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Il prossimo anno voglio essere felice

Non piacerebbe anche a te, certe mattine, che una voce fuori campo riassumesse il tuo passato come prima dei telefilm quando “nelle puntate precedenti…”?

Avevo voglia di raccontare, come ormai faccio da dieci anni, e di condividere gli ultimi dodici mesi, ma mi rendo conto che quest’anno ho fatto già tantissimi bilanci che ho vissuto un capodanno ogni trimestre. Ogni cambiamento è stato un inizio: i viaggi, gli addii, i successi e gli insuccessi, il lavoro perso, gli amici ritrovati.
Stamattina ho la sensazione che non sia l’ultimo giorno di qualcosa, ma l’ennesimo giorno meraviglioso e complicato di questo reality che si chiama vita.
Gli anni meno faticosi passano più in fretta. Il 2013 è stato forse un periodo di transizione. Sto meglio, molto meglio, rispetto a un paio di anni fa in cui tutto è andato a pezzi ed era impossibile anche solo alzarsi la mattina.

Ho lavorato poco. Il 2012 avevo guadagnato la metà esatta dell’anno precedente e quest’anno ancora un terzo in meno. Molto di quello che ho guadagnato non mi è stato ancora pagato. Vivo di prestiti, risparmi e speranza e, se non fossi così incosciente, se avessi una famiglia, dei figli da mantenere o anche solo un’automobile, se non fossi pronta ad arrangiarmi, sarebbe molto più drammatico. Ma siamo quasi tutti su questo barcone sgangherato e ci facciamo forza e sappiamo che qualcosa prima o poi cambierà. E se è vero che non sempre abbiamo fatto abbastanza per lavorare di più e meglio, spesso abbiamo dato il massimo senza avere un ritorno.

I giorni che non ho lavorato, ho scritto. Tanti articoli, tante lettere, un romanzo nuovo e un romanzo breve che ho amato molto, ma i lettori meno. Poi mi sono presa una pausa. Per cambiare. Perché questi libri che ho pubblicato non sono io. Non sono Daniela. E forse non sono nemmeno tanto Dania. Sono piena di storie, ma storie diverse, linguaggi differenti, personaggi che mi somigliano molto di più, che dicono parolacce, che viaggiano in seconda classe, che indossano anfibi e vanno a fare la spesa al mercato.
Allora ho deciso che basta, che voglio scrivere una storia mia.
Quindi niente terzo capitolo della saga Chanel, niente glamour, niente amore.
E pensavo che sarebbe stato tutto più facile, invece è un casino e ho la testa che esplode e la pagina bianca davanti agli occhi che è come una ferita sanguinante.
Il tempo che passa, ormai, è scandito solo dalla persistenza delle mie pagine vuote. Fa male.

Prima o poi anche i libri mi verranno pagati (i diritti arrivano con molta calma) e inizierò a vivere questo tempo china sulla tastiera come un vero lavoro. Forse allora sarò più motivata, forse le parole usciranno più in fretta e più disciplinate. O forse no.

Ho viaggiato, non quanto vorrei, ma ho preso gli aerei giusti e ho passato dei giorni di tale serenità che mi sono chiesta perché non averlo fatto prima, sorvolare l’Oceano, riunire la famiglia, visitare i posti che ho sempre desiderato, mangiare tutto, ma proprio tutto quello che mi va.

Certi mesi mi sono scivolati addosso, perché non c’era niente da conquistare, altri sono stati delle battaglie, infinite.

L’amore è stata la cosa più complicata (non è sempre così?). Due passi avanti, uno indietro, addii, ritorni, promesse e lacrime, baci lunghissimi, fughe, parole scritte e tante parole non dette, canzoni, film, accuse, dichiarazioni. Colpi di scena.

È stato come avere di nuovo vent’anni, vivere le relazioni alla giornata, non sapere se domani sarà ancora tutto bello, avere il terrore di progettare insieme.
Ormai siamo arrivati fin qui, non possiamo tornare indietro, non possiamo buttare tutto, ce lo siamo guadagnato, conserviamolo, proteggiamolo.

È stato un anno disordinato, che mi ha insegnato che gli altri non possono sempre diventare alibi per la nostra negligenza, che se vogliamo cambiare, dobbiamo farlo e basta, noi da soli, perché tutti possono cambiare. Mi ha insegnato che c’è sempre una seconda occasione e, se non dovesse esserci, ci sarà un‘altra occasione, diversa ma non meno importante. Mi ha insegnato che le persone belle devi tenertele strette, a costo di superare la pigrizia e l’egoismo e la paura, perché il tempo passa e cancella tutto e l’unica cosa che conserverai per sempre sono i compagni di viaggio. Mi ha insegnato che i soldi e il successo e l’apparenza e la bellezza possono essere importanti, ma non a costo di non riconoscerti più, di modificare i tuoi sogni; che tra un mese dimenticherai la tua ospitata in TV, ma ricorderai per sempre le serate a ridere con gli amici, la coda lunghissima per  salire in cima a un grattacielo per guardare il tramonto, le canzoni urlate durante un concerto in uno stadio pieno di gente.

Mi ha insegnato che non c’è un arrivo, che la strada è infinita, che possiamo fare una sosta, per stanchezza, per rabbia, per pigrizia, ma poi dobbiamo rimetterci in viaggio, noi che siamo i nomadi del nostro destino.

Il prossimo anno voglio essere felice.
È un proposito folle, credete che non lo sappia?
Ma voglio metterci pazzia nel futuro.
Voglio scrivere il mio romanzo, voglio stare solo con le persone belle e tenere tutti gli altri a distanza, i gatti e le volpi, i falsi, gli approfittatori, le galline tutte tette e sorrisi e niente cervello, gli insicuri che ti succhiano il sangue, gli invidiosi. Voglio viaggiare di più, ma molto di più, voglio guadagnare abbastanza da poter tirare il fiato, voglio dire no a tutte le cose che non mi piacciono, le serate con i dress code, i finti amici, i locali con la lista all’ingresso, le cene in cui “voglio parlarti di un lavoro” e invece è solo marpionamento, le comparsate che chissenefrega, le foto fatte solo per dire io c’ero, le competizioni non richieste, gli insulti gratuiti di troll e stalker, quelli che “non ti fai mai sentire” e non ti chiamano mai.
Voglio stare con te, non solo il prossimo anno, ma tutta la vita, a costo di inseguirti e poi fuggire, di cambiare e poi tornare indietro.
E poi dormire un anno intero senza prendere sonniferi e mangiare senza sensi di colpa e sorridere solo se ne ho veramente voglia e non avere sempre l’ansia spaventosa di perdere tutto.

Voglio arrivare a fine anno e dire che meraviglia! Hai visto che non era impossibile? Che ce la potevo fare?
E se non ce la dovessi fare, poi ci sarà l’anno successivo e quello dopo ancora.
Non ci fermiamo mai.
Non voglio fermarmi mai. Ho le scarpe giuste, il fiato allenato, la borsa leggera e la colonna sonora perfetta.

BUON ANNO NUOVO.

Ricominciare il lunedì è sopravvivere

Ricominciare il lunedì è sopravvivere.

Non sbirci l’iphone appena sveglia in cerca di segnali. Non ci sono più, non ci sono ancora sorrisi nel buongiorno. Arrivi in cucina senza quasi aprire gli occhi e prepari il caffè, annusando il barattolo pieno di polvere, una, due, tre volte e ti entra tutto nel naso, arabica, fino al cervello. Sa di calore, viaggi, casa, ricordi.

Accendi la tv e resti in piedi, con la tua tazza piena, masticando un biscotto, forse l’ultimo e devi fare la spesa e sullo schermo c’è Fini che parla di Renzi o almeno credi. Che anno è? Che giorno è? Chissà perché hai questa canzone in testa.

La doccia è bollente, ti arrossa la pelle, ché il suo odore lo senti comunque, dovunque.

Vorresti vestirti svogliatamente, ma non sei un’albachiara da un pezzo. Sei grande. Adulta da sempre. Più vicina a un’età che ti spaventa che a quella del se fossi e se potessi.

Stamattina, dici, comincio. Riempio questa pagina bianca di un romanzo che ho voluto così dannatamente e che non c’è. Viaggia nella testa. Si scrive da solo nella materia grigia. La scadenza è un groppo alla gola e meno male, ti fa sentire viva.

Ci caschi. Prendi il telefono e cerchi i messaggi scritti. Ma adesso sai come funziona, hai imparato a proteggerti. Rileggi solo i tuoi. Una, cinque, dieci volte. Perché adesso lo sai, lo sai benissimo, che bisogna usare tutte le parole, dirle proprio tutte tutte, senza tenerne nessuna dentro. E quando ti tornano in mente, quelle che avresti voluto dire e invece no, scriverle, inviarle, perché l’unico modo per andare avanti è non avere rimpianti. Nessun rimpianto. Nessun. Rimpianto.

Sei già qui seduta da un po’ e nemmeno una riga. E lo sai che in qualche personaggio metterai un po’ di lui. E un po’ di te. E un po’ del tempo che è stato e ti porti attaccato addosso e allora ha ragione Jane Austen quando dice che bisogna pensare al passato solo quando i ricordi ti possono fare piacere.

E non ascolti musica stamattina e continui a non raccontare niente a nessuno, perché lo sai che questa storia incredibile è solo per due, che hanno capito o capiranno, che inspirano e respirano, inspirano e respirano, seduti alle loro scrivanie piene di storie ingombranti.

Il lunedì è sopravvivenza. È questione di resistenza. Il collo rigido e i pugni stretti e lo stomaco chiuso e i sospiri. Ricominciare. Lo sai fare. Te lo garantisco, lo sai fare. Un po’ alla volta e poi un altro po’ e scivola via.

 

Il punto di non ritorno

Il punto di non ritorno è quando il viaggio diventa interiore.
Parti, ti decontestualizzi e vedi le cose da una prospettiva diversa, con colori che non ti erano sembrati mai di quella tonalità, con i suoni che ti sorprendono alle spalle e ti fanno sentire teso come un animale selvatico. Pronto all’attacco. Pronto.
I viaggi più incredibili sono quelli che ti succedono dentro, quando sei a casa e non la riconosci, quando le persone che ti stanno intorno tornano a essere mondi nuovi e ti sembra che tutto possa, debba, iniziare da zero.

Ricordo il primo lungo viaggio che ho fatto da sola con mio fratello. Avevamo vent’anni, un padre appena seppellito, il bisogno di sentirci vivi e la fame di scoperta. Mi è sembrato eterno ed è durato soltanto due settimane e poi mesi e mesi dopo, dentro, trasformandomi in qualcosa di diverso.

Non importa dove vai, ma come ci vai. E come torni, quando torni e se mai torni.

Sono rientrata piena di entusiasmo e di appunti. Mi sono detta adesso scrivo e scrivo e allora acquisterà un senso tutto quest’anno passato a dire che bisogna fare delle proprie passioni un mestiere, sarà servito a qualcosa rinunciare al terzo libro previsto a Natale di una trilogia che non finirà, per raccontare le storie che mi vivono dentro da un po’.
Mi sono detta torno a commentare la politica e l’attualità, riprendo il mio blog sull’Unità, sarò più presente su twitter, mi infilerò in tutti questi spazietti lasciati liberi dai veri intellettuali per dire la mia, mi risveglierò dal torpore accidioso e terrò duro fino a quando non mi arriveranno un po’ di soldi e potrò tirare il fiato.
Ho dormito per due giorni e ho sentito i muscoli rilassati e ho fatto una scorpacciata di sogni confusi.
Mi sono seduta al tavolo bianco della sala milanese, quella con le finestre grandi che guardano in due direzioni e che a volte ammiccano, col sole forte, e ti danno l’idea di affacciarsi sul mare.
Nulla.
Non è successo nulla.
Ho risposto alle email, fatto un paio di lavoretti piccoli piccoli, ho guardato tanti telefilm, ho sfogliato i giornali online, ho letto le notizie e ho pensato bisognerebbe indignarsi, scrivere, dire, fare qualcosa, fare davvero qualcosa. E poi non ho fatto nulla.
Sono uscita a passeggiare e mi sembrava tutto nuovo. Il caldo imprevisto di ottobre, il cielo grigio senza speranza, le mani degli amici, i banconi dei bar.
Un pomeriggio sono uscita per fare qualcosa che nemmeno ricordo e non l’ho fatta. Mi sono infilata in una libreria e mi ci sono persa e alla fine non so quanto tempo sia passato e tutte quelle quarte di copertina erano pianeti e dovevo scegliere dove atterrare per fare rifornimento.
Leggo. In silenzio. E poi interrompo le persone quando parlano e dico le cose che mi passano per la testa.
Questo è un viaggio nei miei limiti, nei ricordi, a volte felici e molto spesso dolorosi. È il parto di un cambiamento, la nascita di qualcosa che non poteva più non venire fuori.

Va tutto bene, l’amore, gli amici, il nipotino che cresce, la salute, l’autunno leggero, i miei libri sugli scaffali. Eppure non ho voglia di ritornare in me, forse perché sono troppo pigra o forse perché, se questa volta dovessi fallire, non potrei perdonarmelo.

A volte vado a correre, senza averne voglia. La cosa più difficile sono i primi passi. Non mollare. E poi altri ancora. E il corpo che continua e il cervello che ti chiede perché lo fai? perché insisti? Non vuoi essere qui, vuoi restare sul tuo divano, immobile, a immaginare corse infinite che non inizierai mai. E supero il primo chilometro e mi dico fino a qui tutto bene e mi dimentico quello che stavo pensando un attimo prima e i polmoni si riempiono e la fronte suda e vado avanti, perché non c’è altro da fare.
Andare. Avanti.

Ulisse ci ha messo dieci anni per ritornare a casa e il viaggio era la vita stessa, l’avventura. Io rientro con lentezza e qualcosa intorno a me sarà sicuramente cambiata. L’energia, l’entusiasmo, le distanze tra me e gli altri, i bisogni, la storia nuova che avrei dovuto buttare giù due mesi fa e che ancora sto pensando, i silenzi confortanti di cui mi nutro per giorni interi, le giornate che diventano corte, ed è subito sera.

L’apostrofo rosa

Mi ero dimenticata di dirvi che, da un mese, collaboro con Bloglive, che è un giornale online pieno di giovani speranze, e curo una rubrica che si chiama L’apostrofo rosa.

Nell’apostrofo rosa, recensisco. Libri, film, spettacoli teatrali, dischi, serie tv, eventi, mostre, cene di gala e tutto, TUTTO, quello che ruota attorno all’amore.

Perché l’amore, oh, fa davvero girare il mondo e tira fuori il meglio dalla testolina degli artisti.

Ho già parlato di:

Io che amo solo te, di Luca Bianchini

Mood Indigo, di Gondry

Nuvola numero nove, di Samuele Bersani

e nel pezzo di oggi, di tutti i film che ricordo in cui la pasta fa da collante alle storie d’amore (un modo tutto mio per tirare le somme del Fusillogate Barilla).

Scrivo un pezzo ogni giovedì.
Buona lettura.

La prossima avventura

Piove e io non ho fatto progetti. L’anno rotola verso la fine e mi sembra di non aver ancora iniziato a camminare.

Quando mi chiedono “ma tu cosa vorresti fare?”, non dico più viaggiare, scrivere, recitare, leggere, ascoltare musica, cucinare, io dico “vorrei essere felice”.

Sono stati tempi strani per me, veloci, nuovi, confusi, emozionanti e disperati. Non mi sono arricchita. Anzi. Vivo di prestiti e attese, sperando che un giorno la vita mi bonifichi il dovuto e mi faccia sentire serena, senza acqua alla gola.
Non sono nemmeno soddisfatta e forse questa è la chiave per crescere, per dare sempre di più, per diventare migliori.

Per molto tempo ho dato retta alle persone sbagliate, quelle che pensano di conoscerti senza sforzarsi di farlo davvero, e ho perso tutte le mie motivazioni. Ho iniziato a fare le cose che la gente si aspettava da me, perdendo la passione e diventando una ragioniera dei sentimenti.

Qualche settimana fa è successo qualcosa. Mi sono accorta che non ho più paura delle lancette dell’orologio, ho capito che amo davvero il silenzio che mi circonda e che la solitudine non è privazione, ma è crescita, benzina per le emozioni più profonde, rispetto per te stesso.

Allora ho preso le decisioni che avrei dovuto prendere tempo fa, ho scritto le email alle persone giuste, ho richiamato quelli che pensavo di dover tenere distanti e ho allontanato quelli che mi hanno resa infelice.

Stamattina non ho acceso la musica, ho comprato un nuovo ebook, archiviandolo insieme a tutti quelli in cui spero di tuffarmi presto, ho scritto il buongiorno alle persone che mi amano, ho fatto partire la lavatrice, ho bevuto molto caffè, guardando gli ombrelli che camminavano sotto la mia finestra, e mi sono messa a immaginare la prossima avventura.

Probabilmente smetterò domani

Stamattina è come se la vita avesse scoperto che non ho fatto i compiti.

Dovevo consegnare un lavoro che non ho mai iniziato perché ho capito che non sono in grado di farlo. E ho quindi passato una notte intera ad alternare il sonno all’autocommiserazione.

Quando riesci a rendere la tua passione un mestiere, corri il rischio di tradire te stesso. Pur di non perdere occasioni, accetti anche proposte che non ti somigliano, che non ti fanno crescere, che tirano fuori i tuoi lati meno interessanti, che abbruttiscono il tuo piccolo talento, che mettono in discussione il tuo piacere nel fare le cose.

Non bisogna mai perdere l’entusiasmo per le cose che amiamo. È un sacrilegio, è un peccato, è una follia.

Per evitare di sentirmi a disagio con quello che mi piace, ho imparato a fare una cosa che solo dieci anni mi sarebbe sembrata impossibile. Ho imparato a dire di no. Anche a rischio di perdere futuri contatti più interessanti. Mi dispiace, non me la sento, preferisco non farlo.

È il motivo per cui, per campare, mi ritrovo a fare altri lavori. Quando ce ne sono e quando pagano.

Pochi giorni lontana dal mare hanno sbiadito la mia abbronzatura. Non me ne sono accorta, mentre andava via piano piano.
Ieri mi sono guardata allo specchio e mi sono vista pallida e sbiadita, con l’estate che mi scivola addosso, sgocciolando sulle infradito, fino a sparire.

Ho fatto la mia lista di buoni propositi e ogni anno è sempre più breve. Non perché abbia realizzato quelli degli anni precedenti, ma perché ho imparato che devo essere molto più indulgente con me stessa.

Un sacco di amici, che mi conoscono da prima del web, mi chiedono della Siria e dell’Egitto. Ho studiato in quei paesi e ho la mia laurea in Arabo ed Ebraico che avrebbe dovuto trasformarmi in una bella persona. Poi ho cambiato strada. Di quella vita precedente, ricordo che dovevi avere grandi ideali, grande curiosità e grande competenza. E adesso che mi sento lontana da quegli anni entusiasmanti, seguo con pena e sgomento quello che accade.

A volte penso di essere un gatto, pigro e acciambellato sul davanzale della finestra. Delle mie nove vite, ne ho già fatte fuori un po’ e devo impiegare le altre con parsimonia.

L’aria di questo settembre profuma di sfide e di coraggio e questo lunedì inizio anche la dieta. Probabilmente, smetterò domani.

 

Un’estate con le amiche

Oggi, in palestra, dopo l’ultimo allenamento massacrante, l’istruttrice ci ha detto “buona estate”. Poi ci ha pensato e ha aggiunto “va be’, quel che resta dell’estate”. Perché questa stagione è infame, fino a quando non arriva agosto non stacchi la spina e agosto corre troppo in fretta verso settembre. Maledizione!

Domani vado al mare. Sarò un paio di settimane e Senigallia, tranne il 7 che presento I love Chanel vicino Bari, in un posto fantastico che si chiama Torre Belvedere. Se siete in zona, vi offro un bicchiere di vino. Come sempre.

E pensando alle vacanze, vi segnalo un mio romanzo breve che uscirà domani in ebook: Un’estate con le amiche.

È la storia di quattro ex compagne di scuola che, a 10 anni dalla Maturità, decidono di partire in vacanza insieme nel nordest del Brasile. Durante uno scalo tecnico all’aeroporto di San Paolo, rimangono bloccate a causa di un tremendo nubifragio, senza sapere quando potranno ripartire. Prigioniere del terminal, ingannano l’attesa tra stanchezza, ansia e irritazione, ma con l’emozione di essersi ritrovate. E riaffiorano ricordi, sogni mai confessati e malintesi irrisolti…

Questa volta, al posto di una storia d’amore, vi regalo una storia di amicizia, quelle amicizie fragili e grandissime che nascono tra i banchi di scuola. È un libro che ho amato molto scrivere. E costa solo 0,99 euro, come una tazzina di caffè.

Un'estate con le amiche

Potete comprarlo anche qui.
Buona lettura.
E buone vacanze.

Ansia da partecipazione

Dopo aver  consegnato l’ultimo racconto e aver visto le vetrine col librozzo con la copertina a cuore e aver fatto la dedica a mia madre e mia cugina, mi ero ripromessa di mettermi a scrivere un po’ “per me”.

Al momento non lavoro e l’estate fa meno male, perché tutti stanno per andare in vacanza e l’ansia per le bollette si attenua e pensi anche tu che a settembre andrà tutto meglio, pulluleranno contratti, chiamate, strette di mano, gettoni presenza.

Ho pensato riprendo il blog, torno a scrivere sull’Unità.it, scrivo tutte le cose che non ho avuto il tempo di scrivere e commentare durante l’anno, tutte le cose che mi passavano in testa mentre leggevo i giornali, guardavo la tv, viaggiavo, parlavo, bevevo l’aperitivo.

E poi non l’ho fatto. Non ci sono riuscita.

Ogni mattina aprivo un post bianco di questo vecchio blog e provavo a mettere in riga le parole ammassate dentro. E niente. Non mi andava.

Proprio non avevo voglia.

Sono andata ad allenarmi tutti i giorni in palestra e a prendere il sole sul solarium (che è un tetto in centro a Milano, con lettini e docce, e fa un caldo pazzesco, però ti abbronzi che nemmeno a Formentera, perché è come infilarsi in un forno), a camminare, chilometri e chilometri, a fare la spesa, a leggere, a morire di serie tv e film, a guardare i saldi senza comprare quasi nulla, a prendere treni per andare a Padova a fotografare la casa da mettere in vendita.

Non sono riuscita a scrivere nulla. Non ne sentivo il bisogno. E se non senti il bisogno di comunicare allora – senti a me – è meglio che non scrivi.

I primi giorni di silenzio mi sono sentita in colpa. Hai notato che, ormai, se non hai letto i titoli dei quotidiani online in tempo, ti senti in colpa? Se buchi una news su twitter, sei fuori dal mondo? Se nasce il Royal Baby e tu eri in bagno e non hai aggiornato-retweettato-instagrammato-tumblerato in tempo, nessuno ti vorrà più bene?

Non ha più importanza la tua vera partecipazione emotiva, ha importanza la tua partecipazione sociale. Mastichiamo informazioni su informazioni e siamo coinvolti così intensamente per quella manciata di minuti da farci sentire davvero parte della storia. Fino a quando arriva la nuova Ansa e si ricomincia. Se non sei infilato fino al collo nella conversazione su qualsiasi argomento hic et nunc, pur non sapendone nulla, pur attingendo informazioni dalle fonti meno attendibili, pur condividendo i post sgrammaticati di tua zia su FB che ha un’amica che ha un cugino che ha un nipote che ha un amico che sa, sei una persona spregevole.

E non importa quanto tu sia realmente impegnato civicamente, quale sia il tuo grado di cultura o sensibilità, quanto tu sia ignorante o attento. Non partecipare a questa sbronza di informazioni ti fa sentire fuori dal mondo.

Ma dura solo un paio di giorni. Un paio di giorni in cui ti sforzi di non trasformare ogni notizia di cronaca in una polemica e ogni notizia politica in una battuta su twitter (non avrei mai creduto di arrivare a detestare l’abuso di senso dell’umorismo. Un Paese di battutisti mediocri è terrificante come un Paese di politici mediocri).

Dopo due giorni passa la crisi d’astinenza e non sei più schiavo del commento compulsivo.

Ho letto il giornale tutte le mattine e sfogliato riviste e guardato programmi d’approfondimento e mi sono fatta le mie idee e non ho ritenuto di condividerle con nessuno a suon di commenti sempre più aggressivi e di sempre più millantata competenza su qualsiasi argomento. Ho parlato con gli amici e usato sempre meno il mio iPhone. Mai più quando sono a tavola. Mai più mentre mi parli e mi guardi negli occhi. Mai più sempre acceso. Mai più controllato in continuazione (a parte – ça va sans dire – quando si ripristinano le vite in Candy Crush).

Ho fatto una detox da social media e ho capito che il 70% delle cose che avrei voluto dire non erano affatto necessarie.

Milano è bella in questi giorni, perché è deserta e silenziosa. Peccato che faccia così caldo che è impossibile uscire a godersela.

Devo consegnare un lavoro per fine agosto e non ho ancora scritto una riga.

Controllo le news sul Corriere e poi mi apro una birra e mi stendo sul divano e non twitto et voilà.

I love Chanel

“Tre cose non passano mai di moda: il tubino nero, il rossetto rosso e il vero amore”

Come sarebbe andata a finire tra Rebecca ed Étienne?

Negli ultimi mesi me l’hanno chiesto in tanti, tantissimi. Il finale di Via Chanel n.5 lasciava cavalcare la fantasia dei curiosi.

Dopo averci pensato (a lungo), ho deciso di andare a curiosare ancora nella vita dei due per provare a raccontare quello che succede dopo, dopo il colpo di fulmine, dopo l’inizio.

Raccontare la ricerca del Principe Azzurro è divertente e anche piuttosto facile. Abbiamo tutte provato gli stessi struggimenti, le delusioni, le illusioni, le fregature, le farfalle nello stomaco e le gioie indescrivibili.

Raccontare la vita di coppia è più complicato. Ci vogliono pazienza, coraggio, nervi saldi, grande amore e tanto vino per riuscire a far funzionare una storia. E se la ex di lui torna a rompere le scatole? E se un altro bonazzo entra all’improvviso nella vostra vita? E se…?

I love Chanel, il mio terzo libro, esce il 4 luglio 2013.

La copertina è rosa, come piace a me. La storia è ambientata a Parigi, una delle città che amo di più. Dentro ci sono gli amici del primo libro e tanti personaggi nuovi. E poi c’è un sacco di Coco Chanel.

Io, fossi in voi, lo comprerei. Dicono sia molto bello.

copertinaIlove

Ci segnalano che il libro è stato avvistato in anteprima in qualche Coop, aeroporto o libreria. A volte sono più avanti di me stessa.

Dodici giorni di pagina bianca

Eravamo tutti occupati a capire come sarebbe andata a finire. La politica era il primo argomento, al bar, in palestra, a cena, a lavoro, in treno, al telefono, al cesso, a letto.

Un’infinita soap opera, ogni giorno un colpo di scena. Come quando scrivi romanzi rosa, in cui hai bisogno di continui mutamenti e sorprese. Che poi sono sempre amarsi/non amarsi, mettersi/lasciarsi, piangere/stare bene, tradirsi/perdonarsi, allontanarsi/ritrovarsi.

La vita, insomma. E la politica.

A furia di aspettare, abbiamo perso la cognizione del tempo. Che giorno è? Quando abbiamo iniziato ad aspettare? Quando finiremo, decideremo, andremo avanti?

Giorni fa ho finito i maledetti colpi di scena. Fisso la pagina bianca da dodici giorni. Dodici. Non ce la farò mai.

Mi dici che è colpa mia, ho perso tempo. Il tempo non lo perdi, non è un mazzo di chiavi che ti cade dalla tasca. Il tempo lo consumi, a volte lo sprechi, altre volte lo vivi, ma non capita quasi mai quando vorresti.

Dici ti amo, ma non possiamo stare insieme e non possiamo vivere separati. Non possiamo andare avanti, non possiamo tornare indietro. È un gran casino. Tu – mi dici – hai combinato un gran casino. E non chiedermi perché. Non me l’aspettavo che andasse così.

Dodici giorni di pagina bianca, due mesi senza governo, sette anni di nuovo vecchio Presidente.

Siamo fuori tempo massimo. È troppo tardi e quando la scadenza arriva sei fottuto. E se sei Superman, fai girare al contrario il mondo e torni indietro nel tempo. Torni indietro anche se hai una DeLorean. Io non ce l’ho una DeLorean. Ho un Sì Piaggio immatricolato nel 1992. Ancora funzionante. La miscela era al 2%. Adesso devi fartela tu da solo. Non ci torna indietro quel Sì, ci ho provato. Fa al massimo 35 km/h, se lo tiri a manetta e ti metti in posizione aerodinamica.

È meglio se non mi muovo e resto qui. Aspetto il colpo di scena. Tanto oggi a Milano piove e a Roma si dimettono tutti e ho comprato le nespole e, se ho davvero perso tempo, lo vado a cercare in qualche cassetto.

Promemoria

Mi hanno chiesto: come mai aggiorni così poco il blog?

Eh. Grazieperladomanda.

Perché ci sono twitter e facebook e il tempo da perdere e il libro da finire e consegnare speriamo in tempo. E poi ci sono i viaggi, il lavoro, e le rogne.

Chi come me non ha fatto del blog un lavoro non può fare a meno di trascurare il blog per il lavoro. O per la ricerca di lavoro.

Scrivo questo post come promemoria, per ricordarmi che vale sempre la pena scrivere per comunicare e non solo per mangiare.

Torno a fare tutto il resto.

Volevo parlare d’amore, ma devo preparare la valigia

Volevo scrivere qualcosa sulla faccenda dell’amore, ma devo prendere un treno e non ho ancora preparato la valigia.

La cosa, però, è sempre la stessa: l’amore, mammamia, che gioia e che strazio!

Appena torno, dettaglio un po’.

Stasera, per San Valentino, invece di restare a casa a farmi massaggiare i piedi con l’olio profumato, sarò a Roma alla libreria Pagine e caffè, in via Gallia 37, dalle 18.30 in poi.

Parleremo del libro, delle relazioni, delle donne, degli uomini.

A seguire, aperitivo e concerto.

Se non avete di meglio da fare, vi aspetto lì.

Vado.

Domenica è sempre domenica

Domenica andrò a Torino.

A Torino c’è il Salone del libro.

Alle 14.30, in Sala Arancio del suddetto Salone, parteciperò a “Una stanza tutta per loro: chiacchiere tra scrittrici, nell’era del web 2.0.” con il mio libercolo 101 modi per far soffrire gli uomini.

Alle 17.30, poi, sarò al Salone Off, al Parco Ruffini in Viale Hugues, con lo stesso libercolo.

Poi berrò del vino, poi riprenderò il treno per Milano.

Mi sembra una cosa bella. Se ci sarete anche voi, vi offrirò il caffè.