diventata una di quelle che porta sempre vino e, invece, mia madre a mia nonna portava quel cordiale fatto di zucchero e caffè, ché a Napoli zucchero e caffè sono come il pane, non bisogna mai rimanere senza, sono una cosa che si usa e consuma sempre, sono parte della nostra tradizione.

Quando ci siamo trasferiti a Padova vedevamo molto meno spesso mia nonna, ma le telefonavamo ogni domenica.

L’ultima volta che sono andata a trovarla, lei era molto stanca e malata e mi ha detto sai prepararti un caffè? E io le ho risposto ma che domande! Ormai sono grande, so cucinare, so preparare il caffè, so fare tutto. E lei mi ha sorriso e mi ha detto sei sempre stata così indipendente e così testarda.

Due giorni dopo ho preparato il caffè per tutta quella gente che passava a salutarla per l’ultima volta, il giorno del suo funerale.

Stamattina, ho scoperto di non avere zucchero e mi sono ricordata di quei cordiali e della grande verità di mia madre che diceva che non c’è nulla di peggio di ritrovarsi in casa senza caffè e senza zucchero. Mi è tornata in mente mia nonna e come ero diversa tanti anni fa. Mi sono tornati in mente quei pacchi regalo avvolti nella carta rigida del bar. Poi ho bevuto il caffè amaro e mi sono infilata in doccia.

Non ha nemmeno più importanza

Vivo una situazione di seminomadismo perenne, spostandomi in continuazione da A a B a C a D e poi di nuovo A.
Cambio città all’occorrenza, molto spesso fuggo, a volte mi avvicino, mi cerco, mi aspetto.
Ho comprato casa e poi l’ho abbandonata per andare in affitto in un’altra città e dovrò rimetterla in vendita oppure decidere cosa sarà. Adesso sono lì e riparto da zero e ricomincio e vado avanti.
Sono tornata per qualche giorno a Padova, perché ho ancora il gatto da sistemare e gli scatoloni da riempire e gli armadi da svuotare. Mi sono accorta che non avevamo mai fatto mettere la targhetta con i nostri cognomi sul citofono e l’adesivo che avevamo attaccato sopra il nome della vecchia proprietaria era caduto via, lavato dalla pioggia.
Mi sono accorta che so vivere solo in questa precarietà, in questa perenne imprecisione, senza mai chiudere i cerchi, senza mai lasciare un posto per sempre, seminomade, girando in tondo, allargando il cerchio, aggiungendo oasi in cui ripararmi prima di ripartire.
Ho stampato un pezzo di carta con il mio cognome, l’ho attaccato con lo scotch al citofono. Se qualcuno dovesse suonare, probabilmente non troverà nessuno.
Ho finito tutti i sensi di colpa. Siamo stati bravi a dividere il mio e il tuo.
Ci sono delle crepe nei muri, ma sono strutturali. La struttura regge e il passato non la butta giù.
Non lo so se un giorno sarò capace di fermarmi. Forse succederà senza pensarci. Per il momento ho abbastanza scotch per attaccare il mio nome su tante porte ancora, lontane o vicine, non ha nemmeno più importanza.

La nuova abitudine

C’è questa nuova abitudine che mi piace molto.

Quando cominci ad avere nuove abitudini, il tuo bar, la tua bancarella della verdura preferita, l’angolo dove dare gli appuntamenti, il tuo ufficio postale, quando cominci ad avere nuove abitudini ti senti a casa.

C’è questa nuova abitudine che mi piace molto che è iniziare a bere l’aperitivo con le amiche in un locale, per poi spostarci in un altro a mangiare dolci e bere vino. È un rituale che è nato come tutti i rituali, un po’ per caso e un po’ per destino, com’è nata la nostra amicizia, che poi io, un anno fa, non uscivo mai con loro e adesso sono le persone che cerco quando mi succede qualcosa di bello e quando, ahia!, mi succedono le cose brutte, quando la nostalgia mi assale, quando non ho muri abbastanza duri contro cui sbattere la testa, quando ho bisogno di qualcuno che mi salvi la vita.

E una sera eravamo lì, a bere e poi camminare e poi bere ancora vino e scegliere i dolci e lì, mentre raccontavamo la nostra quotidianità così terribilmente importante, il marito di un’amica ha detto una cosa così semplice e bella che avrei voluto pensare da me.

Lui ha detto, tra un bicchiere di Nero d’Avola e un boccone di cheesecake, che si smette di scrivere tanto e appassionatamente quando non si ha più bisogno di mandare messaggi.

E io ho capito perché quest’anno ho scritto tanto, perché dovevo dire le cose, a chi avrei voluto dirle e a chi no. Ho capito che avevo bisogno di lanciare segnali, di aspettare che la corrente trascinasse i miei messaggi nella bottiglia, avevo bisogno di parlare ad alta voce e avere qualcuno che ascoltasse, qualcuno soprattutto sconosciuto e attento.

C’è questa nuova abitudine che mi piace molto, che è capire me stessa ascoltando gli altri, che è bere vino con persone belle, che è sentirmi a casa in questa Milano che ha angoli nuovi e il sole caldo anche a novembre.

Prima ancora di bere il caffè

Quelli che dicono che non si cambia mai, che ritorniamo sempre a essere noi stessi, che il bianco non diventa mai nero e che il nero può sembrare al massimo un po’ grigio, ma resta nero, quelli che psicanaliticamente ti dicono fai questo e quello perché da bambino ti è successo quello, perché tuo padre, perché tua madre, quelli che non credono che dall’oggi al domani, un sorriso, una canzone, un film, un abbraccio, un caffè bevuto con troppo zucchero, una fantasia sessuale realizzata, un bacio dato a occhi chiusi, un treno perso e poi ripreso, i cannelloni ripieni, possano davvero cambiarti la vita, quelli che non credono che possiamo essere quello che vogliamo, anche per pochi momenti, e non solo quello che dobbiamo, quelli che dicono che non si cambia mai a me fanno paura.

Mi fanno paura, quando mi guardo allo specchio e sorrido e mi dico che strano!, non mi spaventano più il tempo e le rughe nuove e i capelli bianchi e il lato del letto vuoto e il silenzio a cena e le case nuove e gli amici che non fanno domande.

Mi fanno paura quando i ricordi non fanno più male e io penso che si cambi, si cambia sempre e non diventiamo sempre migliori e a volte ci fa male essere diversi e a volte ci fa male essere come eravamo.

Io sono convita che si possa cambiare sempre, che si debba cambiare sempre, se non siamo più felici, se non siamo ricambiati, se non siamo soddisfatti, se non ci svegliamo la mattina con qualche buffa musichetta in testa e il sorriso sulle labbra e la voglia così preziosa di guardare il cielo fuori dalla finestra, prima ancora di bere il caffè.

Vado a letto presto

Vado a letto presto. Forse è il cambio di stagione, forse è l’ora solare, che anticipa i tramonti e mi fa venire voglia di piumone e di cuscino.
Esco con le amiche, non mi accorgo degli uomini, non ce n’è nessuno che mi interessa veramente.
Leggo poco, sono poco concentrata, mangio male, bevo birra più del vino, ascolto tantissima musica, cammino, cammino, cammino, mastico troppo chewingum, prendo tantissimi treni e metro e tram e non ho progetti che vadano oltre dopodomani.
Ho imbiancato casa nuova con l’aiuto di un’amica, ho fatto qualche intervista, ho speso più soldi di quelli guadagnati, ho cambiato ancora vita, ho regalato tanti jeans che non mi andavano più.

Ho letto un articolo sulla creatività, che diceva che nei momenti di euforia si hanno tante idee che non si riescono a fissare e che nei momenti di depressione mettiamo in ordine tutti i concetti e ho pensato che io, nei mesi in cui soffrivo in maniera disumana per amore, ho scritto così tanto e ho creato così tanto che forse a volte fa bene finire nella melma vischiosa di una depressione affettiva, che forse a volte i sentimenti che ci opprimono creano cose belle, che dal letame nascono i fiori, che il senno di poi migliora le cose.

Non mi piace l’inverno. Non mi piace novembre che mi ricorda l’inizio di quella che poi è stata la fine.

Però mi sveglio con la testa vuota e leggera, bevo caffè guardando Milano dalle mie nuove finestre, non ho più paura di incontrare i miei fantasmi per strada, non sento più il tempo che passa violento, ma lento e sereno e a volte si ferma ad aspettarmi quando ho il passo troppo affannato.

La nuova prospettiva

Stamattina guardavo un quadro e mi è tornato in mente questo amico. Non era un amico di quelli che dai, stasera usciamo!, di quelli proprio che vedi spesso, che non li chiami più perché vi scrivete con whatzapp. Era uno che conoscevo, da anni, con cui avevo passato il capodanno insieme, che era amico di mio fratello, che incontravo spesso sul treno per Venezia, che avevo visto, qualche volta, in piazza a bere spritz.

Guardavo questo quadro e pensavo che lui, cazzo, era bravo, che i suoi quadri mi piacevano, che era un tipo originale, di quelli che quando gli parli ti trattano con intimità, che non è da tutti, non da me che sono sempre riservata, all’inizio, e che nascondo la timidezza dietro l’aggressività. Pensavo che era uno entusiasta e triste, che l’ultima volta che l’ho visto mi ha detto che gli mancava un sacco lei, una lei che credo di non aver mai visto, però lui, con quella intimità lì, mi ha detto che lui voleva essere innamorato e io mica l’ho capito quella sera lì, mica ho capito davvero quello che mi raccontava dell’amore che massacra, mi sembrava solo uno che aveva bevuto troppo.

Qualche mese fa è caduto dal balcone e dicono che si è buttato e altri dicono che è inciampato.

È caduto e ce l’hanno detto e noi siamo rimasti tutti senza parole, perché lui era uno bravo, uno col talento, ma era troppo entusiasta e troppo triste. Forse. O forse no, forse cadiamo tutti senza un motivo, forse succede a chiunque di inciampare. Forse solo alcuni di noi, quelli col talento, vogliono così tanto essere innamorati da raccontarlo a una ragazza timida e aggressiva che vedi solo ogni tanto.

Si è buttato dicono. Oppure, dicono, è caduto.

Forse stava solo cercando una nuova prospettiva, per dipingere meglio quella cosa che esplode dentro e noi non vediamo e poi la capiamo tardi e ci sentiamo impotenti e fragili.

Come quando

Ci sono gesti che fai per necessità e altri per abitudine. E quando la necessità diventa abitudine il tuo corpo ripete movimenti senza un vero perché.

Allora compi gesti strani e fuori luogo, perché l’istinto non segue la ragione.

Come quando ti aggiusti gli occhiali sul naso anche se stai indossando le lenti a contatto.

Come quando ti lavi le mani dopo averle appena lavate.

Come quando cerchi ovunque le chiavi e le hai già in mano.

Come quando provi a legarti i capelli e poi ricordi di averli tagliati.

Come quando riempio due tazzine di caffè e tu non ci sei più.

Succede

Non sono mai stata ottimista.

Sono fatalista come tutti i napoletani, melodrammatica, passionale, scassacazzi, permalosa. Parlo troppo, racconto tutto ad alta voce, sono teatrale, sarcastica, lamentosa. Ho slanci di smodata generosità e non me ne pento, ma a volte, di nascosto, faccio la somma degli abbracci dati e ricevuti e vorrei avere di più di quello che do. Sono malinconica, nostalgica, severa. Sono possessiva, ma non gelosa. E non sono mai stata ottimista. Noi napoletani ci arrangiamo, tiriamo a campare e cantiamo, mangiamo e ridiamo solo perché non abbiamo fiducia nel futuro.

Però, questa volta, voglio pensare che andrà tutto bene, che le cose schifose andranno via e resteranno quelle belle, che non dimenticherò le volte in cui sono stata felice, in cui siamo stati felici, che ricomincio dal mio tre.

Stamattina non mi sento pessimista.

Succede a noi napoletani dopo una lunga serata passata a bere cabernet veneto.

Piccole, piccolissime grandi donne

Non ricordo se avevo davvero tutta questa voglia di diventare grande.

Ricordo che i grandi avevano problemi noiosi e insormontabili, che dormivano sempre poco, che passavano il tempo libero a fare le pulizie, il bucato, la spesa, i conti, la fila in posta, le melanzane alla parmigiana, il gattò di patate, che parlavano sottovoce se entravamo in cucina all’improvviso, che si addormentavano, stanchi morti, davanti alla televisione.

Ricordo che nei pranzi a casa di nonno avevamo i tavoloni in due camere diverse, quello per gli adulti e quello per i bambini, e vedersi era sempre una festa e poi litigavamo per la cocacola e per le barbie e poi crescendo, ogni nuova pasqua e nuovo natale, ci scambiavamo i vestiti e i consigli su come truccarci e, forse, sì, avevamo voglia di diventare grandi, ma solo per stare più tempo fuori, per sentirci libere. E spesso litigavamo e poi ci criticavamo, ed eravamo amiche, oltre che cugine.

Io vi ho sempre amate tutte e non volevo crescere, forse volevo solo poter viaggiare quando volevo, potermi sentire meno diversa, meno a disagio. Vi trovavo tutte belle, anche quando l’adolescenza ci rendeva odiose, anche quando il tempo ci allontanava e quando nonno è morto e non ci sono più stati i pranzi belli, con tutta la famiglia numerosa riunita e i carciofi fritti e il caffè che finalmente potevamo bere anche noi.

Ieri vi guardavo, in quella chiesa piccola e piena, e mi chiedevo quando è successo che siamo diventate grandi, che abbiamo iniziato a dormire sempre poco, ad avere problemi noiosi e insormontabili, ad addormentarci, stanche morte, davanti alla televisione. Quand’è successo che siamo diventate donne e abbiamo iniziato ad accudire, invece di essere accudite, a pagare per gli sbagli, a incassare i piccoli traguardi.

Ieri ho capito cosa c’era in quelle parole dette sottovoce in cucina e se solo avessimo potuto capire, se solo ci avessero detto che avremmo pianto tanto, riso tanto, che avremmo affrontato le malattie, la disperazione, la disoccupazione, le separazioni, i traslochi infiniti, se solo ci avessero detto che saremmo sopravvissute ai nostri figli.

È ottobre e sembra ancora estate. Mi sono accorta che ormai entro in chiesa solo per i funerali. Eravate tutte bellissime. Non sono riuscita a dirvelo, nemmeno sottovoce.

Prima o poi

Ci sono quelli che credono nel karma, che ti dicono che se fai il bene poi ti torna indietro il bene, che a ogni azione corrisponde una reazione, che verremo ripagati o puniti per tutto ciò che facciamo.

Ci sono quelli che credono nel destino e ti dicono che le cose dovevano andare così, che poi capirai il disegno, che nulla succede per caso, che le coincidenze sono segnali, che le persone entrano ed escono dalla tua vita perché il Grande Regista aveva già deciso.

Io credo che le cose succedano un po’ perché le hai meritate e un po’ perché le meriterai dopo averle fatte, che puoi rinascere mille volte e mille volte morire, che assumerti tutte le colpe non ti rende migliore, che chi ti vuole davvero bene non vorrebbe mai vederti soffrire, che quelli a cui vuoi davvero bene lo sentono sotto la pelle, lo capiscono senza ripeterglielo fino alla nausea. Credo che ogni inizio sia faticoso e bello, che ogni fine sia nostalgica, che non puoi conservare tutto, ma che quello che resta lo porterai sempre con te.

La sera è strano non avere nessuno a cui raccontare cosa mi è successo, eppure succedono così tante cose che non saprei da dove iniziare a raccontarle.

Ho pianto per tanti mesi, tutti i giorni, più volte al giorno. Non credevo che il mio corpo potesse produrre tante lacrime. Piangevo perché non potevo fare altro e tutto doveva passare e tutto doveva cambiare.

Mi sono venute le borse agli occhi, le occhiaie scure e due rughe dritte intorno alla bocca. A volte mi guardo allo specchio e mi chiedo come ho fatto a invecchiare così in fretta.

Ho chiesto a truccatori e medici come cancellare questi segni dal viso e mi hanno detto che non c’è altro da fare che portarli con me per sempre.

Eppure sono convinta che, se potessi ridere per tanti mesi, tutti i giorni, più volte al giorno, prima o poi potrei tornare a riconoscere quella donna nello specchio.

Forse basta solo avere pazienza.

Il primo giorno dell’anno

Sono sempre stata di quelle che no, non a settembre, l’anno comincia a gennaio, perché c’è il mio compleanno e ci sono le feste e c’è il freddo cane che non lascia il tempo per andare a spasso, allora rimani a fare le somme, a elencare propositi, a farti promesse solenni che in primavera non manterrai.

Sono sempre stata di quelle che no, l’anno comincia con il calendario, da uno a trecentosessantacinque, con poche eccezioni, dal principio alla fine, inverno, primavera, estate, autunno e poi di nuovo inverno.

Poi, oggi, pioveva e pioveva, dopo tanto, quasi troppo caldo. E non avevo l’ombrello, perché sono nell’ennesima casa non mia, in attesa che comincino le cose belle, che cambino i giorni, che inizino le avventure, che si trasformino le abitudini. Non avevo l’ombrello e sono rimasta chiusa in casa e guardavo fuori dalla finestra chiusa, perché comincia a fare fresco, e pensavo che davvero è tutto nuovo, la città, il lavoro, gli amici, il mio guardaroba, il taglio di capelli. Sono nuovi i sorrisi e i locali in cui bere il vino, sono nuovi i libri, i cibi, i profumi, i desideri, i silenzi, le solitudini con la musica, sempre.

Oggi mi è sembrato il giorno giusto per un inizio, perché è tutto nuovo, l’entusiasmo, la voglia di provare, l’eccitante sensazione di libertà che ti dà solo la consapevolezza di non aver niente da perdere. Oggi era un giorno giusto per un inizio, perché va tutto bene, perché non ci sono più gli occhi lucidi e le gambe che tremano, perché desidero invece di rimpiangere, perché ho più futuro che passato.

Oggi mi è sembrato il giorno giusto per l’inizio di tutto e ho ordinato una pizza e ho ordinato una birra e ho guardato la pioggia che non smette di cadere e ho festeggiato, serena, il mio capodanno.

La presente vale anche come scuse

Che, poi, la cosa più difficile è stata dormire.

Dormire una notte intera, senza svegliarsi ripetutamente, senza fissare il soffitto per ore, la sveglia con i numeri verdi, le tre, le quattro, le cinque, l’alba, la luce dalla finestra, senza pensare e pensare e pensare e ripensare a tutto, senza ricordare, senza ripetere tutte le parole dette e le parole scritte, tutte le parole scritte, a memoria.

La memoria mi ha fottuta. Io ricordo tutto. Tutto. Le parole, le frasi, gli sguardi, le smorfie della bocca e i tuoi imbarazzi, le lacrime, le cose dette a bassa voce, quelle dette senza pensarci e non ci hai pensato tu, ma io ripetutamente e tu dimentichi in fretta e io no, mai, è una maledizione, una tortura, e se non dormi poi tutti i ricordi stanno lì, uno sull’altro, non ti danno tregua, ti stringono nel letto, li rimetti in ordine, in fila, li ripensi, li sudi, ogni volta ci capisci una cosa nuova, ogni volta ci cerchi una soluzione. Non ci sono soluzioni nei ricordi. I ricordi sono finiti. I ricordi sono il passato.

Il passato è passato per tutti, ma non passa se non dormi. Io avevo deciso che questi mesi erano una bolla chiusa, io, lui, l’altro, l’altra, in cui si ripetevano gli stessi errori, le stesse scene madri, gli stessi silenzi che volevano dire tutto e io non capivo, non volevo capire. Ho bevuto litri di caffè. Se non dormi poi di giorno sei a pezzi, hai i riflessi lenti, sei come dentro un liquido denso, ti pesano i muscoli, sei piena di lividi, non ricordi come te li sei fatti. La gente ti parla e tu non ascolti, senti le voci lontane, ma non ti concentri. Non sei nemmeno stanca. Sei esausta.

Sei esausta, ma giochi al massacro. Non molli. Non superi. Non chiudi occhio. A volte crolli. Mezz’ora. Quarantacinque minuti. Ti rialzi. Ripensi. L’amore diventa odio che diventa amore che diventa ossessione che diventa odio che diventa amore. Non ha nemmeno più senso. È finito. È finito. Ma tu non dormi, quindi non lo sai. Non ti ricordi se sono passati tre giorni, tre settimane. A volte sembra ieri, a volte sembra così lontano. Non ti ricordi le facce. Non ricordi la voce. Una sera ho bevuto troppo, sono crollata, li ho sognati, erano così nitidi. Mi sono svegliata. Erano solo le quattro. Non mi ricordo se sono passati tre giorni, tre settimane.

Sono passati otto mesi. Non sono mai andata in un ufficio. Ho scritto moltissimo. Ho lavorato, ma non ricordo bene quando, come. Sorridevo. Per lavoro devo sorridere. Io odio sorridere. Mi piace ridere, non sorridere. Prima delle grandi giornate non ho mai dormito. Avevo delle occhiaie enormi. Bevevo molto caffè. Poi c’era l’adrenalina. I truccatori mi dicevano ah, ma tu fai le ore piccole. E sorridevano complici. Ma io odio sorridere. Ero stanca, poi mi dicevo faccio questo e poi parto e poi non faccio più nulla e scappo e poi lascio tutti i fantasmi qui e non mi seguiranno e vado lontanissimo e poi sarò libera e poi non penserò più e lui sparirà per sempre. Ogni volta dicevo la prossima settimana parto e poi non partivo, c’era sempre altro da fare, c’era sempre da sorridere. Faccio l’ultima, poi basta. Poi ancora un’altra. E poi scrivevo e poi sorridevo.

Poi sono partita, ma era tardi e non dormivo e poi il jet-lag e tutto diverso e tutto quel sole e nessun rifugio e i giorni a disposizione per riposare e invece, cazzo, non fare nulla è un suicidio, tutti i pensieri erano lì, mi sono saltati alla gola e io ero molto stanca. Da quanto tempo non mangio? Ho perso otto chili. Non mi va più nemmeno un vestito. Li compro nuovi. Finisco il credito della carta, non me ne accorgo, da quanto non controllo il saldo? E i pagamenti delle fatture? E il mutuo? Sono tornati tutti, erano lì, i ricordi, i pensieri. Non dormivo, bevevo molto, mangiavo poco. Potevo diventare un anacronistico poeta beat. Ma non scrivo se sono sbronza. È stato come un viaggio nel deserto con lo spirito guida. Ho capito le cose. Sono andata fuori di testa. Ho rivissuto tutto. Ho capito gli errori. Avevo fatto degli errori. Avevo fatto soffrire anche io. Però tutti erano andati avanti, io no, perché il passato non passa se non dormi, e non è mai sera e non è mai mattina, ti muovi lentamente e poi a scatti, piangi molto, moltissimo, ripeti sempre le stesse cose, non te ne fai una ragione, non te ne fai una ragione, non te ne fai una ragione. Arrivi al punto di rottura. Ti rompi. Muori.

Rientro, mi trascino dal medico. Mi chiudo in casa. Dormo tre giorni. Mia madre è preoccupata. Elena è preoccupata. Come avrei fatto senza Elena? Non ci siamo frequentate per anni. Mando giù con un bicchier d’acqua. Dormo ancora. Non mangio per tre giorni. Mi alzo per bere e per nutrire il gatto. Ogni notte riposo, mi alzo solo quando fanno male i muscoli, quando finisce l’effetto del sonno profondo. La casa è un po’ più vuota, ci sono meno fantasmi, ci sono meno parole ripensate, molte meno.

Mi ricordo di quel paio di occhi che avevo notato appena in questi mesi. Sono occhi molto belli.

Mangio un po’. Nel pomeriggio riposo. Il nono mese rinasco.

La presente vale anche come scuse.