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Il fantasma della donna che faceva il vino

Come mai mi piace così tanto il mondo del vino?

Se non fosse ancora così evidente, questo video vi fa capire perché negli ultimi anni ho dedicato così tanto tempo ed energie (e sacrificato un po’ della mia prova costume) per girare l’Italia visitando cantine e assaggiando vini. Ci sono storia, passione, fatica, entusiasmo, vittorie, delusioni, promesse, speranze in un bicchiere di vino e nel luogo in cui viene prodotto.

Se non avete ancora progetti per i prossimi weekend, andate a visitare Nipozzano, nel Chianti Rufina, e fatevi raccontare di Leonia Frescobaldi, imprenditrice audace di più di un secolo fa, che ha saputo creare e gestire una tenuta enorme ancora in funzione. Ha anche progettato lei una cantina, perché non le bastava mica fare solo la moglie del marchese! Le hanno dedicato anche una bottiglia di metodo classico che è diventata la mia bollicina preferita (se riuscite ad assaggiarla, fatemi sapere cosa ne pensate).
Dicono che il suo fantasma vaghi ancora di notte, nella torre di Pomino. Se siete fortunati (e temerari) riuscirete a sentire i suoi passi sul tetto, quando fuori è buio.
A me è successo, credo di averla addirittura vista, nella penombra. ma non posso garantire che non sia stata opera del vino bevuto a cena.
Cin cin.

Vado a Cuba, fate i bravi

Domani parto per Cuba.
Volevo visitarla da tanti anni, ma poi il lavoro, i traslochi, la vita, le consegne, altri viaggi, compagni d’avventura andati ed altri ritrovati mi hanno distratta. Soltanto la bandiera americana che di nuovo sventola sull’ambasciata all’Avana mi ha fatto tornare in mente che ora o mai più.

Parto dopo aver consegnato il nuovo romanzo e aver dato disposizioni al compagno temerario su come accudire i gatti.

Per quindici giorni mi dimenticherò della rete, dei social, delle email, di whatsapp, del telefono e di questo blog, che ormai trascuro come un figlio troppo adulto.

All’inizio del mese di agosto, Malafemmena ha compiuto dodici anni. Non male, per un diario.

Ci sentiamo a metà settembre, cicloni permettendo.

Fate i bravi.

Cosa accade a chi torna

“Chi parte sa da che cosa fugge, ma non sa cosa cerca”, diceva l’amico Lello al protagonista Gaetano, in Ricomincio da tre (senza citarne la fonte, come direbbero sul web).

Mi sono sempre chiesta cosa accade a chi torna, invece.
La mia vita è sempre stata una corsa in avanti, nomade, cambiando città  come se fossero paia di scarpe, accumulando strati di nostalgia e mazzi di chiavi, abitudini da ricreare in continuazione, scatoloni da riempire.
Questa è l’età in cui fermarsi e guardarsi un po’ indietro, per misurare il cammino e dirsi che tutto sommato è stata una bella distanza. Ed è l’età in cui far pace col passato, i fantasmi, i ricordi mitizzati, gli addii, le occasioni perdute, le scelte fatte.

Sto per partire per un viaggio a ritroso e sono eccitata e un po’ spaventata. Per fortuna, dove sto andando c’è il caffè più buono del mondo.

Quella volta che eravamo brava gente

Qualche anno fa avevo in progetto un lungo viaggio intorno al mondo, alla ricerca di connazionali immigrati di vecchia e nuova generazione, per fare un documentario che avrei chiamato “Italiani brava gente”.

Mi sarebbe piaciuto intervistarli, per sapere non solo perché si erano decisi a lasciare il Belpaese, ma anche cosa ne pensavano, cosa ricordavano, se il viaggio aveva aperto loro la mente, li aveva dotati del senso civico di cui in patria siamo totalmente privi, aveva dato loro un nuovo metro di giudizio sul “bene comune”. Se c’è qualcosa di italiano che ti resta attaccato addosso per sempre, un tempo come ora, oltre alla pasta, al parmigiano e alle camicie stirate da mammà per tutta la vita. Se abbiamo dei valori più forti perché cresciamo sotto l’ala ingombrante del Vaticano. Se il nostro attaccamento, spesso morboso, alla famiglia e la nostra espansiva gestione degli affetti ci rendano persone più tolleranti.

Ogni incontro con un italiano, in viaggio, è un momento di autoanalisi. Ci riconosciamo dall’aspetto esteriore, dagli immancabili occhiali da sole, dai vizi che detestiamo, ma di cui non riusciamo a fare a meno, dall’incapacità di adeguarci alle differenze culturali, dal bisogno di maccheroni, dalla fissazione (sacrosanta) per la pulizia, dal bisogno di fare shopping nelle catene della grossa distribuzione.

All’estero siamo più disciplinati perché ci accorgiamo che lo sono tutti gli altri, ma se percepiamo un malcostume lo facciamo subito nostro. Osserviamo le leggi degli altri come se fossero qualcosa di ineludibile, ma riteniamo che le nostre siano superflue, moleste, inutili, dannose. Siamo geneticamente portati alla scorciatoia, al disprezzo per le istituzioni. Nessuno ci ha mai spiegato che le tasse servono per pagare i servizi, che gli ospedali gratuiti, le strade, le scuole, gli asili, senza i soldi delle imposte non ci sarebbero. Quando funziona qualcosa in altri paesi è perché lì non ci sono “italiani ladri” e quando siamo a casa ci esercitiamo tutti alla furberia, perché la qualità che più apprezziamo in un essere umano è la scaltrezza.
Molti sono cervelli in fuga, quelli che hanno capito che la cultura è un valore aggiunto, che è un mezzo e anche un fine, che serve a renderti un essere umano migliore e non solo uno stipendio più alto. Sono quelli che trovano insopportabile l’idea di arrangiarsi con i “500 euro al mese che mi passa papà”, quelli che tanto il mondo è così piccolo che farsi una famiglia altrove è ormai come essere a casa.

La maggior parte apre la mente con il confronto e la distanza. Impara che non esiste una gerarchia naturale per cui il maschio è al di sopra della donna, che non “pare brutto”, se non ci si sposa in chiesa, che è del tutto lecito e naturale amare chi ti pare, anche fosse del tuo stesso sesso.

La maggior parte di quelli che si allontanano diventano ancora più brava gente.

Non tutti. Come non tutti sono demotivati, abbruttivi, incattiviti e intolleranti qui da noi.

Mi sarebbe piaciuto capire se è l’aria umida che si respira da troppo tempo qui a casa a renderci crudeli, a spingerci a idolatrare un politico ultrasettantenne che va con le ragazzine e a disprezzare un ragazzo che ama un altro ragazzo fino a fargli togliere la vita. Avrei voluto sapere se disimpariamo la civiltà perché siamo in guerra per il pane o se abbiamo sempre mascherato una nostra profonda ignoranza con le griffe che non possiamo nemmeno più permetterci all’outlet.

Volevo sapere se siamo un paese cattivo o solo un cattivo paese, perché nonostante il disprezzo che provo per molti di noi, nel leggere i titoli dei quotidiani, io penso ancora che possiamo essere migliori di così.

Non sono mai partita. Forse un giorno lo faccio. Nell’attesa, anche solo per farmi un favore, potremmo provare tutti a essere gente meglio, bravissima gente, italiani belli.

Il punto di non ritorno

Il punto di non ritorno è quando il viaggio diventa interiore.
Parti, ti decontestualizzi e vedi le cose da una prospettiva diversa, con colori che non ti erano sembrati mai di quella tonalità, con i suoni che ti sorprendono alle spalle e ti fanno sentire teso come un animale selvatico. Pronto all’attacco. Pronto.
I viaggi più incredibili sono quelli che ti succedono dentro, quando sei a casa e non la riconosci, quando le persone che ti stanno intorno tornano a essere mondi nuovi e ti sembra che tutto possa, debba, iniziare da zero.

Ricordo il primo lungo viaggio che ho fatto da sola con mio fratello. Avevamo vent’anni, un padre appena seppellito, il bisogno di sentirci vivi e la fame di scoperta. Mi è sembrato eterno ed è durato soltanto due settimane e poi mesi e mesi dopo, dentro, trasformandomi in qualcosa di diverso.

Non importa dove vai, ma come ci vai. E come torni, quando torni e se mai torni.

Sono rientrata piena di entusiasmo e di appunti. Mi sono detta adesso scrivo e scrivo e allora acquisterà un senso tutto quest’anno passato a dire che bisogna fare delle proprie passioni un mestiere, sarà servito a qualcosa rinunciare al terzo libro previsto a Natale di una trilogia che non finirà, per raccontare le storie che mi vivono dentro da un po’.
Mi sono detta torno a commentare la politica e l’attualità, riprendo il mio blog sull’Unità, sarò più presente su twitter, mi infilerò in tutti questi spazietti lasciati liberi dai veri intellettuali per dire la mia, mi risveglierò dal torpore accidioso e terrò duro fino a quando non mi arriveranno un po’ di soldi e potrò tirare il fiato.
Ho dormito per due giorni e ho sentito i muscoli rilassati e ho fatto una scorpacciata di sogni confusi.
Mi sono seduta al tavolo bianco della sala milanese, quella con le finestre grandi che guardano in due direzioni e che a volte ammiccano, col sole forte, e ti danno l’idea di affacciarsi sul mare.
Nulla.
Non è successo nulla.
Ho risposto alle email, fatto un paio di lavoretti piccoli piccoli, ho guardato tanti telefilm, ho sfogliato i giornali online, ho letto le notizie e ho pensato bisognerebbe indignarsi, scrivere, dire, fare qualcosa, fare davvero qualcosa. E poi non ho fatto nulla.
Sono uscita a passeggiare e mi sembrava tutto nuovo. Il caldo imprevisto di ottobre, il cielo grigio senza speranza, le mani degli amici, i banconi dei bar.
Un pomeriggio sono uscita per fare qualcosa che nemmeno ricordo e non l’ho fatta. Mi sono infilata in una libreria e mi ci sono persa e alla fine non so quanto tempo sia passato e tutte quelle quarte di copertina erano pianeti e dovevo scegliere dove atterrare per fare rifornimento.
Leggo. In silenzio. E poi interrompo le persone quando parlano e dico le cose che mi passano per la testa.
Questo è un viaggio nei miei limiti, nei ricordi, a volte felici e molto spesso dolorosi. È il parto di un cambiamento, la nascita di qualcosa che non poteva più non venire fuori.

Va tutto bene, l’amore, gli amici, il nipotino che cresce, la salute, l’autunno leggero, i miei libri sugli scaffali. Eppure non ho voglia di ritornare in me, forse perché sono troppo pigra o forse perché, se questa volta dovessi fallire, non potrei perdonarmelo.

A volte vado a correre, senza averne voglia. La cosa più difficile sono i primi passi. Non mollare. E poi altri ancora. E il corpo che continua e il cervello che ti chiede perché lo fai? perché insisti? Non vuoi essere qui, vuoi restare sul tuo divano, immobile, a immaginare corse infinite che non inizierai mai. E supero il primo chilometro e mi dico fino a qui tutto bene e mi dimentico quello che stavo pensando un attimo prima e i polmoni si riempiono e la fronte suda e vado avanti, perché non c’è altro da fare.
Andare. Avanti.

Ulisse ci ha messo dieci anni per ritornare a casa e il viaggio era la vita stessa, l’avventura. Io rientro con lentezza e qualcosa intorno a me sarà sicuramente cambiata. L’energia, l’entusiasmo, le distanze tra me e gli altri, i bisogni, la storia nuova che avrei dovuto buttare giù due mesi fa e che ancora sto pensando, i silenzi confortanti di cui mi nutro per giorni interi, le giornate che diventano corte, ed è subito sera.

Festival di Cannes – mattina #2

Se potessi, vivrei tutto il giorno, tutti i giorni, leggendo libri e guardando film. Lo farebbe chiunque (anzi, in molti non leggerebbero, perché – ahinoi! – sta passando di moda).

A Torino c’è il Salone del Libro, a Cannes la meraviglia del cinema.

Se potessi, vivrei in un festival perenne. Tre pellicole al giorno, un caffè a due passi da François Ozon, discussioni lunghissime su significati e montaggi, sorrisi della gente, male ai piedi e poche ore di sonno.

Se potessi, vivrei la vita come se fosse un film, con i tempi giusti, i dialoghi in cui non sbagli una parola, gli sguardi perfetti, i silenzi impeccabili.

Se potessi, scroccherei champagne tutte le sere e metterei sempre l’abito lungo che mi hanno prestato e sorriderei pensando che la vita è tutta patinata, che i capelli ti stanno sempre perfettamente, che il rossetto non  sbava mai, che la tua storia basta solo raccontarla al meglio e che ogni esistenza è un film, che puoi guardare anche senza aver fatto l’accredito.

Carlton Cannes

I ricordi perfetti

Qualche giorno fa ho ritrovato in un cassetto delle foto di quando ero ragazzina che non mi sono mai piaciute. L’immagine ritratta in quelle foto non mi rappresentava. Non mi vedevo così. Anzi, non volevo vedermi così.

L’adolescenza non è stata clemente con me. Fino ai 17 anni sono stata cicciotta e poco carina, dopo i 17 sono diventata scheletrica e poco carina. Avevo un sacco di personalità, senso dell’umorismo e cervello, però, eh, oh, è andata così.

Mentre facevo a brandelli quelle fotografie, mi sono chiesta come mai non me ne fossi liberata prima.
Per molto tempo ho avuto il timore di sbarazzarmi di alcune immagini che ricordavano il mio passato, comprese quelle a cui erano legati ricordi spiacevoli. Mi sembrava di rinunciare a un pezzo di vita. Attribuivo un valore sacrale a quelle stampe 10×15 cm.

Nel mio recente viaggio in Brasile, durante il quale ho scattato così tante foto che non basterebbe un social network intero per contenerle, mi sono accorta che qualcosa è cambiato.

Uno scatto che non mi piace lo cancello. E ci riprovo. Se mi trovo brutta in una foto, la rifaccio. Se non posso rifarla, amen, la butto nel cestino e finisce lì.

La tecnologia ci ha dato una grandissima possibilità: costruire e preservare i ricordi migliori che possiamo avere.
Ormai salviamo solo il meglio, quello che non ci mette a disagio e ci fa stare bene.

In Tutto su mia madre di Almodóvar, il meraviglioso personaggio di Agrado dice “Una es más auténtica cuanto más se parece a lo que ha soñado de sí misma“. Più somigli all’idea migliore che hai di te stessa, più sei vera.

Non c’è nessun motivo per non riempire la memoria di ricordi perfetti. Io ci sto provando.

(Questo post è anche per chiederti di non taggarmi in foto in cui faccio schifo. Non lo fare. Davvero. Non farlo. Grazie).

Parto prima io

Io sono una che corre. A dispetto della mia pigrizia, dell’accidia, del terrore di sbagliare, della malinconia sempre infilata tra le ossa. Sono una che corre, perché bisogna andare avanti e arrivare e realizzare, perché bisogna guadagnare il proprio posto al sole, che è sempre un po’ oltre, più avanti, più avanti.

Sono una che corre e inciampa e cade e si sbuccia le ginocchia e si rialza e poi corre ancora. Prima o poi si arriva. Prima o poi.

Mi capita di fermarmi, a volte, per scelta o accidente, per motivi tristi e motivi felici, e metto a posto i tasselli, tutto in fila, tutto in ordine.

Perché le cose non le capisci mentre corri, ma quando ti fermi a riprendere fiato.

E capisci che gli affetti, le risate, le cene insieme, seduti a tavola per ore, il bagno a mare e nei fiumi scuri, le foto con i sorrisi, i regali, soprattutto quelli superflui, i pianti liberatori e gli abbracci, i progetti e i ricordi, raccontati davanti a una birra ghiacciata, valevano tutti gli ostacoli e tutti gli affanni.

La vera fortuna nella vita non è avere tutto con facilità, ma riuscire a capire il valore di quello che hai.

Ieri l’ho capito. E mi sono asciugata di nascosto una lacrima infame.

I colori, i suoni, le parole, le risate, il vento caldo, i silenzi sono tutti dove dovrebbero essere.

Abbiamo fatto proprio bene a fermarci a riposare qui. Domani torneremo a correre, con le gambe leggere e lo zaino sulle spalle.

Parto prima io e prendo il posto per tutti.

E non c’è nulla di male

Questa volta sono dall’altro lato del mondo.

Se c’è una cosa che amo più dell’esercizio dei miei diritti democratici è la mia famiglia.

Non stavamo tutti insieme dal 2008. Quasi sei anni. Sei anni in cui skype e aerei ed email e pacchi postali sono stati il legame fondamentale.

Il 20 febbraio è nato Diego. In Brasile. Da mamma boliviana e padre italiano. Nei pochissimi giorni della sua nuova vita, ha vissuto in una chiassosa e ansiosa babele. Lo spagnolo della madre e della nonna materna, il nostro italiano, il brasiliano degli amici e dei vicini.

Ogni volta che siamo qui, in questo paese bellissimo e pieno di contraddizioni, ci chiediamo sempre la stessa cosa: chi ha avuto ragione? Hanno fatto bene loro a partire o noi a restare? Sono più coraggiosi loro o noi? La nostra è dedizione o incoscienza?

Ogni volta progettiamo anche noi una fuga. Qui si cresce, si fanno figli, si comprano case senza essere strangolati dai debiti, nei fine settimana si mangia pesce sulla spiaggia.
Da noi no. Da noi si sopravvive, ci si guarda alle spalle sospirando e davanti con terrore, si fanno debiti, si chiedono prestiti a genitori sempre più stanchi, si progetta un mese alla volta.

Ogni volta, trasportata dall’entusiasmo e dallo sdegno, ho pensato a quali ritorni mi avessero provocato più rimorso. Tutte le volte che ho vissuto all’estero, poi sono tornata. A volte con sollievo, spesso con nostalgia.

La mia generazione ha avuto come unica alternativa la fuga. Sempre meno una scelta, sempre più una necessità. Abbiamo studiato insieme, nelle aule vecchie dei nostri atenei dal passato glorioso, abbiamo provato e poi ce ne siamo andati. Continuando a occuparci di quello che succede, informandoci, sperando di poter tornare e intanto costruendo equilibri sempre più negati a casa nostra.

Ieri, a cena nel patio, provando a godere del vento fresco della sera, durante una discussione sul futuro politico del Paese, noi qui, la gente a casa in cui riporre fiducia, ho realizzato per la prima volta il perché dei miei continui ritorni.
Sopra ogni cosa, al di là di ogni difficoltà, più di tutto il resto del mondo, io amo l’Italia. Non solo perché io sia in grado solo di scribacchiare e di parlare parlare parlare e non potrei farlo altrove. Anche perché c’è qualcosa di coraggioso, temerario e folle nel provare a cambiare le cose, quando tutto sembra ormai disperato.

Il vero coraggio non è partire, ma restare.

Come quegli eroi dei film che si sacrificano per mettere in salvo tutti gli altri e restano sulla barca che affonda o sull’astronave che esplode, dopo aver aiutato anche l’ultimo essere vivente a fuggire.

Siamo quelli che restano mentre Tara brucia, quelli che annegano per salvare donne e bambini sul Titanic, i 300 spartani che si immolano per una causa più grande di loro.

Siamo quelli che rischiano di più e che soffrono e che si fanno un mazzo così grande che nemmeno il Colosseo potrebbe contenerlo.

Siamo, forse, i folli che non ce la faranno mai. Ma quante cose fuori di testa si fanno per amore.

Anche questa volta tornerò, ma senza pentirmene. Non c’è posto migliore in cui vivere di quello che consideri casa. Anche se è la peggiore, la più sgarrupata, la più marcia e corrotta delle case.

Qualcuno dovrà pur restare per mettere tutto in ordine. E per lamentarsi. E per indignarsi e poi indignarsi ancora. E per resistere.

Resistere.

Resistere.

Perché solo gli amori folli sanno essere così ottusi, suicidi e disperati.

E non c’è nulla di male ad amarla, davvero, la nostra piccola Italia.

Non perdo mai il vizio di tornare

Nel bilancio di questo pezzo di vita, scopro parità di rimpianti e rimorsi. E sono dolorosi entrambi e difficili da mettere da parte, rannicchiati e nascosti tra i ricordi, sempre pronti a saltarti alla gola.

Ho l’età della consapevolezza, delle prime rughe leggere e invisibili ai lati degli occhi, del riscoperto e incredibile amore per il silenzio e il riposo, della tolleranza per i difetti di chi amo e l’odio brutale verso le piccolezze di chi non amo più.

Viaggio molto, alla scoperta del passato lasciato in sospeso e del futuro ancora da iniziare.

Vorrei portarti con me. E tu sei fermo alla tua scrivania, con i tuoi disegni e le tue storie e le parole e l’inchiostro e le matite.

Stasera prendo un volo per l’altro lato del mondo. Vado a circondarmi di famiglia. La mia famiglia autentica, quella che non ho scelto, ma che mi è stata data in dono.

Vado al sole e al caldo, con la valigia piena di regali e di costumi.

Questa volta torno. Come sempre. Non perdo mai il vizio di tornare.

Non si sta così male qui. Il caffè e il vino sono buoni e anche noi, in fondo, non siamo così male.

È tutto. Anzi, no.

Il blog è migrato (finalmente) sul nuovo server.
Ringrazio tanto, tanto, tantissimo Andrea Beggi per il prezioso aiuto tecnico. Un giorno, questo salvatore del wordpress verrà ricordato nei libri di storia.

Tra qualche giorno partirà il Dania World Tour: 8 febbraio a Roma, 9 a Padova, dal 10 al 13 a Parigi, 14 e 15 a Roma, dal 16 al 18 a Padova, brevissima sosta a Milano e partenza il 19 febbraio per il Brasile, con rientro a Milano il 6 marzo.

Mi scuso con i creditori e, soprattutto, con la mia meravigliosa editor (sì, sto cercando di blandirti) per i ritardi che accumulerò.

Fatemi un fischio se la situazione in Italia precipita. Potrei decidere di restare nel Maranhão.

È tutto.

Anzi, no: l’amore è una cosa faticosissima. E fa bruciare molte meno calorie del Body Pump. Non sono mica sicura che ne valga la pena.

Tra le nuvole

La prima volta che ho preso un aereo avevo appena compiuto due anni. I miei genitori erano ancora sposati e ci stavamo trasferendo in Olanda, a Deen Haag. Mia mamma aveva il pancione, aspettava mio fratello. Siamo partiti di notte, da Roma, con un volo della Thai che faceva scalo a Scheveningen. Non ricordo quasi nulla. Dev’essere stato bello.

Il volo più emozionante che ho fatto è stato quello il secondo anno di università, per Damasco. Era un viaggio organizzato con i compagni del corso di arabo. Nessuno sull’aereo allacciava le cinture o stava seduto e io mi sentivo come in partenza per la scoperta del mio futuro. Un futuro da antropologa del Medio Oriente che ho abbandonato tre anni dopo la laurea.

Il volo con più aspettative è stato quello da Venezia per Parigi, quando mi sono trasferita per l’Erasmus. La borsa di studio durava nove mesi. Sono rientrata in Italia dopo due anni.

Il volo più silenzioso che ho fatto è stato quello da Monaco a Mosca. Stavo raggiungendo il mio ragazzo dell’università. Ero innamorata come una scema. Non capivo una sola parola di russo. Lui si è presentato all’aeroporto con un’ora di ritardo. Stava giocando a calcetto.

Il volo più divertente è stato durante il mio primo viaggio in SudAmerica. Con la mia splendida cognata Irma, siamo partite da Santa Cruz de la Sierra per Cochabamba, in Bolivia. Da brave sudamericane, ci eravamo presentate la mattina nell’aeroporto sbagliato. Così abbiamo preso un taxi e ci siamo ritrovate nell’aeroporto giusto con solo 20 minuti di anticipo sul volo. Erano tutti divertiti. Non hanno fatto passare i bagagli nello scanner, ci hanno aperto un enorme portone e ci hanno lasciate correre per la pista per salire sull’aereo con i motori già accesi.

Il volo più turbolento è stato quello di rientro da Lampedusa, per Catania, nell’estate più bella della mia vita. L’aereo aveva cominciato a ballare come un Tagadà. Ero con gli amici di una vita. Ci siamo tutti guardati e, per istinto, ci siamo fatti il segno della croce. E poi siamo atterrati sani e salvi per raccontarlo.

Il volo che ho più rimpianto è stato quello che ho perso nel settembre scorso, per New York. Non sono partita, rinunciando a un viaggio che desideravo da tanto tempo e che spero di fare presto.

Poi ci sono tanti, tanti voli belli e brutti che ho preso e tanti, tantissimi ancora da fare. Volare non è come viaggiare in treno o in macchina. Ogni viaggio in aereo è l’inizio o la fine di un’avventura.
Appena laureata avevo fatto le selezioni per fare la hostess. Ma poi ho capito che lavorare su un aereo non era una cosa per me.
Io voglio guardare fuori dal finestrino e leggere e stringerti la mano e sorriderti e farti appoggiare la testa sulla mia spalla e sconfiggere il mal d’orecchie e prendere in giro quelli che applaudono all’atterraggio e lamentarmi di quelli che non riescono a tenere spento il cellulare e studiare il catalogo di meraviglie che ti vendono a bordo e che non comprerei mai e immaginare come sarà, una volta scesi a terra, dopo aver recuperato il bagaglio e varcato l’uscita e respirato l’aria dell’ennesimo altrove.

(Domenica sarò ospite all’inaugurazione del terzo satellite di Malpensa, insieme a Linus, Nicola Savino e tanti altri. Sarà divertente passare la giornata in aeroporto. Se passate, ci vediamo lì. E se ci va, prendiamo il primo e volo e non torniamo più).

Facciamo in fretta

Parto per il mare.

A te non piace il mare. Troppa gente, dici, troppi bambini. Non ti piacciono i bambini, sono crudeli, dici.

Io vado al mare e tu non ci sei. Mi aspetti, dici. Ti scrivo, dico.

Parto per il mare e porto con me i libri da leggere e i pensieri da riordinare.

Sta quasi finendo l’estate. Facciamo in fretta.