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Centottantuno giorni dall’inizio del mondo

6 mesi di Alessandro Ghigo

Oggi Alessandro Ghigo compie sei mesi. Lunghi e brevissimi, faticosi e bellissimi.
Sono mamma da mezzo anno, ho cambiato ritmi, abitudini, gusti, qualche idea, qualche amico, progetti e sogni, eppure, abbandonato ogni altro impegno, a causa di una (spero) temporanea inoccupazione, ho scoperto di essere piuttosto portata per questa faccenda della maternità.
Sono stati mesi di grande scuola, quella proprio “della vita”, in cui umilmente ho ascoltato, osservato, visto, sentito e annusato per apprendere.

Ho imparato che i figli spaventano appena nati, non comunicano, sono troppo fragili, piangono che ogni volta ti si strappa il cuore e ti chiedi “ma ce la farò mai?”. Poi diventano ogni giorno più facili da capire, e cicciottelli, e forti e sorridono guardandoti e ti sembra di aver trovato la risposta a tutto e capisci che ce la puoi fare, anche se è una fatica.

Ho imparato che, anche se come me sei sempre stata un drago che dà fuoco a tutto e che da sola è riuscita a cavarsela sempre, devi chiedere aiuto. Chiedilo prima di essere troppo stanca, troppo terrorizzata, troppo nervosa. Chiedilo senza sentirti debole. Farà bene a te e soprattutto ai piccoli.

Ho imparato che se è vero che il corpo di una donna non è mai solo suo, è tanto più vero quando la donna diventa madre: tutti si sentono in dovere di dirti come, quanto e cosa mangiare, come, dove e se allattare, come dormire, come vestirti, come parlare, quanti chili perdere, se e quando tornare a lavorare, come curarti e non lasciarti andare che sei comunque una donna, ma allo stesso tempo non pensare all’aspetto fisico perché ormai sei una mamma. Tutti, ma proprio tutti, sapranno perfettamente in cosa sbagli e su cosa hai ragione, mentre tu osserverai lo stravolgersi del tuo mondo e della tua autonomia (non sei più una, ma due) navigando a vista.
I consigli non richiesti sono la vera piaga per le neomamme e il solo modo per evitarli è smettere di frequentare persone. O selezionarle con molta cura. Oppure rispondere: “grazie per i suggerimenti, ma seguirò l’istinto e farò a modo mio”. E sorridere sempre, soprattutto di fronte ai pargoli.

Ho imparato che internet può essere utile quando hai dubbi e paure (meglio, però, se chiedi al pediatra o a un’ostetrica!), ma diventa una gabbia di matti per qualsiasi altro confronto. Sono stata alla larga da forum, gruppi, chat, mailing list di mammine e papini e sono una persona felice.

Ho imparato che il puerperio scatena i più grandi sensi di colpa, soprattutto se hai sempre lavorato e di colpo ti ritrovi a non fatturare, ma solo a cambiare pannolini e usare la tetta come Masterchef. Sei consapevole che questi mesi intimi e belli non torneranno più e che stare con tuo figlio e usare i tuoi risparmi per accudirlo, finché almeno non riesce a stare seduto, è la cosa più giusta per te e per lui, ma ti senti anche sbagliata perché una mamma che non lavora per dedicarsi a un neonato viene spesso considerata una perditempo. E magari, in passato, l’hai pensato anche tu di amiche e colleghe.

Ho imparato che in Italia i figli sono una faccenda privata e che se non ci sono servizi, assistenza, aiuti per tutte le famiglie, fatti tuoi che li hai voluti ‘sti mocciosi. Sono tuoi, ci dovevi pensare prima. Non c’è una cultura evoluta dell’infanzia, della maternità e della paternità e figliare è spesso considerato un vezzo, come prendere un cane. Lo stesso Paese che non vuole dare la cittadinanza ai figli di immigrati, che inneggia all’italianità, che resta immobile in un immaginario anni ’50, mamme sante a casa e papà padroni a faticare, lo stesso paese (ché nemmeno merita la maiuscola) ti dice che mettere al mondo nuovi cittadini è un tuo problema. Un problema privato.

Ho imparato che la vita è piena di nuovi inizi e vale la pena affrontarli tutti di petto e con coraggio, e che noi donne abbiamo davvero risorse inesplorate e una forza che non sapevamo di possedere, e che, sia che tu voglia essere madre o meno, non devi mai lasciare a nessuno il diritto di decidere per te.

Ho imparato davvero tanto in centottantuno giorni, ma la cosa più bella e tenera che mi ha insegnato Alessandro è la gioia incontenibile e profonda di vivere ogni momento come un divertentissimo gioco.
E alla mia età, ve lo garantisco, è un insegnamento davvero importante.

*Ieri questo blog ha compiuto 14 anni. A volte mi dispiace averlo abbandonato, perché racchiude più di un terzo della mia vita. Forse, per tenerlo vivo, avrei dovuto trasformarlo in un lavoro, ma ho iniziato troppo presto e, quando -anni dopo- bloggare è diventata una professione, mi sono accorta di non esserne capace.
Auguri, Malafemmena, ti voglio bene!

Il nuovo indissolubile plurale

Famiglia

Sono cresciuta in una famiglia allargata di zie, zii, cugini, vicini, compagni, amici inseparabili e nonni anziani.
Mio padre è andato via di casa quando ero così piccola che non potevo nemmeno ricordarlo, inadatto o solo disinteressato a essere genitore, eppure mia madre ha riempito ogni spazio vuoto lasciato da lui, ogni assenza. Perché sono convinta che non siano fondamentali, seppur importanti, i ruoli, che non sia necessaria in assoluto la coppia, quanto l’attenzione, la presenza, la pazienza infinita, l’amore amore amore amore amore incondizionato.
Quando abbiamo deciso di avere un figlio, io e lui che non abitavamo nemmeno insieme, che passavamo le giornate concentrati sulle nostre pagine, le mie parole e i suoi disegni, che eravamo abituati a pensare al singolare, a cercare continuamente noi stessi, ad affrontare il mondo con due sole mani, perché abbiamo sempre faticato a chiedere aiuto, ad amarci con passione e paura, con il terrore continuo di perderci e di soffrire ancora come in passato, quando abbiamo deciso di avere un figlio ci siamo chiesti spesso, spessissimo, come avremmo fatto a essere una famiglia.

Quello che abbiamo imparato, umilmente e faticosamente, è che l’amore non basta. Un neonato ha bisogno di tempo (tantissimo), di attenzioni particolari, di spazio, di abitudini, continue abitudini, di ascolto, pazienza, abnegazione, serenità, sorrisi, carezze, forza fisica, resistenza. Ha bisogno di voci allegre, di stimoli, di esempio e di presenza.
Abbiamo dovuto trasformare i nostri due singolari in un nuovo indissolubile plurale.
Prima eravamo 1+1 e adesso siamo 3.
Abbiamo capito che una famiglia non è un incastro di più vite, ma una vita comune completamente nuova, in cui tutti restano individui, sia chiaro, in cui io sono Dania e lui è Maurizio e il piccolo è Alessandro, ma nella quale la gestione del tempo diviene comune, le ore non si sovrappongono più, ma si mescolano, in cui, per un periodo forse più lungo di quello che avremmo immaginato, noi verrà prima di io.

Non è sempre facile.
È facile amare Alessandro, quello sì, commuoversi per i suoi piccoli traguardi, desiderare il suo benessere, giocare con lui, baciarlo, nutrirlo, coccolarlo. È facile volere bene, ma è faticoso cambiare abitudini, soprattutto per due adulti come noi, che hanno lasciato i vent’anni da un pezzo e con loro la capacità di ambientazione.
Non date ascolto a chi dice che viene tutto naturale, a chi vuole farvi credere di non aver fatto fatica, a chi vi giudica perché avete timori o paure, a chi confonde la vostra stanchezza con il poco affetto, a chi vuole farvi sentire incapaci perché affrontate pieni di dubbi la trasformazione in genitori. L’unico modo per essere una buona famiglia è rassegnarsi all’idea che ogni suo componente è un essere umano, il cucciolo che state crescendo e voi due che state imparando, perché solo ammettendo di non essere infallibili sparirà la sensazione errata di non essere bravi papà e brave mamme.

Ogni giorno ci chiediamo se saremo mai all’altezza, se nostro figlio si sentirà amato come avremmo voluto essere amati noi. E ogni giorno non possiamo fare altro che arrivare fino al nostro limite e poi aggiungere un altro piccolo passo in più.

*La bellissima foto è di Nicola Mazzon.

Figlio mio amatissimo

Il segreto, figlio mio, sta tutto nel saper contare. E io sono sempre stata brava a contare, le biglie di vetro, i vestiti delle Barbie, gli amici invitati alle feste di compleanno, i giorni che mancavano alle vacanze di Natale, i voti a scuola, i minuti di ritardo dei treni, le calorie, le pagine dei libri che avevo già letto e quelle che avevo già scritto, i secondi che riuscivo a stare in apnea sotto l’acqua del mare, i passi per raggiungere la casa di chi ho amato, gli esami che mancavano alla laurea, i giorni di ferie accumulati, le serie di addominali, i risparmi per partire in quei viaggi senza biglietto di ritorno, le lettere di carta ricevute dalle amiche, le paia di scarpe che non entravano più nella scarpiera, i bicchieri di vino per riuscire a restare ancora in piedi.
Ho contato tanto nella vita, da quando i numeri hanno iniziato ad avere valore, e quando i giorni di ritardo sono diventati sei, sette, otto, ho iniziato a contare per te.

Ho contato le settimane, i giorni, i mesi, i chili presi, le gocce di vitamine, le ecografie e le vasche in piscina che facevo sempre più lentamente. Ho contato i battiti, i singhiozzi, i tuoi calci, le volte che rispondevi alle fusa dei gatti appoggiati sulla pancia e quelle altre che sembravi addormentato da così tanto tempo.
Ho contato le contrazioni, le prime leggere, impercettibili, con il sudore freddo sulla schiena e la paura e l’entusiasmo, ho contato i minuti, mentre gridavo china sul lettino della sala parto, e le ore, le spinte, infinite, i respiri, le grida, le lacrime.
Ho contato le dita delle tue mani e dei tuoi piedi fino a farmi venire mal di testa, il numero delle lunghissime poppate, il tuo peso che cresceva un grammo alla volta, i centimetri delle tue gambine magre, i body avuti in regalo, i giorni delle visite mediche, i minuti per sterilizzare i tuoi oggetti, quelli per tirarmi il latte, quelli di sonno che mi concedevi prima di tornare violentemente a vivere sveglio, sveglissimo.
Ho contato i tuoi sorrisi perfetti, fino a perderne il conto e a perdermici dentro, le carezze leggere che mi hai dato per sbaglio, sgranando gli occhi sorpreso, gli oggetti che piano piano hai afferrato, le volte che ti sei toccato da solo i piedini, i ciucci che hai voluto e quelli di cui non vuoi sapere niente.
Mi sono messa a contare ogni momento della tua vita, perché i numeri mi aiutano a stare ancorata alla terra, perché mi ricordano che c’è più vita di quanta non ce ne sia mai stata, che non c’è tempo per le delusioni, per perdersi nei progetti andati a male, nelle cose perdute. I numeri mi aiutano a farti essere, e tu sei qualcosa che non riuscivo a immaginare, potente, fragile, spaventosa e bellissima. Tu sei milioni di cellule perfette messe insieme, cromosomi che mi somigliano, sei il primo e l’ultimo pensiero, sei lo zero e l’infinito. Tu sei l’innamorato che non si può dimenticare mai.

Il segreto, figlio mio amatissimo, è tutto nel saper contare.
E tu potrai contare tutta la vita, tutta, su di me.

La (più) grande avventura

cicogna

Questo doveva essere l’anno del mio lungo viaggio in Messico. Invece l’unica a partire è stata la cicogna.
Lo so, lo so cosa state pensando: nemmeno io me lo sarei aspettata da me, mai mai mai nella vita.
Eppure, sono incinta.
E in barba ai burocrati che vogliono farci credere che a una certa età è sbagliato essere incoscienti, il papà (autore del bellissimo disegno) e io siamo felicissimi perché non poteva capitarci in un periodo migliore. Doveva succedere adesso, mo’, ora. Giusto in tempo per dare un alibi al mio fallimento della prova costume.

Lo sbarco sulla Terra è previsto a metà febbraio. Ed è un maschietto (poteva essere altrimenti, il figlio di Malafemmena?).

Ci stiamo preparando.
Sarà davvero la più grande avventura.

Io sono lei

Sono una persona riservata, poco incline alle dimostrazioni fisiche d’affetto, abbraccio e bacio poco i miei amici, sono pudica in pubblico, quando mi trovo in un ambiente nuovo mi sento timida e osservo tanto, prima di partecipare.
Sono divertente, simpatica, sdrammatizzo sempre, non mi spaventano la morte e la solitudine, perché le ho conosciute tanti anni fa e mi sembrano così umane da non fare paura. Ci sono sempre per le persone a cui voglio bene, a qualsiasi ora, in qualsiasi parte del mondo. Non mento mai, se non per proteggere, non mi tiro mai indietro nelle mie responsabilità. Mi lamento tanto, ma mi tiro sempre su le maniche e vado avanti. Ho una strana e rigida idea calvinista del lavoro, non ho mai pensato di farmi mantenere, ho cominciato a guadagnare presto e solo con le mie forze, ho sempre saldato i miei debiti e, quando ho vissuto al di sopra delle mie possibilità, l’ho fatto solo per dimostrare a me stessa che potevo ottenere di più. Odio le ingiustizie e le denuncio sempre, anche a costo di danneggiarmi professionalmente.
Mi piace mangiare e cucino bene, così bene che lo faccio sempre meno spesso, perché voglio restare snella. Non guido, anche se ho la patente. Preferisco andare a piedi, prendere i mezzi, andare in bici. Cammino da sempre, in qualsiasi condizione meteorologica, con qualsiasi tipo di calzature. Amo comprare scarpe, in numero esagerato, che magari non metterò mai. Parlo con gli animali e con le piante e sono convinta che loro mi capiscano. Ogni volta che leggo qualcosa di interessante o guardo un film commovente, ho voglia di raccontarlo a tutti i miei cari. Spesso vivo così intensamente qualche episodio di un romanzo che continuo a raccontarlo in giro come se fosse accaduto a me. Non posso fare a meno di cantare Battisti e Mia Martini ad alta voce. A volte mi arrabbio e punto i piedi e sono testarda e cerco di avere ragione a tutti i costi. Poi mi fermo, respiro, ripenso, rifletto e chiedo scusa. Sono diventata brava a chiedere scusa. Piango quando è il momento di versare lacrime e quando non c’è più tempo per la commiserazione mi asciugo gli occhi e torno a combattere. Credo che ci sia qualcuno più grande di me che mi protegge ovunque io vada, credo che la fortuna sia importante come la determinazione, credo che non sia mai troppo tardi per ricominciare, credo che le persone che mi hanno fatto soffrire non siano cattive, ma solo incapaci, credo che la cosa più bella non sia possedere, ma donare a chi ami.

In tutto questo io sono mia madre. Proprio simile, uguale a lei. Come in quelle piccole rughe ai lati della bocca che ci sono venute fuori negli anni, identiche, dopo tutte le volte che abbiamo riso insieme.

L’Uomo Nero

Quando ero bambina succhiavo due dita alla volta. Sono sempre stata ingorda. Mettevo in bocca anulare e medio e li succhiavo con estrema goduria, carezzandomi l’orecchio.

Mia madre le aveva provate tutte per farmi smettere. Guardare una bambina che ingoia mezza mano non è elegante come guardare un pupo che succhia delicatamente un pollice.

Abitavamo in Olanda e provavamo gli ultimi atti della famiglia unita e mia madre cresceva noi figli in un paese straniero e la sua secondogenita succhiava due dita alla volta.

Abitavamo alla periferia dell’Aia, che loro chiamano Den Haag, e avevamo una casa bella con un giardino che dava sul canale e c’era questa soffitta enorme dove passavamo ore a giocare e poi c’era la scuola materna piena di bambini biondi biondi e noi piccoli italiani neri. Anche i bambini biondi biondi ciucciavano le dita, un dito alla volta, nessuno due e parlavano una lingua strana che noi capivamo appena, ma ci facevamo capire, perché da piccoli non ci sono frontiere, non ci sono lingue diverse,  ci sono solo sfide e novità.

Un giorno, durante la nostra passeggiata a Zoetermeer, sentimmo passare un camioncino rumoroso, pieno di campanelli e io chiesi a mia madre “ma che cos’è quel pullmino così colorato?” e lei mi rispose “è il pullmino dell’Uomo Nero che passa a prendere i bambini che ancora succhiano le dita”.

E poi non dormii per due giorni, terrorizzata all’idea che l’Uomo Nero potesse venire a prendermi nel sonno. E mi dicevo che l’avrei sentito arrivare con tutti quei campanelli, che avrei avuto il tempo di nascondermi in soffitta, ma non potevo sapere quanto fosse scaltro l’Uomo Nero, non ero sicura che non avesse un accordo con i miei genitori, non potevo escludere che passasse attraverso i muri e riuscisse ad arrivare in soffitta anche se bloccavo la scaletta.

Alla fine, stremata, decisi che avrei smesso di succhiarmi le dita, per non correre il rischio di sparire su un camioncino colorato e lasciare i miei fratelli e mia madre soli ad affrontare la vita.

Quell’estate fu l’estate che diventai una bambina grande. Mi dimenticai presto del sapore che avevano le dita. Trovai anche un amica di colore all’asilo. I bambini biondi biondi ci chiamavano “turche”. Non ricordo nemmeno se abbiamo mai comunicato con le parole.

Poi un giorno d’autunno ripassò il camioncino e si fermò vicino il nostro isolato e mia madre ci portò a vederlo ed era – sorpresa e meraviglia! – un negozio ambulante di caramelle in cui entravi dal fondo, uscivi dalla testa e potevi trovare tutti i dolciumi che volevi. Ricordo che comprai delle gelatine alla coca cola e poi dissi a mia madre che mi aveva detto una bugia, che non era il furgone dell’Uomo Nero e allora lei mi chiese “preferisci tornare a succhiarti il dito come i bambini piccoli o farti una scorpacciata di caramelle?”. E perché avrei dovuto preferire un dito cicciotto e zozzo agli orsetti frizzanti e alle girelle di liquirizia?

Dell’Olanda ricordo tante cose, quando ghiacciava il canale e i vicini uscivano coi pattini, quando le papere beccarono mia sorella, quando un gatto randagio ruppe la gabbia e scappò via col nostro coniglietto, quando precipitammo nello stagno, quando, dopo aver visto la Fattoria degli animali, portammo alla capretta dei vicini quintali di carta da mangiare, quando saliva il livello dell’acqua e si allagava il giardino, quando mio padre e mia madre vivevano insieme, quando pensavo che un giorno avrei imparato a volare, quando scoprii che mia madre era più furba, ma molto di più, di qualsiasi Uomo Nero.

Poi qualcosa arriverà

Mia madre mi ha sempre detto che tutto ciò che ci succede possiamo imparare a superarlo e quando pensi non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la faccio, se poi resisti, ti accorgi che oh, ce l’ho fatta, è già alle spalle, non mi resta che allontanarmene e riprendere la strada. Mia madre dice che le cose passano e che bisogna pensare sempre a quello che resta, non a quello che è andato.

Allora oggi passeggiavo e pensavo alle cose che mi restano e poi pensavo che stare sola mi piace e non mi piace, che di quella che ero non è rimasto molto, ma è rimasto il giusto, che molte persone sono a disagio con me, che tante altre sono la mia nuova famiglia. Pensavo che fa ancora caldo per essere dicembre e io ho comprato un albero di Natale bianco e non so ancora cosa farò a capodanno, ma so che, a differenza dell’anno scorso, non piangerò, non avrò un mattone all’altezza dello sterno, non avrò sensi di colpa, non avrò rimpianti. Pensavo che il vecchio ti resta addosso solo finché non hai il nuovo a scaldarti e ti trascini dietro ricordi più per abitudine che per compagnia. Pensavo che manca un mese al mio compleanno e per la prima volta in vita mia non ho paura di invecchiare. Pensavo che è tutto perfetto, perché non ho niente da perdere e quando non hai niente da perdere sei davvero libero.

Mia madre mi ha sempre detto che tutto ciò che ci succede possiamo imparare a superarlo e possiamo imparare ad aspettare e poi il bello arriverà.

C’è ancora così tanto tempo che mi siedo qui, bevo un bicchiere di vino e aspetto.

Mamma mia

Oggi, la mamma di Dania festeggia un compleanno importante.

Cosa consigli, alla dottoressa, di regalare alla sua genitrice?

1. Una Green Card per emigrare negli Usa.
2. Un portafogli (vuoto).
3. Un pezzo di Alitalia.
4. Un manganello per picchiare gli studenti, mentre manifestano per i loro diritti.
5. La mummia di Andreotti.
6. Un migliaio di esuberi del pubblico impiego.
7. Un nipote cane.
8. Il libro della Carfagna.
9. Un santo in paradiso.
10. La promessa che, quando Dania avrà la sua età, l’Italia sarà un posto migliore di adesso.

Domani, A letto con Dania, alle 22.