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La cosa bella dell’estate

La cosa bella dell’estate è che l’acqua di mare cicatrizza tutte le ferite.

Ci sono due tipi di amore: quelli che ti distruggono e quelli che ti curano.

Tu eri come l’acqua salata, che chiude la pelle, che lascia la crosta che poi scompare e solo se la guardi da vicino, ma proprio da vicino, ti accorgi che c’era un taglio profondo come l’oceano.

La cosa bella dell’estate è che ricominci da zero, poco prima che inizi settembre.

E resterà solo un velo di abbronzatura e il viso rilassato e le serate sul lungomare e quelle a sudare tra le lenzuola e i film guardati stretti stretti e le parole, le parole, tutte le parole dette e scritte, e le risate e i silenzi e il tuo odore, anche adesso, che te ne sei già andato e che fa ancora caldo e che non piango più.

Facciamo in fretta

Parto per il mare.

A te non piace il mare. Troppa gente, dici, troppi bambini. Non ti piacciono i bambini, sono crudeli, dici.

Io vado al mare e tu non ci sei. Mi aspetti, dici. Ti scrivo, dico.

Parto per il mare e porto con me i libri da leggere e i pensieri da riordinare.

Sta quasi finendo l’estate. Facciamo in fretta.

Domani ricominciamo

Io sono quella che tira la corda che tu hai usato per legare le mie mani alle tue.

Io sono quella che tira la corda che ci unisce, così non ci perdiamo tra la folla.

Io sono quella che tira la corda e la spezza. Era legata troppo stretta, era troppo corta, non l’ho mica capito.

Io tiro la corda e a volte tu la tiri di più e poi ci facciamo male e poi cadiamo tutti e due e poi a volte ci ridiamo su. A volte no. E quelle volte lì io vorrei tornare indietro e cambiare tutto.

Domani ricominciamo.

Non parlare d’amore la domenica

Non bisognerebbe mai parlare d’amore la domenica mattina.

Tu non bevi nemmeno il caffè. Io ho bisogno di una moka intera e pigio la polvere, stringo bene, accendo il fuoco.

Non bisognerebbe parlare d’amore la domenica mattina. Non bisognerebbe farlo mai. Le parole sono potenti e noi siamo fragili. Non riusciamo a controllarle e poi BAAAM esplodono i cuori e tocca pulire.

Ho finito il libro e ho finito tutti i lavori. Non so cosa fare nei prossimi mesi. La gente mi dice goditi l’estate, ma io non mi so godere le cose adesso. Godo in prospettiva, sorrido dei progetti, non degli effetti.

Tu dici che siamo uguali, io penso che siamo diversissimi. Chissà come andrà a finire. Secondo me non può funzionare. Ma non te lo dico. Facciamo finta. Facciamo finta che. Tanto non lo saprà nessuno. Lasciamo che passi l’estate.

D’inverno abbiamo un sacco di alibi in più per essere infelici.

Il caffè è pronto. Vado. Ti raggiungo dopo. Aspettami qui.

Metà mela #5

Insomma, tu saresti anche pronta per ricominciare.

Non piangi da mesi, non guardi più in continuazione il telefono in attesa di un segnale, hai ripreso a mangiare (anche troppo e ti tocca rimetterti a dieta), hai cambiato città, hai cambiato amici, hai cambiato taglio di capelli, hai cambiato vita.

E ci sono gli uomini di passaggio: qualche settimana, qualche mese, qualche giorno, qualche ora.

Cominci a ricambiare gli sguardi, inizi a flirtare via chat, accetti appuntamenti, indossi tacchi a spillo per andare a fare la spesa, vai in palestra tutti i giorni, leggi romanzi d’amore, con le amiche parli esclusivamente di uomini.

Però, perché c’è sempre un maledetto però, non riesci a ripartire da zero. Riparti da uno. Da quello che ti ha devastato il cuore. Diventa il tuo metro, il paragone, l’ideale, il fac simile. Gli uomini che frequenti sono un po’ meno, un po’ più, quasi uguali, circa circa, molto simili, poco simili a lui.

Non si scappa. Non superi la sindrome “come lui nessuno mai”. Ti trascini un modello di partner ideale che non riavrai più indietro.

E non ti accorgi che non è ideale per te. È sbagliato, è crudele, è cattivo. Perché volere un uomo simile a quello che ci ha spezzato il cuore?

Perché siamo donne.

Passeremo tutto il resto della vita a cercare di cambiare i maschi per farli diventare uguali a come vorremmo che fossero.

Perché siamo donne.

Possiamo soffrire come cani, ma continueremo a credere nella sua redenzione.

Fino a quando non guariremo della “sindrome dello stronzo che come lui nessuno mai”, non saremo mai completamente pronte.

L’unica è trovare un uomo ancora più perfetto per noi, l’unica è riavere le farfalle nello stomaco, l’unica è stare di nuovo male male male per sentirsi bene bene bene.

L’unica è aspettare ancora un po’.

E, nell’attesa, continuare a darla via, per non perdere l’allenamento.

 

Quella cretina di Rossella O’Hara

Quelle come me hanno visto una mezza dozzina di volte Via col vento, da ragazzine. E tutte quelle come me volevano essere Rossella.

Quelle come me si innamorano ogni volta di Ashley e ogni volta lui vuole sposare Melania. Ogni benedetta volta!

Ma noi speriamo nel lieto fine e aspettiamo, aspettiamo e intanto succedono guerre e carestie e noi ci sentiamo gran fiche, facciamo sacrifici, ci sentiamo belle e forti e pensiamo “adesso gli faccio il culo al mondo, gliela faccio vedere io”. E stiamo lì, ad aspettare i ritorni che non arrivano, a sospirare, a invidiare anche un po’ quella moscia di Melania. Ci fidanziamo per dispetto, siamo libertine, siamo toste, siamo arrabbiate e sappiamo che ce la possiamo fare. Noi ce la dobbiamo fare.

Intanto c’è Rhett, l’avventuriero, l’uomo di mondo, che è pure bono, ma noi no, noi vogliamo lo sdolcinato, il fessacchiotto, l’uomo di un’altra.

E così tutta la vita, a inseguire uomini sbagliati sperando che tornino da noi. Ché noi siamo quelle giuste. Non l’hanno ancora capito?

Fino a quando poi succede che, alla fine, sposiamo Rhett, ma siamo sempre innamorate di Ashley e lui, a un certo punto, ne ha pieni i maròni di questa storia e ci molla.

Se ne va.

Solo allora, in quell’istante, quando il Rhett decide che siamo delle cretine cosmiche e non meritiamo di stargli vicino, noi ci accorgiamo di amarlo.

Perché alla fine, il vero figo era lui. E noi ce ne accorgiamo troppo tardi e gli diciamo resta, resta qui, come farò senza di te.

E lui dice sempre la stessa solita frase: “francamente, me ne infischio”.

Quelle come me ci mettono anni a capire che Rossella O’Hara è una cretina. È una che non ha capito nulla della vita, troppo presa a seguire una chimera per il solo fatto di non riuscire a fare a meno di desiderare quello che non ha.

Io l’ho capito da poco, quanto possa essere cretina una Rossella O’Hara. Però, forse, l’ho capito in tempo. Anche se ormai sembra tutto perduto. Tutto. Ho capito che gli uomini che vogliono sposare Melania è meglio che stiano con Melania. Prendiamoci quelli scaltri e ricchi e figli di puttana.

Io l’ho capito da poco che Rossella era proprio una cretina. Ci ho messo un po’ di tempo. Però ho fiducia nel futuro, perché domani è un altro giorno e posso sempre riconquistare il mio Rhett. O tanti altri Rhett.

L’importante è che paghino da bere.

P.s. È incredibile quali inaspettati ritorni ci offra la vita. Non bisogna mai perdere la speranza. E non bisogna mai smettere di fare palestra e andare dall’estetista, perché è meglio farsi trovare preparate. Sempre.

Io voglio essere Peter Pan

Ho smesso di occuparmi dell’amore e mi sto occupando solo del lavoro.

Dicono che, anche se hai un’intesa vita sessuale, se sei donna non sei single. Sei zitella.

Dicono che la fortuna arriva solo a chi crede nelle cose e non è vero. La fortuna arriva quando cazzo vuole lei. Va così.

Dicono che sono pigra, per quello le mie occasioni sono sempre piene di compromessi. Lo dicono le persone che pensano di conoscermi e invece no. Sono pigra, è vero, ma le mie occasioni sono quelle che capitano a tutti. I compromessi fanno parte dell’essere adulti, solo che a me pesano di più. Io voglio essere Peter Pan.

Oggi fa caldo e sono nervosa. Il tempo passa e io non riesco a correre di più. Sapessi quanto mi farebbe bene partire, adesso, lasciando tutte le cose in sospeso. Tu non hai paura che il tempo che non vivi in viaggio sia tempo perso?

Ho ripreso a cucinare, dopo un anno e mezzo. Mangio molto meglio. Non mi peso da un mese e vivo più felice.

Vorrei avere una casa sola e non molti appartamenti e nessun nido. Oppure no, vorrei avere mille vie di fuga e una base in cui tornare.

La prossima volta che mi porterai a cena, sceglierò io il vino. Poi faremo finta di essere ragazzini e spegneremo i telefoni e toglieremo gli orologi e tutto questo tempo non ci farà più paura.

 

Metà mela #3

Sono singol da un anno esatto.

Non è stato un anno molto divertente. Sì, sì, ho scritto, viaggiato, sono stata in TV e in radio, sono dimagrita, ho rivisto vecchi amici, ho fatto lavori belli, ho cambiato città, ho cambiato taglio di capelli, poi ho cambiato taglio di capelli, poi ho di nuovo cambiato taglio di capelli.

Poi ci sono stati gli uomini. Quando torni singol dopo tanti anni (e dopo i trent’anni) ti ritrovi selettiva, pigra, esigente, un po’ alcolizzata e meno zoccola di quanto tu e soprattutto gli altri possiate sperare.

Incontri uomini fidanzati, vai a letto con uomini fidanzati, lasci perdere gli uomini fidanzati. Poi incontri uomini sposati, vai a letto con uomini sposati, lasci perdere gli uomini sposati. Poi incontri i ventisettenni, a volte ventottenni, a volte ventiseienni. I ventisettenni, a volte ventottenni o ventiseienni, hanno l’entusiasmo, escono e bevono tutte le sere, hanno amiche che hanno dieci anni meno di te, hanno sempre voglia di fare sesso, dividono la casa con studenti, non guardano mai la TV, non parlano di politica e soprattutto non hanno una compagna che “amano moltissimo, ma non c’entra niente con questa mia storiella con te”. Fino al giorno in cui ti dicono “sono vecchio, tra un po’ avrò trent’anni e metterò la testa a posto”. Allora lasci perdere i ventisettenni-ventottenni-ventiseienni.

Poi ci sono i ritorni di fiamma. Di solito sono stempiati e hanno la pancia. Ma in nome dei vecchi tempi ci fai un giro, perché la nostalgia sa essere un forte afrodisiaco. Fino a quando non iniziano a dirti che sei cambiata, che a venticinque anni li avresti sì accompagnati in un club di scambi, che loro speravano che, che comunque sei ancora fica, però cos’è questa cosa che non ti basta una pizza d’asporto, davvero sei diventata così sofisticata?, ma ti ricordi che lo facevamo sempre in macchina?, cos’è questa storia che adesso serve il letto?, lo sai che c’è crisi, che non c’è una lira, ti ho detto che sono depresso?, la senti ancora quella tua amica dalle tette grandi?. Allora lasci perdere i ritorni di fiamma.

Poi capitano i grandi romantici e quelli un po’ ti fottono, ma tu hai ancora addosso tutti i cocci di una vita passata, hai appena tolto le foto di lui da portafogli, non riesci a lasciarti andare, pensi troppo, non ti piaci, non ti fidi. Ti lasci corteggiare e non ne sei convinta e aspetti e prima o poi arriveranno di nuovo le farfalle nello stomaco.

Qualcuno lo tieni, altri li abbandoni. Hai le chat di whatsapp sempre aperte. Ne prendi tre alla volta perché ti diano quello che cerchi in uno. A volte resti a casa a bere con le amiche.

Ogni tanto ti piace uno. E allora tutto sembra diventare bello. Però è proprio un caso rarissimo. Magari ha l’età giusta, fa il lavoro giusto, si veste nel modo giusto, dice le cose giuste, ha il sorriso giusto. Di solito ha appena iniziato a uscire con una tua cara amica. Ma tu aspetti. Non hai poi niente di meglio da fare.

L’importante è farsi trovare depilate, quando verrà il giorno.

 

 

Allora vivo

Ho usato un sacco di metafore per raccontare quello che mi è successo nell’ultimo anno. Ho scritto tantissimo, ma proprio tanto, su me stessa, i miei sentimenti, le paure, le ansie, le attese, i ricordi, i progetti, le speranze.

Il blog è un diario, è una pagina bianca in cui metti te stesso, ma per me non era mai stato così. Era una vetrina per Dania, per i suoi pensieri sulla satira, sul precariato, sul sesso, sugli uomini.

Il 24 aprile 2011 è il giorno in cui sono morta. È una data che segna un prima e un dopo. È una data che alla fine ho scelto, dopo mesi in cui sbattevo la testa contro i muri, digiunavo, piangevo sempre, sempre, non parlavo mai o parlavo troppo, ero chiusa in una casa con un silenzio assordante. È la data in cui non ce l’ho fatta più e ho deciso che non potevo essere ancora io.

È passato un anno e mi sono successe molte cose, belle e brutte, piccole e enormi, crudeli e dolci. Ho scritto un libro sull’amore, in gran parte raccontando quello che avrei voluto dicessero a me, ho lavorato in TV, pur non avendo età e aspetto televisivi, ed è stata una bellissima esperienza. Ho girato l’Italia con Stiletto Academy, ho conosciuto amiche che adesso sento tutti i giorni e delle quali non potrei più fare a meno. Sono stata insultata, presa in giro, allontanata dagli amici. Sono stata ferita, in modi meschini, sono stata fregata (e qui parlo -ahimé- di soldi), usata, abbandonata ancora e ancora. Nei periodi in cui sei fragile ci sono due tipi di persone che ti stanno accanto: quelli che fanno di tutto per sorreggerti e quelli che fanno di tutto per affossarti. Succede per tutti. Io avevo anche questo enorme sfogo dei Social Network e Dania si è messa da parte ed è arrivata Daniela, e mentre Dania non sbagliava un colpo, Daniela ha fatto e detto cose imperfette, come me.

A un certo punto è finita una storia d’amore e ci ho messo del tempo per superarla. È passato qualche altro uomo, ma poi non si è fermato. Poi ho fatto le valigie, ho chiuso la casa a Padova, ricomprata a fatica, e sono venuta a stare a Milano.

Milano ha il grande vantaggio di non farti mai sentire estraneo. A Roma, a Napoli, se non sei nato lì non ti sentirai mai completamente del posto, mentre Milano è democratica, dà la cittadinanza a tutti. Sei di casa non appena hai i tuoi posti, quando vivi tutta la tua vita nel quartierino, quando eviti la corsa in via Torino o al Duomo nei giorni di punta, quando passi le serate in osteria in Porta Romana, quando conosci a memoria le linee della metro.

Allora mi sono trasferita qui e non è sempre bello. A volte ci sono gli amici, gli amanti, i parenti, le cose da fare, da vedere. Altre volte sei sola con te stessa e il gatto e vorresti scappare lontano, magari vedere il mare, salpare su un cargo battente bandiera liberiana e non tornare più.

Adesso vivo di espedienti, ho pochi lavori, pochissimi soldi, qualcosa da scrivere, un affitto, una coinquilina, solo amici a cui voglio bene, qualche uomo di passaggio e mai troppo giusto, qualche progetto che non ho la grinta di portare avanti, il mio blog.

Sono morta un anno fa e adesso un po’ rinasco, mi alleno, cambio pettinatura ogni due mesi, imparo a sorridere, non racconto più a nessuno i fatti miei, quando mi feriscono riparo con il cabernet, ho una terribile paura nel futuro, ma dicono che significa essere vivi. Allora vivo.

Le cose piccole

Di un anno intero che è passato ricordo solo le cose piccole, i viaggi in treno sempre da sola, i libri letti, i caffè nelle case in cui ero ospite, quel paio di scarpe bello che mi faceva così male, i camerini troppo bui prima di andare in video, le parole scritte che tu non hai letto, le passeggiate con la musica nelle orecchie, le lacrime che sporcano di rimmel i cuscini, gli abbracci agli amici, il vento sulla spiaggia di Jericoacoara, quel pomeriggio da sola nel Marais.

Ricordo lo stomaco chiuso, l’alcol che cura, le attese che durano e durano e poi finiscono, il ticchettio della sveglia nelle notti insonni, i numerosi tagli di capelli diversi, la paura di fare tardi, la certezza che è ormai troppo tardi, è troppo tardi, è troppo tardi.

Dobbiamo essere pronti per le cose nuove, perché c’è molto, ma molto manca ancora, e tutto arriva quando sei distratto, quando stai guardando altrove e non sei pronto. E mi distraggo spesso e non so se cerco e se non cerco non trovo e quando arrivi non ti vedo e non so se è il tempo che passa senza chiedere il permesso o sono io che non so aspettare, ma ho molta fretta di tutto, di tutto.

Sono stata al mare e c’era il vento forte e il freddo e le onde alte e la sabbia che si alzava e che finiva tra i capelli e ho pensato che è bello quando tutto è agitato e tu speri che finisca, ma non puoi fare a meno di guardare, perché la furia ti attrae e mentre aspetti il sereno guardi l’acqua agitata e te la senti dentro. C’è ancora tanto mare in tempesta qui intorno e io lo osservo e mi si muove dentro e va tutto bene. Ho il frigo pieno e la birra e le cose da finire e quelle da iniziare, le pagine da scrivere, le città da rivedere, gli uomini che rimangono un po’, quelli che si fermano una notte e poi non li vedi più e ti sembrano porti in cui fermarti a fare il marinaio e poi salpare.

Di un anno intero che è passato ricordo solo le cose piccole. L’anno che verrà sarà quello delle grandi cose. Non fare tardi.

 

L’inverno dura un anno e poi arriva primavera

Era inverno da un anno intero. C’erano colori scuri e nuvole e attese e silenzi e pianti disperati e fini senza inizi e alberi senza fiori e freddo e poca voglia di uscire. Era inverno da così tanto tempo e c’erano i treni, sempre di corsa, sempre pieni, c’erano i dubbi, le cose lasciate a metà, le occhiaie, le notti insonni, gli aperitivi da bere per dimenticare, i capelli sempre in disordine, i vestiti nuovi e mai indossati, le scarpe troppo strette, le lettere scritte e mai inviate, le foto da fare a pezzi, i ricordi da cancellare.

C’erano cose tristi e tanto inverno. Da un anno intero.

Poi è passato. Sono arrivati il sole, le giacche leggere, l’ombretto nero nero sugli occhi, le mani degli amici, i sorrisi dei nuovi sconosciuti, i ritorni, gli inizi, i progetti, le speranze, le parrucche colorate, i vestiti a fiori, i baci, le verità raccontate a occhi chiusi, gli abbracci.

È passato. L’inverno dura un anno e poi arriva primavera.

Milano mi ruba il tempo

Milano mi ruba il tempo e io rubo Milano, negli angoli più nascosti, tra i mille fiorai, i binari del tram, i palazzi tutti uguali, i negozi senza numero civico.

Non è una città difficile e non è nemmeno facile, quando c’è il sole e tu arrivi sotto casa mia e mi porti a mangiare sushi, anche se ho già pranzato e ho gli occhi gonfi, perché ho pianto, con le lenti a contatto, anche se c’è il sole. Piango anche se c’è il sole e tu non sai cosa dirmi e io bevo birra ghiacciata, perché mi sembra mi faccia bene.

Milano non è difficile, ma non sa farsi volere bene, è chiusa, è orgogliosa, è permalosa, è come me che non so dire ti amo, che se l’avessi detto prima, se l’avessi detto davvero, forse adesso non starei qui ad aspettare i ritorni che non arrivano mai.

Milano mi ruba il tempo, prima ce l’avevo e poi non c’è più, è veloce, è passato e non faccio mai tutto quello che voglio e finiamo sempre a bere in posti diversi che sembrano tutti uguali e il tempo scorre veloce, veloce, veloce e non so più che giorno è e dimentico il lavoro, dimentico che devo scrivere e vivo storie che non mi piacerebbe raccontare e racconto storie che mi piacerebbe vivere.

Mi fermo qui ancora qualche mese, per capire se ne vale la pena, e intanto siedo alla mia nuova scrivania e mi guardo allo specchio e mi sembra di essere molto uguale a me stessa, un po’ più stanca, con segni nuovi sul viso, con la città alle calcagna e con nuovi tu tra lo stomaco e il cuore.

Tra cinque minuti

Scrivo poco perché non ho più patimenti, non ho messaggi da lanciare, non ho voglia, aspetto la primavera, dovrei pulire casa e perdo tempo, dovrei consegnare quel progetto e guarda, c’è un programma inutile alla TV! Adesso lo guardo e procrastino, non sono più innamorata, non sono ancora innamorata, non so cosa dire, se lo dico non mi viene bene, non ho tempo, perdo un sacco di tempo, devo lavorare, c’è troppo lavoro, c’è poco lavoro allora lo cerco, ho l’ansia per i debiti, mi trascuro, prenoto il parrucchiere, prenoto l’estetista, aspetto la fashion week, leggo, leggo, guardo film, bevo tre moka di caffè al giorno, mi metto a dieta, mi dimentico di essere a dieta, vado in palestra, mi stanco, mi lavo i capelli e perdo tempo a stirarli, non sono felice, non sono triste, non sono molto, aspetto.

Scrivo poco, non è un dramma. È molto peggio non pulire casa. Adesso vado, davvero. Tra cinque minuti vado.

È solo inverno

Avevo scritto un pezzo sul lungo inverno e sul mio vizio di parlare con le persone delle sofferenze d’amore, su come ci siano enormi similitudini tra i cuori infranti, su come si diventa tutti uguali con il cuore a pezzi.

Sono originali gli addii, i come, i con, i chi e i quando, ma sono uguali le meschinità, le scuse, le fughe, le lacrime, i ritorni goffi e dolorosi, i silenzi, le scenate, i nodi in gola, i digiuni, i mal di testa, le benzodiazepine.

Stavo per scrivere che non è morto quasi mai nessuno d’amore, ma tutti sono rimasti invalidi e camminano e respirano male, a volte perdono il sonno, si appoggiano ai nuovi amori come bastoni, non sentono più pienamente i sapori, portano dietro pezzi di tutti quelli andati e non li buttano via quando arrivano i successivi.

Poi il sito è andato giù e non ha salvato il lungo pezzo e, mentre aspettavo che tornasse tutto a posto, mi sono messa a leggere, a guardare un film, a cucinare della pasta con un vasetto di ragù preparato da mia sorella, a bere un bicchiere di vino, a guardare la neve dalla finestra, a giocare con il gatto, a ciondolare in questa domenica fredda fredda, di questo lungo inverno che non passa, che non ci ha uccisi, ma ci ha lasciati sentimentalmente invalidi.

E  mi è passata la voglia di riscrivere tutto, perché va bene così, quello che manca c’è stato e poi ritornerà, è solo l’inverno che spegne tutto, che copre di ghiaccio, che rallenta il respiro, che toglie la voglia, che annulla l’entusiasmo.

È solo inverno, che poi finisce e poi diventa primavera ed estate. Non possiamo evitarlo. E quello che non possiamo evitare dobbiamo almeno cercare di tollerarlo. Anche quando rompe vorticosamente i coglioni.

Bevo un altro bicchiere di vino, poltrisco un altro po’, provo a postare senza che il sito mi abbandoni, mi vesto e vado ad affrontare la tempesta.