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I cinque migliori consigli per superare la prova costume senza troppi problemi (psicologici)

Con l’arrivo dei saldi sono andata a provarmi dei costumi da bagno.
Questa frase da sola basterebbe già come “storia triste”.
A cinque mesi dal parto, causa fame mostruosa da allattamento, mi ritrovo ancora una bella panciotta cicciotta poco attraente e una sana antipatia per tutte le Belen e le Bianchebalti piattissime a tre settimane dallo sfornamento.

Impacciata nelle mie nuove forme, eccetto le tettone, che sfoggio senza pudori, ho quindi attinto alla saggezza di amiche, conoscenti e parenti per affrontare il ritorno in spiaggia serenamente.

Ecco, quindi, i cinque migliori consigli per superare la prova costume senza troppi problemi (psicologici), se sei tra le (s)fortunate che non sono ancora andate a mare.

#1 Costume intero:
comprime, sagoma, sostiene e, soprattutto, è tornato di moda. Considerata l’ampia offerta, l’importante è trovare il modello con la stoffa nei punti giusti e scartare i monokini che fanno l’effetto porchetta avvolta nello spago.
Unica controindicazione, il limite all’abbronzatura e l’effetto zebra.

#2 Pareo:
la tecnica antica, già utilizzata dalle nostre mamme e nonne, prevede di indossare il pareo per qualsiasi spostamento in spiaggia e toglierlo soltanto una volta stese sul lettino e sull’asciugamano (perché distese siamo tutte ventri piatti). È un capo versatile, pratico e spesso anche molto bello, a patto che tu non sia negata completamente come me nell’arte dell’annodatura.
La sola controindicazione è che se vuoi fare il bagno senza, devi correre come Bolt e lanciarti in acqua per non far notare le tue forme.

#3 Tintarella di luna:
la soluzione cantata da Mina è perfetta per evitare di esporre un corpo che ti fa sentire a disagio nelle ore più affollate. Vai in spiaggia dopo il tramonto. E magari portati un sacco a pelo, perché a volte arriva il freschetto.
Controindicazione, i falò e le schitarrate. Un tempo cantavamo Battisti e Baglioni, adesso devi sorbirti Benji e Fede.

#4 Digiuno:
se inizi adesso, magari perdi qualche etto prima delle ferie.
Controindicazione, puoi resistere al massimo 40 giorni.

#5 Montagna:
ma perché ti ostini a voler andare al mare? Fa caldo, c’è troppa folla, le zanzare, gli scemi con i racchettoni, Despacito al massimo volume tutto il giorno, l’odore di frittura di paranza, la sabbia nelle mutande. Vattene in montagna e hai risolto.
Unica controindicazione, potresti prendere molta più ciccia, perché ad alte quote si mangia (e si beve) molto bene.

E se proprio nessuno di questi ottimi consigli fa al caso tuo, prova a mettere in pratica il mio preferito, più difficile, ma di sicuro effetto: fregatene della linea perfetta! Ma hai visto i fisici attorno a te? Tutti abbiamo le nostre imperfezioni, che raccontano la storia del nostro corpo. E tutte le storie sono interessanti perché sono uniche.

 

Questa primavera voglio innamorarmi dell’uomo sbagliato

Un mese fa ho partecipato come autore a una campagna di native advertising per il brand Yamamay, su VanityFair. Avevo un ruolo a metà tra Don Draper e Barbara Alberti ed è stato uno dei lavori più stimolanti fatti negli ultimi tempi. Oltre alle interviste per la parte video, ho scritto tre pezzi, sul tema primavera, femminilità e percezione del corpo.
 Vi riporto il primo, che amo molto, perché è un vero e proprio manifesto sul mio essere donna (imperfetta).
 Lo dedico a tutte quelle come me. Buona lettura.

Ho iniziato il conto alla rovescia in attesa della primavera.
Dicono che sia la stagione delle donne, perché il sole mette in circolo le endorfine e ci rende più luminose, più allegre, piene di energia e di voglia di fare, pronte, prontissime all’innamoramento. È la nostra stagione perché sbocciano i fiori (e non solo quelli di mimosa), perché i capelli crescono più velocemente, perché la pelle è più liscia e la pancia più piatta (sia benedetta la scarsa ritenzione idrica!), perché puoi lasciare a casa i cappotti e le sciarpe, mostrare il decolté, indossare i sandali, girare in biciletta. Quando arriverà la stagione più bella, quella che lascia alle spalle il gelo e il grigio dell’inverno, con le giornate che si allungano e la luce del sole più brillante, con gli alberi fioriti, le fragole, i vestiti più leggeri e gli aperitivi all’aperto, voglio che nessuno mi dica che tipo di donna devo essere.

Non accetterò consigli su cosa è giusto e cosa, invece, non si dovrebbe fare, non voglio regole da seguire per conquistare, tecniche per far capitolare, stratagemmi per abbindolare. Non ditemi che devo perdere tre chili, che dovrei fare la frangia, che il pizzo non mi dona, che non ho più l’età per portare il rosa.

Non voglio cambiare il mio corpo, voglio assecondarlo.
Questa primavera voglio essere me stessa.

Non fatemi sapere che gli uomini vogliono le donne dolci o che le vogliono aggressive, che devo parlare di più o devo stare zitta, che devo sorridere oppure fare l’imbronciata. Non mi lascerò condizionare da chi pretende che sia meno di quello che sono o chi mi chiede di diventare molto di più, da chi vuole nascondere il mio corpo o da chi vorrebbe esporlo come un vessillo. Sono stanca di essere una bandiera, io voglio solo essere una donna. Una donna che prende decisioni giuste o quelle sbagliate, con l’inviolabile diritto di decidere di testa sua. Voglio che il mio corpo diventi la primavera, che sbocci, che sia luminoso, e che a volte, come capita anche nei mesi belli, sia una nuvola nera, piena di tempesta.

Questa primavera voglio mostrarmi. Indosserò abiti corti, sottovesti leggere, minigonne. Metterò camicie di seta e cotone candido e ricamato. E non mi interessa se non sono formosa, se non sono slanciata, se ho qualche rotolino, se non ho più l’età. Voglio le braccia nude e le gambe libere di portarmi dove desiderano, di correre, di accavallarsi per sedurre.

Questa primavera voglio giocare con i capelli, arrotolarli sulle dita, tenerli davanti agli occhi o raccoglierli. Voglio sentirli scendere sulle spalle, fermarli dietro un orecchio, lasciarli crescere fino a metà schiena o tagliarli. Voglio smetterla di preoccuparmi della piega perfetta e trovarmi bellissima anche appena sveglia, tutta scarmigliata come dopo aver fatto l’amore.
Questa primavera voglio dare il bacio più romantico di sempre.
Cercherò la luce giusta, la perfetta colonna sonora, lascerò che mi infili la mano tra i capelli sulla nuca e che annusi il mio profumo, prima di raggiungere le labbra. Lo darò a occhi chiusi o aperti, non importa, e solo se ne avrò voglia. E anche se non trasformerà il mio ranocchio nel Principe Azzurro, sarà comunque un momento da ricordare per sempre.

Questa primavera voglio guardare il mio uomo come se fosse il più grande amore della mia vita, anche se ci diremo addio con l’inizio dell’estate.
Questa primavera smetterò di credere al vissero felici e contenti e inizierò a credere al vissero ogni minuto intensamente.
Questa primavera non voglio cercare l’uomo giusto, voglio cercare l’emozione giusta.
Questa primavera voglio essere me stessa. Anche se sono imperfetta, anche se faccio degli errori. Perché, nonostante tutto, io lo so che sono la donna migliore che posso essere.

[Gli altri due pezzi li trovate qui: Felicità: tutti i segreti per sorridere in primavera e Primavera: è arrivato il momento di conquistare il tuo lui (e il mondo)]

La prova costume emozionale

Ho sempre peccato di scarsa autostima, anche nei momenti in cui riscuotevo maggiori apprezzamenti e successi. Sono sicura che indagando nella mia infanzia, negli anni torturanti della scuola o nelle mie prime e imbarazzanti relazioni affettive con l’altro sesso, potrei trovare risposte alle origini questa mia forte carenza di fiducia. Ma credo che il tempo dell’analisi tolga tempo al migliorarsi. Credo sia più importante capire come superarmi e credere in me stessa che continuare a dare la colpa di ogni mia debolezza a qualcuno e qualcosa che forse – mi auguro – non tornerà più.
Ho iniziato, quindi, un estenuante corteggiamento per sedurmi, per riuscire ad amarmi di più. Che prevede farmi complimenti davanti allo specchio, dedicarmi cure e attenzioni, non fare quello che non mi va di fare (se non necessario), evitare persone e situazioni sgradevoli, indossare soltanto abiti con cui mi sento a mio agio, mangiare una cosa buona se mi va e non sentirmi sbagliata per una frittura di pesce. E poi, vivere la palestra come uno sfogo e un divertimento e non come un obbligo, non rispondere al telefono, se non ho voglia di parlare, scrivere quello che vorrei leggere e non quello che mi aspetto gli altri vogliano leggere, cantare ad alta voce ogni volta che posso, portare i tacchi solo se lo desidero, smettere di accettare qualsiasi collaborazione per paura che un giorno non ci sia più lavoro, essere risoluta di fronte alle ingiustizie, mandare al diavolo i cafoni, rifiutare lavori al di sotto delle mie possibilità, circondarmi di amici senza doppi fini, provare a dire alle persone a cui tengo di più che vogliono loro bene.

L’ultimo punto è il più difficile di tutti e portarlo a termine, per un orso come me, è un po’ come superare la prova costume il primo di giugno.

Sono una persona migliore di quello che credo e posso riuscire a fare qualsiasi cosa. Lo so.
Quello che, forse, mi frega è che sono anche pigrissima. Ma su questa sfumatura lavorerò nei prossimi anni.

Io sono lei

Sono una persona riservata, poco incline alle dimostrazioni fisiche d’affetto, abbraccio e bacio poco i miei amici, sono pudica in pubblico, quando mi trovo in un ambiente nuovo mi sento timida e osservo tanto, prima di partecipare.
Sono divertente, simpatica, sdrammatizzo sempre, non mi spaventano la morte e la solitudine, perché le ho conosciute tanti anni fa e mi sembrano così umane da non fare paura. Ci sono sempre per le persone a cui voglio bene, a qualsiasi ora, in qualsiasi parte del mondo. Non mento mai, se non per proteggere, non mi tiro mai indietro nelle mie responsabilità. Mi lamento tanto, ma mi tiro sempre su le maniche e vado avanti. Ho una strana e rigida idea calvinista del lavoro, non ho mai pensato di farmi mantenere, ho cominciato a guadagnare presto e solo con le mie forze, ho sempre saldato i miei debiti e, quando ho vissuto al di sopra delle mie possibilità, l’ho fatto solo per dimostrare a me stessa che potevo ottenere di più. Odio le ingiustizie e le denuncio sempre, anche a costo di danneggiarmi professionalmente.
Mi piace mangiare e cucino bene, così bene che lo faccio sempre meno spesso, perché voglio restare snella. Non guido, anche se ho la patente. Preferisco andare a piedi, prendere i mezzi, andare in bici. Cammino da sempre, in qualsiasi condizione meteorologica, con qualsiasi tipo di calzature. Amo comprare scarpe, in numero esagerato, che magari non metterò mai. Parlo con gli animali e con le piante e sono convinta che loro mi capiscano. Ogni volta che leggo qualcosa di interessante o guardo un film commovente, ho voglia di raccontarlo a tutti i miei cari. Spesso vivo così intensamente qualche episodio di un romanzo che continuo a raccontarlo in giro come se fosse accaduto a me. Non posso fare a meno di cantare Battisti e Mia Martini ad alta voce. A volte mi arrabbio e punto i piedi e sono testarda e cerco di avere ragione a tutti i costi. Poi mi fermo, respiro, ripenso, rifletto e chiedo scusa. Sono diventata brava a chiedere scusa. Piango quando è il momento di versare lacrime e quando non c’è più tempo per la commiserazione mi asciugo gli occhi e torno a combattere. Credo che ci sia qualcuno più grande di me che mi protegge ovunque io vada, credo che la fortuna sia importante come la determinazione, credo che non sia mai troppo tardi per ricominciare, credo che le persone che mi hanno fatto soffrire non siano cattive, ma solo incapaci, credo che la cosa più bella non sia possedere, ma donare a chi ami.

In tutto questo io sono mia madre. Proprio simile, uguale a lei. Come in quelle piccole rughe ai lati della bocca che ci sono venute fuori negli anni, identiche, dopo tutte le volte che abbiamo riso insieme.

Io sono Carrie

Sarah Jessica Parker oggi compie 50 anni.
Per quelli di voi che fossero vissuti sulla Luna negli ultimi venti anni, come uno zaino abbandonato della Cristoforetti, Sarah è stata il volto televisivo e cinematografico di Carrie Bradshaw, eroina della celeberrima serie cult Sex and the City.
Come molte ragazze della mia generazione, universitarie alla fine degli anni ’90, a malapena sopravvissute a Non è la Rai e più che determinate a far valere il nostro cervello sulle nostre chiappe, per un lungo periodo non sono stata interessata al mondo di Cosmopolitan, tacchi a spillo e uomini sbagliati che Carrie e le sue amiche raccontavano.
Maffigurati se le femmine vere possono trascorrere così tanto tempo a riempirsi di alcol, spendere interi stipendi in scarpe, cercare di far carriera in mondi (patinati) maschili e parlare di relazioni sentimentali disastrose!
Poi è successo l’inevitabile: ho scavallato i trenta e mi sono avvicinata all’età delle protagoniste, sono tornata single, ho iniziato a comprare scarpe, mi sono trasferita in una città più grande, ho iniziato a bere per passione, ho conosciuto coetanee, nuove inseparabili amiche, con il pallino della carriera, poco propense alla famiglia tradizionale, invischiate in relazioni passionali, quanto fallimentari, sarcastiche e sagaci, e ho cominciato a scrivere per mestiere, anzi, ho iniziato a scrivere chick lit (che, per la mia amica Elena che non ne ricorda mai il significato, è quel genere letterario quasi esclusivamente per ragazze che parte dal Diario di Bridget Jones e naufraga in Via Chanel n.5).
Cinque o sei anni fa, mia sorella mi ha regalato il cofanetto con tutte le stagioni della serie e finalmente ho capito.
Ho capito che non era una storia di essere fighe a Manhattan, ma una metafora sull’essere donne, un manuale di sopravvivenza per fanatiche del principe azzurro (possibilmente meno bolso di Mr Big), un sussidiario sull’amicizia e – tema quanto mai caro alla sottoscritta nell’ultimo periodo – un’esortazione a provarci sempre, perché #NonèMaiTroppoTardi.
Ho iniziato a volere bene a Sarah, e ho continuato a volergliene anche quando ho scoperto che era stata per sette lunghi anni la giovane fidanzata del giovane Robert Downey Jr. Perché lei ha impersonato quel tipo di donna che, nel bene o nel male, abbiamo ritrovato in gran parte dei personaggi femminili delle storie recenti, diventando prototipo, modello, stereotipo o caricatura

Sono stata per tantissimo tempo la ragazza arrabbiata, coi capelli corti tagliati in casa con le forbici, con il maglione grunge, con la laurea in lingue orientali, con il pallino dell’antropologia. Adesso sono una donna che cura il proprio aspetto, con la tessera annuale in palestra, con un armadio pieno, con un sacco di parole in testa, con un bicchiere di rosso in mano, con l’abbonamento a Internazionale, ma anche a Vogue, con un libro sull’IS accanto a un romanzo d’amore sul comodino.
E sebbene non avrò mai più la pancia piatta se continuo a bere vino e non vivrò (forse) mai nel West Village e non comprerò mai un paio di Manolo Blahnik (mooolto meglio il nostro Sergio Rossi) credo di essere diventata un po’ Carrie.
Una Carrie che la domenica frigge le melanzane, certo.
Vuoi mettere quante altre parmigiane cucinerò fino al mio 50simo compleanno?

La casetta di Carrie nel West Village, abitata da un simpatico signore che odia gli intrusi.
La casetta di Carrie Bradshaw, che ho fotografato da vera fan nel West Village, abitata da un simpatico signore che odia gli intrusi.

 

Update your legs

Tra le tante cose fatte in questa estate che sembrava autunno, c’è anche un racconto breve che trovate nella raccolta Update your legs.

Update your legs

È solo in ebook, è gratis e potete scaricarlo anche in inglese (metti che ti viene voglia di leggere cose esotiche). Qui trovate qualche informazione in più anche sulle altre amiche che hanno partecipato al progetto.

Un racconto che parla di donne, di amore e tradimenti, che mi ha dato l’occasione per riguardare un po’ di Truffaut ed entrare nel cervello dei maschi (il protagonista – ebbene sì – è un uomo).

Tra le cose che accadranno in questo autunno che sembra estate, invece, le mie prossime vacanze in Brasile e l’uscita del mio nuovo romanzo il 20 novembre.

Buona lettura.

Quattro chiacchiere

Succede che ogni tanto qualcuno mi chieda che opinioni ho in merito a cose. Le cose sono sempre più spesso le donne.

Il 13 giugno, alle ore 17, nella sala Terrazzo del Palazzo Giureconsulti a Milano, parteciperò come relatore al Talk Show “Le donne e l’autostima“.

Se non volete venire per me, venite almeno per ascoltare Renato Mannheimer.

Il 24 giugno sarò a Rimini all’aperitivo in conversazione “Quello che le donne dicono” (di cui vi posto la locandina).

Vale sempre la regola: se passate, brindiamo insieme.

Poi smetto

Sono stata una bambina e un’adolescente grassottella, come quasi tutte le mie amiche a Napoli. Il cibo è sempre stato per me motivo di consolazione e godimento profondo. Ho sempre trovato imbarazzante il mio corpo, grosso, poco armonico, grasso, con un seno troppo piccolo, il busto corto, le gambe troppo lunghe. Non mi sono mai piaciuta. Ero sempre l’amica simpatica, non sono mai stata la bambina bella. Mangiavo per consolarmi da tutto, dalla timidezza, dall’abbandono da parte di mio padre, dall’inadeguatezza fisica, dall’eccessiva sensibilità.

Ho vissuto da proto-adolescente al sud e con le amiche guardavano Non è la Rai e ci sentivamo tutte un po’ in carne, ma non troppo a disagio. Eravamo circondate da persone in sovrappeso e ci sembrava normale. Pensavamo che, crescendo, la nostra passione per il cibo, per la pizza fritta, i panzarotti e le palle di riso, il nostro amore smisurato per il salame di cioccolato, per i panini al latte con la nutella, per i biscotti all’amarena non ci avrebbero impedito di essere perfette.

A 15 anni mi sono trasferita a Padova. Le mie compagne di scuola erano quasi tutte magre. Il trauma da trasloco sud-nord è stato così forte che ho iniziato a mangiare moltissimo, ingrassando ancora di più. Poi, all’età di diciassette anni, adolescente, incazzata, riservata, politicamente impegnata, prima della classe, ho smesso di mangiare. È stato uno dei periodi più gratificanti della mia vita. Ho perso più di venti chili in sei mesi, sono diventata uno scheletro, passavo tutto il giorno a contare le calorie bruciate, mi consolava veder mangiare gli altri mentre io digiunavo, mentivo sul mio peso, non riuscivo più a portare lo zaino pieno di libri per la scuola, perdevo i capelli, mi riempivo di smagliature, non avevo più il ciclo, mi sentivo in grado di poter controllare tutto.

Continuavo a vedermi grassa.

Poi ci sono stati ospedali, medici, bombardamenti ormonali e il teatro che mi ha salvato la vita.

Ho ripreso peso e, anche se continuavo a vedermi grassa, ho provato a dimagrire di nuovo innumerevoli volte e non ci sono mai riuscita. Non ne avevo più così bisogno. Stavo bene.

Saltuariamente mi sono piaciuta, mi sono innamorata, sono stata ricambiata, ho avuto una tregua col mio corpo. Ricordo quella volta che il grande amore dei vent’anni mi disse che ero bella. Per un periodo pensai di aver raggiunto una discreta perfezione. Poi la dismorfofobia è ricominciata e ogni giorno ho fatto lo sforzo di vivere nel mio corpo nonostante lo trovassi mostruoso.

Poi in mezzo c’è stata tutta la vita, lo studio, il lavoro, innumerevoli lavori, gli amori, tutti finiti male, altrimenti non sarebbero mai finiti, e a ogni capolinea di relazione, la sensazione di trovarmi orrenda.

Poi il ricominciare, i flirt che ti fanno sentire meglio e poi ancora questo corpo che mi appare sempre così diverso da come l’avrei desiderato. E una vagonata di amanti stronzi che hanno provato a dirmi dimagrisci qui, rassoda qua, potresti fare questo, potresti rifarti questo.

L’anno scorso, soffrendo per amore, ho smesso di nuovo di mangiare. È stato la cosa più gratificante di tutto il mio anno di merda. Poi è finita, perché le sofferenze d’amore passano, anche quelle che pensi ti uccideranno. Bisogna solo saper aspettare.

Sono passati un sacco di mesi, di anni e non mi sono mai vista abbastanza magra da piacermi, nonostante continui a mangiare, a sorridere, a stare in compagnia, a bere, a fare sesso, a vivere, a lavorare.

Faccio tutto questo in un corpo in cui non mi piace abitare. Gli amici detestano sentirmi parlare del mio peso. Temo che, prima o poi, smetteranno di invitarmi a cena.

Non so perché in questa domenica mi è venuta voglia di raccontare questa storia sconclusionata e senza lieto fine, forse perché sono ingrassata di qualche chilo e non mi sento affatto bene, forse perché ho sempre pensato che le persone ti amano soprattutto per come appari e non per come sei, forse perché ho incontrato tanti uomini sbagliati, forse perché ho avuto un pessimo padre, forse perché stamattina in palestra c’era quella ragazza così magra, così trasparente che mi ha fatto tenerezza e mi sono chiesta chissà se è felice, chissà che si trova bella. L’ho guardata e mi sono sentita fortunata, perché io, nonostante la tremenda fatica, ho capito che cambiare il mio corpo non è la risposta alla felicità. Almeno l’ha capito la mia parte razionale.

Negli spogliatoi l’ho vista pesarsi e aveva un viso impassibile. È contenta del suo peso?

Sono andata a pesarmi anche io e ho provato il desiderio di fare a pezzi la bilancia con un martello. Ero così delusa che avrei fatto a botte con la ragazza scheletro.

Sono tornata a casa e ho pranzato con insalata e petto di pollo.

Devo perdere quattro chili, poi smetto. Lo giuro.

Metà mela #2

Arriva quel momento in cui, dopo mesi tormentati, non sei più la ragazza disperata per la fine di un amore, ma sei semplicemente la ragazza single. Singol.

E forse non sei più nemmeno tanto ragazza, perché le enta candeline le hai già spente e non hai più la riduzione giovani over 26 da un pezzo e succede che i camerieri e le commesse dei negozi ti chiamino signora e a te, ogni volta, verrebbe voglia di gridare come la Bertè che tu col cavolo che lo sei, una con tutte stelle nelle vita.

Arriva il momento in cui il passato, anche recente, non regge più come alibi e tu hai bisogno di rimetterti in gioco, con i tuoi numerosi coupon per vari trattamenti dall’estetista, con i vestitini nuovi che speri ti tolgano quattro o cinque anni, con i corteggiatori improbabili, con le amiche sposate che ti dicono vedrai vedrai, poi lo troverai (ancora) il vero amore.

Che, poi, la singol over trenta spera sempre nei ritorni, sogna sempre il lieto fine e non arriva mai, mai, e quindi lei decide di occupare le attese e tesse e disfa la tela, come Penelope, ogni sera, con il gatto, con la tazza di tè, con un libro, con gli uomini di passaggio, che dopo i trenta non conti nemmeno più, come facevi a vent’anni che annotavi le tue conquiste e dicevi dai, tutto sommato sono una che ha vissuto e poi facevi i confronti con le amiche e ti dicevi quanti uomini devo aver avuto per essere una che si è divertita? Venti? Trenta? Cinquanta? Ottanta?

Dopo i trenta, se sei singol, perdi il conto o lo azzeri, diventi selettiva o bulimica, prendi solo il meglio o solo il peggio, non racconti più a nessuno le tue avventure, non sperimenti nemmeno tanto, hai solo voglia di una discreta qualità, di un’ottima igiene, della cena pagata, di riservatezza, di pochi, pochissimi, rompimenti di coglioni.

Dopo i trenta, le singol comprano la macchina, perché hanno bisogno di andare all’Ikea e il fidanzato sherpa non c’è più e gli amici di letto si dileguano, quando è ora di caricare sulla Panda l’ennesima Billy.

Poi arredano casa con precisione e sciatteria insieme, puliscono freneticamente, ma solo quando hanno voglia, non cucinano più, e se cucinano lo fanno per trenta, quaranta persone e poi congelano e bevono un bicchiere di vino ogni sera e poi chattano con le amiche, con gli amici e poi escono negli orari più assurdi e smettono per sempre di dare consigli sentimentali e alcune leggono gli oroscopi, altre bevono troppo oppure smettono di mangiare carboidrati e poi gli amici in coppia le invitano a cena perché hanno “qualcuno di perfetto da presentarti” ed è sempre qualcuno con cui non uscirebbero nemmeno se avessero battuto la testa, ripetutamente, contro lo spigolo della porta.

Arriva quel momento in cui, dopo mesi tormentati, non sei più la ragazza disperata per la fine di un amore, ma sei semplicemente la ragazza single. Singol.

Alcuni ti dicono di non avere fretta, altri ti dicono che è già troppo tardi. Tu non fai altro che imparare a stare bene con te stessa. Ti innamori dieci volte al giorno, non esci mai senza il tuo iPod, flirti in palestra, sul lavoro, al supermercato, sorridi perché hai scoperto che fa bene, impari a non lamentarti con i tuoi amanti, cambi taglio di capelli ogni due mesi, spendi tutti i tuoi risparmi in luce pulsata, ti accorgi che si può stare bene, basta non confondere i nomi degli amichetti.

E finalmente hai un sacco di spazio in più per tutte le tue scarpe.

Metà mela

La letteratura e il cinema mi avevano messa in guardia: se superi i trenta e ti ritrovi singol, non farai altro che parlare dei trentenni singol.

Allora mi sono trasferita a Milano, che non ha il fascino di Manhattan, ma vuoi mettere nebbia e Navigli?, e parlo sempre della mia vita da sola, in compagnia del mio gatto e del mio naso che farebbe invidia a una Sarah Jessica Parker pre-chirurgia.

Le donne singol che parlano dei singol hanno tutte storie tormentate e infelici alle spalle, perché lo diceva anche Tom Cruise nei panni del saggio Brian Flanagan, maestro di vita e alcolismo in Cocktail, che “Tutte le storie che finiscono, finiscono male, altrimenti non finirebbero affatto!”, però le donne singol trentenni ridono del loro passato.
Soprattutto ridono degli ex.

Le donne singol trentenni che parlano dei singol si scambiano opinioni sui maschi disponibili e anche su quelli non disponibili, ma facilmente separabili, e sono solidali tra loro, non come le ventenni che si fingono amiche per poi sottrarti l’uomo dalle grinfie, appena possono.

C’è un mondo intero di mele a metà che ignoravo, che mi sembrava così arcano e invece è semplice. E anche divertente. Ci sono le donne singol che cercano gli uomini singol che non vanno mai bene per le donne singol. A Milano ce ne sono molti. Tante fette di mela. Si incastrano a fatica, allora si crea questa rete solidale dove si gioca tutti a incastrarsi tra di noi fino a quando due metà riescono più o meno, spesso meno, a coincidere.

Milano non è Manhattan, c’è molta poco city e anche meno sesso. Se sei selettivo. Altrimenti nessun aperitivo ti lascia potenzialmente a bocca asciutta. Ma noi singol trentenni che parliamo dei singol non ci accontentiamo facilmente. Siamo esigenti. Non la diamo mica al primo che ci offre un bicchiere di vino. No.

Ce ne deve offrire almeno tre.

Gineceo

A volte non vedi delle amiche per anni e poi le ritrovi ed è come se il tempo non fosse passato e ti metti a parlare di tutto e niente, dei ricordi, dei dolori grossi, dei guai, delle cose belle e ridi e bevi vino rosso rosso e poi ridi ancora e poi ti commuovi.

A volte le donne sanno essere cattive e ti fidi di loro e ti accoltellano alle spalle, ti lasciano cadere quando tendi la mano e chiedi aiuto, si infilano nelle tue debolezze per squarciarti e ridere di te.

A volte le donne ti salvano la vita, sanno dire le cose giuste, sanno darti risposte con un solo sguardo, sanno essere presenti, sanno darti tutto con un abbraccio.

A volte vieni in Puglia e ti siedi a un tavolo con quattro generazioni di donne diverse e ridi e scherzi e ti arrabbi e urli e mangi e mangi e mangi per ore. E dopo aver mangiato mangi ancora, e poi finisci a parlar di dieta e, mentre addenti il tiramisù, affermi “non so, non riesco a dimagrire, perché ho il metabolismo lento”.

101 modi per far soffrire gli uomini

Finalmente è uscito. Lo trovate nelle migliori o peggiori librerie, oppure potete ordinarlo online o acquistarlo in e-book.

Daniela Farnese (sono io, eh!) “101 modi per far soffrire gli uomini“, ed. Newton Compton, prefazione di Luca Bizzarri.

Un libro per donne che amano troppo e che devono imparare e difendersi e per uomini che vogliono capire come ragionano le femmine. Un libro per ridere e sorridere delle relazioni di coppia.

Qui la premessa: 

Grazie a Piera e Vinx per le foto

Chi l’avrebbe mai detto

Martedì dormirò per la prima volta nella nuova casa milanese.

Giovedì, 27 ottobre, uscirà il mio libro “101 modi per far soffrire gli uomini“, edito da Newton Compton, con la prefazione di Luca Bizzarri. Un manuale di sopravvivenza, ironico ma non troppo, per donne che amano troppo e non hanno ancora imparato a difendersi. Un libro anche per gli uomini, che sottovalutano spesso le loro compagne. Se non lo comprate, potrebbe esplodervi il naso.

Ho scoperto che si impara a essere felici, ma ci vuole pazienza.

Mi sono accorta che la fortuna è qualcosa che arriva e poi passa, che nessuno la merita davvero, che si può fare a meno di tante cose, ma non della serenità.

Ho ripreso a mangiare come una scrofa incinta.

Sto per cambiare montatura degli occhiali.

Vorrei dire a tutti quelli sulle cui spalle ho pianto per mesi che voglio loro un gran bene.