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La Ferrante è tornata: ho letto in anteprima La vita bugiarda degli adulti (e l’ho amato)

Ho letto in anteprima il nuovo romanzo di Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti.

Elena Ferrante - La vita bugiarda degli adulti

Ricevutane un copia dall’editore, a 48 ore dall’uscita a scaffale, ho rinunciato al sonno per poterlo finire in fretta, orfana da anni di trame e personaggi di un’autrice che ho amato con la pancia, prima che con la testa. La lettura di getto e notturna mi è sembrata un gesto di devozione dovuto e, a pochi minuti dall’ultima riga, ho deciso di rispolverare un luogo di vecchie glorie, come questo blog, per raccontare quello che ho vissuto in queste 300 intense pagine.

Termino la mia premessa aggiungendo che la mia è stata una lettura vergine, senza prima aver sbirciato una sinossi o anche solo letto qualche recensione degli addetti ai lavori. Tutto quello che annoto qui è la confusa analisi di una donna con troppe ore di veglia alle spalle, che non è più in grado di scrivere libri suoi, ma che ha una nuova e vivida capacità di leggere e rileggere quelli degli altri.

Il romanzo è la storia di un periodo crudele, “gli anni brutti” dell’adolescenza, come li definisce la stessa autrice, raccontati in prima persona da Giovanna, una ragazzina della Napoli bene, del Rione Alto, cresciuta tra gli agi, le ostentate libertà, il linguaggio studiato e le ipocrisie delle famiglie borghesi.

Giovanna è all’inizio della sua inarrestabile metamorfosi, sta abbandonando l’età dell’infanzia, con le sue gioie confortevoli, con la venerazione sconfinata nei suoi genitori, con la percezione ovattata del corpo, della sua immagine e dei suoi confini. Lo sgretolarsi inevitabile del suo bozzolo comincia con un bisbiglio di suo padre appena captato, con la scoperta di non essere la figlia perfetta, con un paragone che il suo amato genitore fa tra lei e una zia che non ricordava di avere, con la rivelazione di possedere una famiglia che non conosceva, con legami di sangue con la Napoli bassa, quella della miseria, della violenza, dell’allegria rabbiosa e volgare.

Come una minuscola crepa allargata con le unghie e i polpastrelli, da un’epifania spaventosa ne derivano altre, in un crescendo di rivelazioni, di dubbi, di consapevolezze e di fastidio. Il suo nuovo contatto con un’umanità più greve e più passionale, impersonata dalla maestosa e infelice zia Vittoria, sorella del padre, dà a Giannina il coraggio di guardare oltre le apparenze, di spiare i grandi, di scoprirne le bugie, le maschere, le insicurezze. Il tutto mentre cerca il suo ruolo tra i coetanei, a volte respingente, a volte esageratamente provocatoria.

Alto e basso, miseria e nobiltà, felicità e disperazione,  sesso e innocenza, sono gli estremi tra cui spazia la narrazione, senza dimenticare l’ossessione maggiore che permea il libro e i pensieri della ragazzina: la dicotomia tra il bello e il brutto.

Giovanna si scopre brutta e si interroga sull’apparenza, sul legame tra cattiveria e bruttura, tra serenità e bellezza. Un’indagine non solo filosofica, ma pragmatica, perché come i ragazzini (ma spesso anche gli adulti) pensano i belli sono desiderati, amati, ricercati, chiavano, mentre i brutti sono destinati alla solitudine.

E poi genitori che si separano, amori mai dimenticati, arrivismo, avidità, solitudine e riscatto.

La Ferrante viviseziona l’adolescenza, evitando la maniera stereotipata di chi ha ormai troppi anni e ha dimenticato la gravità, il dolore e la fatica dei tormenti. L’autrice ci riporta nella pelle di una quindicenne e ci lascia lì, senza protezione, a riviverne i dolori, in una corsa affannosa attraverso le parole, fino all’ultima (non troppo) catartica riga.

È inevitabile un’analisi comparativa, dopo aver amato e venerato per un lustro L’amica geniale. C’è meno epicità, ne La vita bugiarda degli adulti, e quasi nulla del destino corale che ci aveva legati ai romanzi precedenti. Un pur nutrito teatro di personaggi, alcuni anche invadenti come la famosa zia, non trovano che lo spazio di comprimari nell’unica, sola e dolorosa (non è forse questa la cifra normale a quell’età?) protagonista, l’adolescenza di Giovanna.

A prendere le distanze dalla vita di Lenù e Lila è anche la toponomastica, così oscura, vaga e quasi magica nei precedenti libri, qui diventa chiara, meticolosa, didascalica. La città viene attraversata con il Tuttocittà alla mano, e sappiamo che qui succede questo, là quell’altro, in una scenografia quasi teatrale, con il sole e il bello in alto, e la polvere, il buio, lo sporco in basso.

Gli uomini della Ferrante, anche i più eccelsi, sono ancora una volta pieni di difetti di fabbricazione, vittime del proprio ego, oppure fragili, rotti, in fuga da loro stessi e dall’onnipresente, onnisciente, generosa e crudelissima Napoli.
Le donne tessono trame, muovono fili, sono capaci di sentimenti eroici ed estremi, la rabbia, la paura, l’amore assoluto. Eppure ancora una volta, e forse maggiormente  che nel resto del mondo ferrantiano, non riescono a liberarsi dalla prigionia di ruoli imposti che detestano. Tutte, tranne Giovanna, e forse in parte la sua amichetta Ida, che decidono che la vergogna e il senso di colpa non sono prezzi così alti da pagare per essere diverse e, forse, libere.

Non rivelo troppo della trama, perché ritengo che vada scoperta in solitudine e, anche se le prime pagine richiederanno per alcuni un atto di fede, la lettura vi lascerà come mi sento io in questa piovosa e fredda giornata: pieni, sazi, soddisfatti, appagati nell’attesa e vittime di una non meglio definita nostalgia.

Buona lettura.

Donnissima in Puglia

Con il tour pugliese, termina, per il momento, la promozione di Donnissima (la mia panzona ormai è troppo grande per continuare a girare come una trottola).

Vi aspetto stasera alle 20 a Taranto.

Donnissima a Taranto

Domani, venerdì 11 novembre, sarò invece a Rutigliano (Ba).

Donnissima a Bari

E sabato 12 sarà il momento di Andria, ospite della rassegna “Le amiche per le amiche”.

Vi aspetto numerosi, per abbracciarsi, ridere, mangiare taralli e parlare di libri. A tutti i partecipanti, darò i numeri vincenti del lotto.

Donnissime a Milano

Amiche e amici milanesi, se la “fescion uik” non vi ha risucchiato anche l’anima, ci vediamo domani, venerdì 23 settembre, alle 18.30 al Mondadori Megastore di via San Pietro all’Orto per chiacchierare di Donnissima, il mio nuovo favoloso romanzo.

Insieme a me, Mafe De Baggis, che in gergo chiamiamo una “femminona”.

Vi aspetto tutti per festeggiare insieme. Segnatelo subito sulla Smemo!

Presentazione Donnissima

E se siete curiosi di sapere di cosa parla il libro, ve lo racconto in sei minuti in questo video.

Donnissima

«Certi amori sono come la frittura, il loro odore ti rimane addosso per moltissimo tempo.»

Oggi esce il mio nuovo romanzo, Donnissima, per l’editore Rizzoli.
È una storia che avevo in testa da più di tre anni, che ho pensato, sognato, immaginato, raccontato agli amici per così tanto tempo che non credevo sarebbe mai diventata in carta e ossa.

La protagonista è Enza Caruso, ragazza napoletana che pulisce le scale in un elegante condominio di Milano. Pulire è sempre stata la sua vocazione, la sua missione e la sua più grande passione. Alle prese con un divorzio complicato, una madre che frigge pure l’anima, le amiche che insistono perché si diverta più che può, si ritrova a dover risolvere un mistero: dal “Palazzo” cominciano a sparire tutti i cani carlini. Sarà stato un colpo del Cartello delle colf sudamericane per convincerla, finalmente, a mollare il lavoro?

Dopo cinque anni intensi e appassionati con l’editore Newton Compton, ho deciso di provare una nuova avventura allontanandomi dal genere rosa e raccontando una storia più agrodolce, piena di femminilità brutale, di fragilità maschile, di Napoli, di Milano e di ironia.
È un libro che amo profondamente e che spero vi faccia divertire davvero. Perché Enza ha tutte le carte in tavola per diventare la nostra migliore amica.

Jamme, che aspettate? Accattatevillo. Anche in ebook.

Donnissima

Rosso Dania – Il mio regalo ai lettori

Quando ho conosciuto Paolo Salerno a Bologna, circa dodici anni fa, vivevamo entrambi vite diverse, rivoluzionarie, impegnate e scapestrate come i vent’anni. Ci siamo ritrovati alla stazione di Milano Centrale, una decade dopo aver perso le nostre tracce, lievemente più adulti, un po’ più stanchi, ma follemente ancora sognatori. Rincontrarsi è stato come quando i supereroi si riconoscono, come quando Holly vede Benji, come quando il capitano Solo incontra Skywalker.

Abbiamo subito capito che avremmo fatto grandi cose insieme.

Per lo più abbiamo bevuto, litri di bollicine, e riso tanto. Poi, all’inizio dell’anno, ci è venuta l’idea: perché non uniamo i nostri talenti e creiamo una cosa unica?

Rosso Dania è nato così.

Rosso Dania by TNS

La mia fissa per il rosso non è un segreto, come recita il titolo del mio romanzo meglio riuscito. Paolo ha avuto il colpo di genio: mi ha messo in contatto con le meravigliose ragazze di TNS Cosmetics, io ho scelto il mio pantone preferito inedito, lui ha messo in atto la campagna stampa et voilà lo smalto più incredibile mai creato.

E sapete qual è la notizia più strepitosa?

Rosso Dania non lo troverete in vendita, ma in regalo con il mio nuovo libro!!!

Natale da Chanel e Rosso Dania

Grazie alla collaborazione del mio strafigo (si può dire?) editore Newton Compton, fino a esaurimento scorte, troverete lo smalto in omaggio insieme a Natale da Chanel, in tutte le maggiori librerie dei circuiti Feltrinelli, Giunti e Mondadori.

Chiedete al vostro libraio di fiducia se aderisce all’iniziativa e correte come maratoneti agli scaffali il 12 novembre. Gli omaggi sono limitati: chi prima arriva, avrà le mani più belle!

Questo è il mio regalo per ringraziarvi del vostro affetto e della vostra passione per i miei libri. Spero lo amerete come lo amo io. E grazie perché non smettete mai di credere in me.

Buona lettura e buon rosso a tutti!

P.s. se sarete tra le fortunate ad accaparrarvi lo smalto, potete condividere la vostra manicure e il libro sui social con gli hashtag #rossoDania e #NataleDaChanel

P.p.s. Ancora grazie a TNS Cosmetics e a Newton Compton.  Je vous aime comme une folle!

Due buone notizie (alcoliche)

È lunedì mattina e, nonostante l’estate allegra e la brezza leggera, vi immagino seduti, assonnati e svogliati, a sbuffare alla vostra scrivania, smaltendo le email arretrate piene di rogne.
Mi sembra, dunque, il momento perfetto per darvi due buone notizie.

La prima è il concorso Brindisi a Sorpresa, organizzato da i Marchesi de’ Frescobaldi (sì, quelli del vino. Proprio quelli che stanno nel Chianti). È un gioco semplicissimo, al quale si partecipa postando un selfie (siamo sicuri sicuri che sia una parola maschile?) mentre si brinda. Si possono vincere magnum di Nipozzano Riserva e soggiorni nelle tenute Frescobaldi. E se avete ancora qualche dubbio sullo scattarvi ‘na fotarella con un bicchiere in mano, vi ricordo che io sono una dei giudici e potete cercare di corrompermi!

La seconda bella notizia è che il tour di A noi donne piace il rosso continua. Venerdì 22 maggio ci ritroveremo al Vinodromo, a Milano, per chiacchierare di donne, amore, vino e disastri insieme a una produttrice della Valpolicella che ci farà assaggiare i suoi rossi migliori.
È una serata al femminile, ma i maschi sono i benvenuti (purché offrano da bere).

Vi aspetto per brindare!

A tutto rosso

L’amore è meglio un po’ bugiardo

Sono sempre stata una di quelle sincere, di quelle che in una relazione l’onestà è tutto, dirsi le cose, chiamare ogni problema con il suo nome, condividere ogni dubbio, ogni emozione, anche il tormento. Sono sempre stata convinta che è meglio confessare un tradimento che mentire, sempre meglio sapere che ignorare, più giusto discutere che evitare lo scontro.

Sincerità era il mio mantra.
Trasparenza, verità, franchezza, schiettezza.
Perché dire, parlare, usare tutte le parole ti rende sempre una persona migliore.

Un paio di settimane fa ho visto Gone Girl (no, non l’avevo visto al cinema. No, non ho letto il libro. Sì, lo se che ne avevate parlato tutti benissimo. Ho i miei tempi). Il film racconta la storia di una giovane coppia, Nick/Affleck e Amy/Pike, la cui perfezione da cartolina viene spazzata via in un soffio il giorno del loro quinto anniversario, quando la giovane moglie – puff – scompare nel nulla, lasciando il povero manzoAffleck solo nel dubbio. Nessuno sa che fine abbia fatto la biondina e tutti cominciano a indagare, tirando fuori eserciti di scheletri dagli armadi (è solo un modo di dire. È un thriller, non un horror).
Non spoilererò perché non sono una brutta persona, ma la storia è una interessantissima matrioska di mezze bugie e terzi di verità, sospetti sorti all’improvviso, dubbi che non dovresti mai porti sulla persona che ami, ripensamenti. Ho sempre vissuto nella menzogna? O quello che era vero mi sembra falso adesso che le cose vanno male?

Il film è bello, e va be’, ma non è questo il punto. La questione è: possiamo mai dire di conoscere davvero le persone che amiamo? O meglio, possiamo conoscerle meglio di noi stessi, ma chi ci assicura che essere dei libri aperti ci protegga dalle delusioni? Come facciamo a essere sicuri di non cambiare mai o che l’altro non cambi? Si può pensare davvero di vivere senza nascondere segreti?

Mi sono resa conto di essere cresciuta. Anche nelle relazioni. Di aver iniziato a pretendere meno dagli altri e più da me stessa. Di aver capito che la verità è pericolosa come un’arma, che devi imparare a maneggiarla bene, che a volte, più spesso di quanto avrei immaginato, la sensibilità è più importante della sincerità.

Forse una bugia può essere utile, se è detta per non ferirmi.

Ho capito questo.

E spero lo capisca anche tu, la prossima volta che ti chiederò “mi trovi ingrassata?”.

Ed ecco la vera novità

Le mie vacanze brasiliane sono ormai un ricordo. Un bel ricordo, così lontano che quasi non sembrano essere passate solo due settimane.

Il nuovo libro, A noi donne piace il rosso, è uscito (potete comprarlo qui in ebook e qui in cartaceo). È un libro bello. Fossi in voi lo leggerei e poi lo regalerei a chiunque.

Milano è grigia come solo Milano sa essere. E a me piace. Mi piacciono le strade bagnate dall’umidità e dalla pioggia, i bar riscaldati pieni di gente, le enoteche con la musica bassa, in cui riesci a parlare senza urlare, i supermercati colmi di panettoni, i negozi del centro con le vetrine natalizie, le bancarelle in Duomo.

L’amore sta bene, mai stazionario, perché se lo fosse non sarebbe più amore, ché quel sentimento è una montagna russa, un altalena, una corsa a perdifiato, un giro di rock&roll.

La dieta non sta funzionando, i jeans non mi stanno più entrando e rinunciare ai carboidrati sta diventando una prova di forza.

E fin qui, tutto bene.

Ma la vera notizia, quella che wow, la decisione che cambierà il corso dei miei prossimi giorni, mesi, anni, che modificherà l’asse terrestre e l’attrazione lunare e gli orari dei treni, è che ho deciso di tornare a scrivere sul blog.
Nel senso di spesso, non come adesso. Di farlo tutti i giorni. Come undici anni fa. Come ai tempi in cui non c’era mondo senza blog, non c’era il mio mondo senza blog.
E non lo faccio per motivi commerciali, non divento una fashion/beauty/food/cosa/salcazzo blogger, non metto banner, non vi scrivo quanto è buono lo stracchino con un paio di anfibi griffati e il rossetto color mattone.
Voglio solo recuperare un rapporto con la scrittura più rilassato, meno – siete pronti per la parolona orrenda? – performante, che non preveda tot visite e clic per essere pagato, tot vendite per diventare un beSSeller, tot pagine per andare in stampa. Una scrittura anarchica, libera, indipendente, personale, non legata per forza alla cronaca, alla televisione, alla moda.
Voglio tornare a scrivere per me. Voglio raccontare le storie che mi passano per la testa, le mie idee, i miei pensieri. Senza linea editoriale, senza briefing del cliente. E ho capito che l’unica cosa che ho sempre scritto senza regole è stata Malafemmena.

Quindi rifarò una cosa che, spero, darà l’inizio al primo fenomeno di vintage blogging mondiale: tornerò ad aggiornare alla maniera 1.0.

Non è facile. Perché la vita è diventata più frenetica, perché ho sempre meno tempo ed energie, perché sono spesso in giro e perché devo e voglio continuare anche a scrivere per mangiare. E non è facile perché questo posto non è più quello di tempo e anche perché i lettori, voi, non siete più quelli di un tempo e adesso si sta su Facebook, si commenta su Twitter, si comunica su WhatsApp. Non voglio dire che siete invecchiati, eh, però… mi capite, vero? Vi ricordate che c’era un mondo, pochi anni fa, che non è più lo stesso?

Non sarà facile, ma una cosa che sento di fare, che mi sembra importante iniziare. Mi sembra bella. Per me. E faccio questo annuncio nella speranza che, se non dovessi mantenere l’impegno, anche solo una persona me lo faccia notare e mi motivi. Dopo avermi cazziato.

Oggi è il 1° dicembre ed è l’inizio del nuovo inizio.

Sono quasi pronta. Spero avrete voglia di fare ancora due chiacchiere con me. Sarete sempre i benvenuti.

A noi donne piace il rosso #2

Un attimo prima di andare in stampa, con le rotative già calde, abbiamo deciso di cambiare la copertina.
Quella che vedete in basso sarà la cover che troverete giovedì 20 novembre in libreria.

Non è bellissima? Non vi fa venire voglia di stappare subito una bottiglia di quello buono?

Il 24 novembre, alle ore 19, presenterò A noi donne piace il rosso all’Open, in viale Montenero (Milano).
Sarebbe bello vedervi tutti lì, per fare due chiacchiere e bere insieme.

E se non state più nella pelle a buccia d’arancia, qui trovate un breve estratto del libro.

Buona lettura!

P.s. hai una libreria o un’enoteca e ti piacerebbe ospitare una presentazione del mio libro?
Non te ne pentirai!
Sono divertente, paziente e reggo bene l’alcol.

Contattami ai riferimenti che trovi qui, oppure scrivimi su Facebook.

Grazie.

A noi donne piace il rosso

Update your legs

Tra le tante cose fatte in questa estate che sembrava autunno, c’è anche un racconto breve che trovate nella raccolta Update your legs.

Update your legs

È solo in ebook, è gratis e potete scaricarlo anche in inglese (metti che ti viene voglia di leggere cose esotiche). Qui trovate qualche informazione in più anche sulle altre amiche che hanno partecipato al progetto.

Un racconto che parla di donne, di amore e tradimenti, che mi ha dato l’occasione per riguardare un po’ di Truffaut ed entrare nel cervello dei maschi (il protagonista – ebbene sì – è un uomo).

Tra le cose che accadranno in questo autunno che sembra estate, invece, le mie prossime vacanze in Brasile e l’uscita del mio nuovo romanzo il 20 novembre.

Buona lettura.

Spengo e scrivo

Non aggiorno il blog da 33 giorni.

È finito Sanremo, abbiamo un nuovo presidente del consiglio, è arrivata la primavera, ho iniziato il corso di fitboxe, ho rimosso dall’iPhone quell’app conta calorie che mi stava togliendo il gusto di vivere, ho preso un chilo e sei etti (ma sono solo muscoli, eh…), ho un nuovo lavoro che mi impegna più di quanto avessi preventivato.

Ho cambiato orari e ritmi. E non sto scrivendo più. A fatica, lentamente. Ci sto pensando di più. Limo le pagine come se fosse miniature di una Bibbia medievale. Rileggo ad alta voce. Lascio perdere. Ci torno su. Mi dilungo. Cancello. Riscrivo. Passo le poche ore libere a guardare l’icona del file .doc, col nome del libro, e immagino come mi sentirò quando sarà tutto finito (e salvato in duecento copie, al sicuro).

Fare una cosa in cui credi davvero è molto più difficile di farne una di cui ti frega poco. Lo so, dovrebbe essere il contrario, e invece no. Quando in un progetto creativo metti tutto quello che hai dentro, i tuoi mondi, il tuo passato, i tuoi occhi, le tue idee, le cose immaginate, i viaggi che hai fatto, le fughe e i ritorni, le parole nuove e quelle a cui sei affezionato, le speranze, le visioni, hai sempre la paura di perdere tutto. Perché temi che, se fallissi con qualcosa che è tutto te stesso, non riusciresti più a fare altro.

È una cosa che succede spesso: scrivi un romanzo per gioco e hai fortuna, poi magari pubblichi il libro della vita e non se lo fila nessuno. Mettilo in conto. Metti in conto che quello in cui ti impegni di più potrebbe non piacere a tutti.

E dopo che l’hai accettato, impara a capire che il tempo non è solo un nemico, ma un alleato. Che la fretta da scaffale non è sempre la soluzione migliore. Che per raccontare questa storia che ti esplode dentro hai bisogno di più mesi, di più cose lette e viste, di più chiacchiere, di più bozze riviste e corrette, di più tentativi, di più incipit rimaneggiati. Che non sarà come i precedenti, con l’acqua alla gola, perché non ti perdonerai mai di aver tolto tempo a una cosa a cui tenevi davvero.
E impara anche che, però, a un certo punto devi darti una mossa. Che devi fare delle scelte, avere il coraggio di chiudere, di decidere, di terminare. E questa volta lo devi fare senza una data di consegna che ti metta il pepe al culo. Lo devi fare perché ne hai bisogno.

La benzina della mia esistenza è sempre stata il senso di colpa, misto ad un’altalenante disciplina.

Oggi, 26 marzo 2014, ho promesso che non avrei più tolto tempo alle cose con cui spero di lasciare il segno. Una mia rivelazione alla Jep Gambardella. Senza Roma sullo sfondo, ma con il pollo allo spiedo di Giannasi, in Porta Romana.

Mi sono fatta una promessa che spero di mantenere.

Quindi, adesso spengo il router e il telefono e scrivo.

Spengo e scrivo.

SpeCLICK

 

La tecnica EKTORP: fagli montare i tuoi mobili IKEA

Nessun luogo mette più a dura prova una coppia moderna dell’IKEA.

Solo le coppie che sopravvivono indenni a tutto il percorso tra le varie combinazioni di camere, camerette, bagni, tra il ristorante e la zona bambini, tra le scatole, i piatti, i bicchieri, le lampade, le piante, le corsie dei magazzini, le casse automatiche, gli hot dog e il caffè svedese (che paghi con lo sconto e che, altrove, non berresti nemmeno se ti pagassero per farlo), possono sperare di avere davvero un futuro insieme.
Alcune si lasciano subito, nella zona divani, altre non superano gli armadi. Alcuni uomini si nascondono tra le colonne di tappeti per piangere lacrime amare, mentre molte donne vengono abbandonate, ogni giorno, negli enormi parcheggi, con i loro sacchetti blu colmi di cornici e candele profumate.
Ingvar Kamprad, fondatore dell’azienda svedese, non avrebbe mai immaginato, nel suo villaggio nello Småland, che il suo negozio di mobili a basso costo sarebbe diventato il più grande spazio di psicoterapia di coppia del mondo.
Quando decidiamo, di comune accordo o dietro esplicita minaccia, di fare una gita all’IKEA, sappiamo di doverci munire di tanta pazienza, scarpe comode, una lista di quello che ci è davvero indispensabile comprare, lo stomaco pieno per non lasciarci tentare dalle ennesime polpette assassine, e sangue freddo per non cadere in nessuna provocazione fatta da lui.
Essere trascinato controvoglia all’IKEA, soprattutto con la scusa della sua forza fisica, indispensabile per caricare e scaricare l’auto, è già un ottimo motivo di sofferenza per il nostro compagno.
A questo va aggiunto che, quando si è in coppia, il montaggio dei mobili comprati nel grande magazzino svedese spetta, per tradizione, all’uomo.
Con l’alibi della nostra scarsa propensione al bricolage, della manicure che rischia di rovinarsi, della nostra eccessiva magrezza o della nostra avversione per il cacciavite o il trapano, possiamo convincere facilmente un maschio che il mestiere di montare librerie Billy è suo.
Se dovesse opporre resistenza, potremmo provare a convincerlo con qualche smanceria, ricordandogli quanto è stato bravo nel fissare le mensole alla parete (anche se sono tutte storte) o nell’assemblare gli altri mobili a basso costo che abbiamo disseminato per la casa.
Appena cederà al suo ineluttabile destino di montatore, non lo lasceremo da solo a soffrire tra martelli, brugole, viti e tasselli di legno, ma gli faremo compagnia per criticare il suo lavoro e azzardare l’ipotesi che stia eseguendo le operazioni sbagliate.
Gli uomini hanno una profonda avversione per i manuali di istruzioni e, pur di non essere costretti a seguire le regole, cercano sempre di trovare qualche scorciatoia per finire un lavoro “a intuito“. E ogni volta che si affidano al loro intuito, sbagliano.
Il montaggio dei mobili IKEA è un’esperienza faticosa per il maschio, che deve seguire le regole, sottoporsi al nostro controllo serrato e utilizzare tutti i pezzi contenuti nella scatola.
Ogni volta che, a lavoro finito, avanzerà una vite, lui saprà di aver fallito e di meritare, anche se per poco, il nostro sarcasmo ormai allenato.

Quello sopra è il modo 45 dei “101 modi per far soffrire gli uomini“. Volevo condividerlo con voi, prima di passare il pomeriggio del 23 dicembre all’IKEA con l’uomo (trasferta che potrebbe costarmi la vita).
Il libro è un ottimo regalo di Natale, pieno di utili consigli e – oh! – costa solo 5 euro! Lo trovate in tutte le librerie e in ebook.
Fossi in voi, lo prenderei per tutte le vostre amiche (e anche per qualche amico).

BUON NATALE!

101 modi per far soffrire gli uomini

Qualche appunto

Il mio umore sale e scende e scende e sale e non mi dà tregua. Per fortuna è arrivata l’estate e le gambe nude e i sandali.

Sembra che il 4 luglio uscirà il mio nuovo libro. Secondo me, vale la pena fare un giro in libreria. Secondo me.

C’è una mia intervista su IoDonna che vi segnalo con piacere per un solo motivo: il concorso per vincere una fornitura di scarpe di un anno. UN. ANNO. DI. SCARPE. GRATIS. Ecco, ve l’ho detto.

Ho deciso di smettere di essere sempre a dieta. Adesso voglio far ingrassare tutto il resto del mondo, per non sentirmi in colpa.

Ho già pagato le tasse e la cosa non mi ha reso felice.

Domani vado a prendere il sole sul tetto della mia palestra, nell’attesa che a Milano costruiscano il mare.