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Facendo finta di niente

Le storie che finiscono prima ancora di iniziare lasciano l’amaro in bocca.
Come quando ti servono il tuo piatto preferito e c’è troppo sale, come quando ti rubano il parcheggio, come quando arrivi tardi a una festa e i tuoi amici hanno già brindato.

Stamattina dovevo svegliarmi a New York. Era un viaggio che sognavo da tantissimo. Sai quando ti prepari nei dettagli, studi le mappe, chiedi consigli, consulti google, leggi libri? Poi non sono potuta partire. Il mio biglietto non l’ha usato nessuno. Era di quelli che non potevi rimborsare. Mi sono immaginata l’aereo in volo con il mio posto vuoto. Si può provare nostalgia per un luogo che non hai mai visto?

In questi giorni parlo con tantissime persone. Mi sembra di dire sempre le cose sbagliate. Come se fossi capitata per caso in un posto in cui non dovrei essere. Come se fossi arrivata a spettacolo iniziato.

Ieri ho fatto un viaggio in macchina con gli amici. Quelli veri, a cui racconti le cose. Siamo stati in silenzio. È bello stare con qualcuno senza provare pudore per il silenzio, senza riempire i vuoti con tante parole.

Questa domenica mi sono svegliata presto per andare in palestra. Poi prenderò un treno e leggerò un libro bello. Poi mi chiuderò nella mia casa con le pareti rosse per capire un po’ di cose.

Poi ritornerò a fare le cose che faccio, senza pormi troppe domande, senza fermarmi, senza abbassare lo sguardo, facendo finta di niente.

Domani ricominciamo

Io sono quella che tira la corda che tu hai usato per legare le mie mani alle tue.

Io sono quella che tira la corda che ci unisce, così non ci perdiamo tra la folla.

Io sono quella che tira la corda e la spezza. Era legata troppo stretta, era troppo corta, non l’ho mica capito.

Io tiro la corda e a volte tu la tiri di più e poi ci facciamo male e poi cadiamo tutti e due e poi a volte ci ridiamo su. A volte no. E quelle volte lì io vorrei tornare indietro e cambiare tutto.

Domani ricominciamo.

Le piccole pause

Sono sparita per finire di scrivere una cosa lunghissima. Ci sono riuscita.

Ho pagato per la prima volta le tasse come libera professionista e ho visto il deserto nel mio conto corrente.

Sono rimasta senza lavoro (spero temporaneamente), quindi medito di tornare a vivere a Padova. Un mutuo e un affitto sono troppo.

Ho scoperto che l’amore fa ingrassare, ma mai quanto il Negroni.

Sono fatta molto male

Sono fatta molto male.

Se mi ferisci, io non dimentico. Posso perdonare, ma la memoria non molla, tiene tutto registrato, ci ripenso, ogni volta fa male come la prima volta, fino a quando non ci penso più e poi ti incontro e tutto torna come prima.

Sono fatta molto male.

Pretendo troppo. Da me stessa più che dalle persone. E se sbaglio non me lo perdono, passo il tempo ad accusarmi, a prendermi tutte le colpe, a colpirmi dove mi fa più male. Io so bene dove mi fa male, io mi conosco.

Sono fatta molto male.

E sono passati i mesi e quasi un anno e qui è tutto diverso: casa, amici, vestiti, lavoro, palestra, cibo, giornate, desideri. Però penso sempre che è tutto in sospeso, che è pieno di cose rotte che non si aggiusteranno mai, che ci sono cose nella vita che non si riparano e questo si chiama crescere e crescere significa capire e capire significa stare male.

Sono fatta molto male.

E bevo molto e non mi fa bene e prendo quelle medicine per l’ansia che con l’alcol sono un disastro e il mio fegato mi odierà e non riesco a volte a dire le cose, a fare quello che vorrei, sono troppo stanca, sono troppo demoralizzata.

Sono fatta molto male.

Ma so chiedere scusa. Chiedo scusa in continuazione, anche se non ho colpe. Chiedo scusa per salvare le cose e certe cose vanno salvate. Per altre non vale la pena. Altre ancora non le ho ancora provate, vissute.

Vorrei svegliarmi un giorno sentendomi di nuovo a casa. Sarebbe un giorno bellissimo.

Nel frattempo vivo. Che fatica! Magari dopo ti chiamo e te lo racconto. Se non rispondi ti lascerò un messaggio, che non ascolterai. Saranno le parole meglio spese della giornata.

E poi andrà tutto come deve andare.

Allora vivo

Ho usato un sacco di metafore per raccontare quello che mi è successo nell’ultimo anno. Ho scritto tantissimo, ma proprio tanto, su me stessa, i miei sentimenti, le paure, le ansie, le attese, i ricordi, i progetti, le speranze.

Il blog è un diario, è una pagina bianca in cui metti te stesso, ma per me non era mai stato così. Era una vetrina per Dania, per i suoi pensieri sulla satira, sul precariato, sul sesso, sugli uomini.

Il 24 aprile 2011 è il giorno in cui sono morta. È una data che segna un prima e un dopo. È una data che alla fine ho scelto, dopo mesi in cui sbattevo la testa contro i muri, digiunavo, piangevo sempre, sempre, non parlavo mai o parlavo troppo, ero chiusa in una casa con un silenzio assordante. È la data in cui non ce l’ho fatta più e ho deciso che non potevo essere ancora io.

È passato un anno e mi sono successe molte cose, belle e brutte, piccole e enormi, crudeli e dolci. Ho scritto un libro sull’amore, in gran parte raccontando quello che avrei voluto dicessero a me, ho lavorato in TV, pur non avendo età e aspetto televisivi, ed è stata una bellissima esperienza. Ho girato l’Italia con Stiletto Academy, ho conosciuto amiche che adesso sento tutti i giorni e delle quali non potrei più fare a meno. Sono stata insultata, presa in giro, allontanata dagli amici. Sono stata ferita, in modi meschini, sono stata fregata (e qui parlo -ahimé- di soldi), usata, abbandonata ancora e ancora. Nei periodi in cui sei fragile ci sono due tipi di persone che ti stanno accanto: quelli che fanno di tutto per sorreggerti e quelli che fanno di tutto per affossarti. Succede per tutti. Io avevo anche questo enorme sfogo dei Social Network e Dania si è messa da parte ed è arrivata Daniela, e mentre Dania non sbagliava un colpo, Daniela ha fatto e detto cose imperfette, come me.

A un certo punto è finita una storia d’amore e ci ho messo del tempo per superarla. È passato qualche altro uomo, ma poi non si è fermato. Poi ho fatto le valigie, ho chiuso la casa a Padova, ricomprata a fatica, e sono venuta a stare a Milano.

Milano ha il grande vantaggio di non farti mai sentire estraneo. A Roma, a Napoli, se non sei nato lì non ti sentirai mai completamente del posto, mentre Milano è democratica, dà la cittadinanza a tutti. Sei di casa non appena hai i tuoi posti, quando vivi tutta la tua vita nel quartierino, quando eviti la corsa in via Torino o al Duomo nei giorni di punta, quando passi le serate in osteria in Porta Romana, quando conosci a memoria le linee della metro.

Allora mi sono trasferita qui e non è sempre bello. A volte ci sono gli amici, gli amanti, i parenti, le cose da fare, da vedere. Altre volte sei sola con te stessa e il gatto e vorresti scappare lontano, magari vedere il mare, salpare su un cargo battente bandiera liberiana e non tornare più.

Adesso vivo di espedienti, ho pochi lavori, pochissimi soldi, qualcosa da scrivere, un affitto, una coinquilina, solo amici a cui voglio bene, qualche uomo di passaggio e mai troppo giusto, qualche progetto che non ho la grinta di portare avanti, il mio blog.

Sono morta un anno fa e adesso un po’ rinasco, mi alleno, cambio pettinatura ogni due mesi, imparo a sorridere, non racconto più a nessuno i fatti miei, quando mi feriscono riparo con il cabernet, ho una terribile paura nel futuro, ma dicono che significa essere vivi. Allora vivo.

Perché no

C’è quella canzone di Battisti che ci somigliava tanto e l’ho infilata nell’iPod, per farmi sorprendere all’improvviso, in metro, per strada, in treno, in coda alle poste, dai ricordi.

C’è quel tubino nero che non indosso più, sono sempre in jeans, esco poco, con pochi uomini, sono sempre con le amiche, lavoro chiusa in casa, non riesco più a scrivere, mi manca il bisogno. Non si scrive senza bisogno, senza nodo in gola, senza desiderio di lanciare messaggi a qualcuno che non li coglierà.

C’è quel libro che ho letto a metà, che non racconta nulla di me, ci sono i fumetti sparsi per la camera, nonostante non abbia più l’età, c’è la televisione piena di polvere che non accendo mai, ci sono i bicchieri sporchi nel lavello, le sigarette della coinquilina, i giochi che il gatto porta in giro, il mio mac sempre sopra il tavolo, acceso.

Ci sono cose che non dico a nessuno o che dico solo a qualcuno e quando le dico sembrano fare meno male e invece no. Ci sono i viaggi che voglio fare e questa volta parto davvero e poi chissà se torno e alla fine torno perché lo sai che torno sempre. E quando torno non sono più io, sono io con i chilometri sul corpo e forse partire è l’unico modo per sopravvivere e perché non farlo. Perché no.

La luce che arriva da est

Sono tornata a casa, che era la nostra e non lo è più.

Ho aperto le finestre, ho fatto entrare la luce. Mia madre era passata a pulire e a curare le piante che nessuno cura più.

Ho acceso il riscaldamento, mi sono infilata in doccia. Ho indossato uno dei tuoi maglioni abbandonati. Ho mangiato dei biscotti che erano qui da mesi.

La casa è silenziosa, non c’è più il gatto. È così vuota di persone e così piena di ricordi. È bella e triste. Così triste che mi somiglia.

Devo liberarmi di questa casa e non ci riesco. Mi sveglio durante la notte e mi sento bene e poi sola e poi di nuovo bene.

A volte penso a chi potrebbe viverla, come sarà quando porterò via le mie cose, chi riempirà la cabina armadio, chi userà la mia vasca da bagno, chi accenderà il camino che noi non accendevamo mai.

Mi viene spesso in mente quel titolo del libro di Hrabal, Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare, e penso che bisognerà iniziare a mettere in vendita il passato. Eppure non ci riesco. Passo il tempo a lavorare e lavorare e lavorare per pagare mutuo e affitto a Milano. Eppure non ci riesco.

Ci sono cose e case che si fa fatica ad abbandonare. Anche per chi è nomade come me.

C’è un grande silenzio e il parquet scuro e fuori piove e mi sembra di poter tornare indietro e di poter restare e non partire più. Devo sbarazzarmi di un posto che era casa e sentirmi di nuovo a casa altrove. Poi ci saranno altri appartamenti, altre città, altri racconti e libri e pagine e amori piccoli e scatoloni e viaggi in macchina e treni e ricordi che puoi mettere in valigia e tetti sotto cui essere felice e cucine da riempire con il profumo dei dolci appena sfornati e io che non so più dove stare, che resto ovunque e da nessuna parte, che sono come una casa senza inquilino, con le pareti rosse e la luce che arriva da est.

Milano è piccola

Non mi piace Milano quando è troppo piccola per non potersi evitare, quando costringe all’imbarazzo di non saper sostenere lo sguardo, quando rovina le serate perché poi arrivi tu e io vado via, quando prima di andare chiedo chi ci sarà, quando temo che le strade e le piazze siano trappole, quando non c’è abbastanza aria, quando corre e non perdona le pause, quando obbliga gli altri a scegliere te o me o nessuno, quando è omertosa, quando piove, quando non si vede il colore del cielo.

Mi piace Milano quando è abbastanza piccola per ritrovarci, quando le coincidenze sono belle sorprese, quando sono passati tanti anni e tu mi sembri uguale ad allora, quando mi sorridi, quando ricordiamo, quando le osterie hanno posto solo al bancone e mi siedo sullo sgabello e ti racconto la mia giornata, quando il sabato si svuota e sembra dormire, quando ti cercano gli amici, quando andiamo nel nostro posto, quando le idee piacciono, quando il pomeriggio non si lavora, quando so che posso farcela, quando mi sembra casa.

Io sono molto stanca e poi arriva la primavera

Non si prendono mai decisioni quando si è stanchi.

Da stanchi tutto sembra più faticoso, insormontabile, fastidioso. Da stanchi ci sentiamo soli, brutti, trascurati, nervosi, emotivi, irascibili.

Io sono molto stanca, lavoro molto per mantenermi in questo altrove. Inizia a non piacermi più. Ma è perché sono stanca.

Se fossi meno stanca avrei il tempo per fare le cose belle, per cercare persone belle, per incontrare occhi nuovi, per ridere, per rimettermi in forma.

Invece sono stanca, mi trascino da un impegno all’altro, da un incontro all’altro, da un cliente all’altro.

La sera, davanti al vino, parlo di lavoro. Io non voglio essere una di quelle persone che, davanti al vino, parla di lavoro.

Poi arrivo a casa e mi ricordo di dover finire delle cose, dico di sì a tutti gli ingaggi perché ho bisogno di soldi. Milano diventa il fine e non il mezzo. Riesco a guadagnare per mantenermi, mutuo e affitto insieme, e non a guadagnare per fare quello che mi piace.

Sono diventata un’adulta e gli adulti sono stanchi, hanno problemi schifosi, non parlano quasi mai d’amore, hanno tanti conoscenti e pochi amici, non sognano ad occhi aperti, non scappano per cambiare tutto, restano e resistono, si sacrificano, vanno avanti, crescono e, spesso, invecchiano.

Io sono molto stanca e poi arriva la primavera. Non ricordo già più quanti caffè ho bevuto stamattina.

Vado avanti e vado avanti e vado avanti. Domani, forse, mi riposo un po’.

Poi smetto

Sono stata una bambina e un’adolescente grassottella, come quasi tutte le mie amiche a Napoli. Il cibo è sempre stato per me motivo di consolazione e godimento profondo. Ho sempre trovato imbarazzante il mio corpo, grosso, poco armonico, grasso, con un seno troppo piccolo, il busto corto, le gambe troppo lunghe. Non mi sono mai piaciuta. Ero sempre l’amica simpatica, non sono mai stata la bambina bella. Mangiavo per consolarmi da tutto, dalla timidezza, dall’abbandono da parte di mio padre, dall’inadeguatezza fisica, dall’eccessiva sensibilità.

Ho vissuto da proto-adolescente al sud e con le amiche guardavano Non è la Rai e ci sentivamo tutte un po’ in carne, ma non troppo a disagio. Eravamo circondate da persone in sovrappeso e ci sembrava normale. Pensavamo che, crescendo, la nostra passione per il cibo, per la pizza fritta, i panzarotti e le palle di riso, il nostro amore smisurato per il salame di cioccolato, per i panini al latte con la nutella, per i biscotti all’amarena non ci avrebbero impedito di essere perfette.

A 15 anni mi sono trasferita a Padova. Le mie compagne di scuola erano quasi tutte magre. Il trauma da trasloco sud-nord è stato così forte che ho iniziato a mangiare moltissimo, ingrassando ancora di più. Poi, all’età di diciassette anni, adolescente, incazzata, riservata, politicamente impegnata, prima della classe, ho smesso di mangiare. È stato uno dei periodi più gratificanti della mia vita. Ho perso più di venti chili in sei mesi, sono diventata uno scheletro, passavo tutto il giorno a contare le calorie bruciate, mi consolava veder mangiare gli altri mentre io digiunavo, mentivo sul mio peso, non riuscivo più a portare lo zaino pieno di libri per la scuola, perdevo i capelli, mi riempivo di smagliature, non avevo più il ciclo, mi sentivo in grado di poter controllare tutto.

Continuavo a vedermi grassa.

Poi ci sono stati ospedali, medici, bombardamenti ormonali e il teatro che mi ha salvato la vita.

Ho ripreso peso e, anche se continuavo a vedermi grassa, ho provato a dimagrire di nuovo innumerevoli volte e non ci sono mai riuscita. Non ne avevo più così bisogno. Stavo bene.

Saltuariamente mi sono piaciuta, mi sono innamorata, sono stata ricambiata, ho avuto una tregua col mio corpo. Ricordo quella volta che il grande amore dei vent’anni mi disse che ero bella. Per un periodo pensai di aver raggiunto una discreta perfezione. Poi la dismorfofobia è ricominciata e ogni giorno ho fatto lo sforzo di vivere nel mio corpo nonostante lo trovassi mostruoso.

Poi in mezzo c’è stata tutta la vita, lo studio, il lavoro, innumerevoli lavori, gli amori, tutti finiti male, altrimenti non sarebbero mai finiti, e a ogni capolinea di relazione, la sensazione di trovarmi orrenda.

Poi il ricominciare, i flirt che ti fanno sentire meglio e poi ancora questo corpo che mi appare sempre così diverso da come l’avrei desiderato. E una vagonata di amanti stronzi che hanno provato a dirmi dimagrisci qui, rassoda qua, potresti fare questo, potresti rifarti questo.

L’anno scorso, soffrendo per amore, ho smesso di nuovo di mangiare. È stato la cosa più gratificante di tutto il mio anno di merda. Poi è finita, perché le sofferenze d’amore passano, anche quelle che pensi ti uccideranno. Bisogna solo saper aspettare.

Sono passati un sacco di mesi, di anni e non mi sono mai vista abbastanza magra da piacermi, nonostante continui a mangiare, a sorridere, a stare in compagnia, a bere, a fare sesso, a vivere, a lavorare.

Faccio tutto questo in un corpo in cui non mi piace abitare. Gli amici detestano sentirmi parlare del mio peso. Temo che, prima o poi, smetteranno di invitarmi a cena.

Non so perché in questa domenica mi è venuta voglia di raccontare questa storia sconclusionata e senza lieto fine, forse perché sono ingrassata di qualche chilo e non mi sento affatto bene, forse perché ho sempre pensato che le persone ti amano soprattutto per come appari e non per come sei, forse perché ho incontrato tanti uomini sbagliati, forse perché ho avuto un pessimo padre, forse perché stamattina in palestra c’era quella ragazza così magra, così trasparente che mi ha fatto tenerezza e mi sono chiesta chissà se è felice, chissà che si trova bella. L’ho guardata e mi sono sentita fortunata, perché io, nonostante la tremenda fatica, ho capito che cambiare il mio corpo non è la risposta alla felicità. Almeno l’ha capito la mia parte razionale.

Negli spogliatoi l’ho vista pesarsi e aveva un viso impassibile. È contenta del suo peso?

Sono andata a pesarmi anche io e ho provato il desiderio di fare a pezzi la bilancia con un martello. Ero così delusa che avrei fatto a botte con la ragazza scheletro.

Sono tornata a casa e ho pranzato con insalata e petto di pollo.

Devo perdere quattro chili, poi smetto. Lo giuro.

Come un rebus

Sono giunta alla conclusione di non essere facile, ma non come dicevi tu, non così.

Tu dicevi che non ero facile da amare, troppo difficile decifrare i miei segnali, troppo severa con me stessa e gli altri, troppo attenta ai dettagli, dipendente dalle emozioni, schiava della memoria. Tu dicevi che non ero facile da amare e ci amavamo a modo nostro, distratto, doloroso, ironico, inconcludente, carnale, fino a quando hai preferito la fuga, l’altrove, gli altri e poi è passato il tempo e i ritorni erano sempre meno belli, sempre più distanti.

Sono giunta alla conclusione di non essere facile, ma non come dicevi tu. Non escludo, non cancello, non lascio niente alle spalle, trascino tutto dietro. Ho una carovana di emozioni sulle spalle. Sapessi come pesa. E non lo sai. Perché non ritorni più. Il giorno che lo rifarai ci sarà ancora posto, ma forse non il posto che avresti voluto.

Non sono facile, però ho qualcuno che mi chiede come sto quando sono giù, che beve una birra alla mia salute, che mi dice ce la puoi fare. Non sei più tu e chissà dove sei adesso, cosa fai, che libri leggi, che musica ascolti. Non sono facile, ma ho capito che è il mio grande pregio. Sono come un rebus. Torna pure, se vuoi. Magari, stavolta, avrai la soluzione.

Inetta

Ho passato un anno intero a fissare date in cui avrei realizzato cose o finito cose o superato traumi o smesso di essere innamorata o perso chili o iniziato nuovi progetti.

Ho passato un anno intero a fissare le mie date per le mie Ultime Sigarette e non fumo nemmeno.

Ho passato un anno intero ad aspettare rivelazioni, ritorni, colpi di scena, nuovi personaggi, vittorie, buone notizie. Ho passato un anno intero a sperare che qualcuno mi dicesse come si fa a vivere nonostante tutto, nonostante il dolore, i lutti, le malattie croniche, gli acciacchi, gli abbandoni, il desiderio perenne di essere diversa, il terrore della solitudine, l’ansia del tempo che passa.

Ho passato un anno intero a cercare parole giuste e quando le ho trovate era ormai troppo tardi per usarle. Nessuno ha bisogno di parole giuste, la cosa più importante sono i tempi giusti, gli sguardi giusti, i sorrisi giusti.

Ho passato un anno intero a cercare di convincere gli altri che avevo fatto buone scelte e poi aspettavo, ti aspettavo, rimanevo sempre sveglia, per non perdere il momento in cui tutto sarebbe diventato bello.

Poi non è successo molto. Ricordo tutte le date in cui le piccole, piccolissime cose hanno distrutto o ricostruito il mio mondo. Ricordo tutti i giorni, come anniversari di piccoli dolori enormi o di grandi gioie minuscole.

Ricordo i giorni in cui sono stata tristissima e quelli in cui sono stata serena.

Ho passato un anno intero a fare la rivoluzione e non so nemmeno se ho vinto.

Zeno alla fine, però, guarisce. Non fumerò quest’ennesima Ultima Sigaretta e mi farò un caffè.

Poi qualcosa arriverà

Mia madre mi ha sempre detto che tutto ciò che ci succede possiamo imparare a superarlo e quando pensi non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la faccio, se poi resisti, ti accorgi che oh, ce l’ho fatta, è già alle spalle, non mi resta che allontanarmene e riprendere la strada. Mia madre dice che le cose passano e che bisogna pensare sempre a quello che resta, non a quello che è andato.

Allora oggi passeggiavo e pensavo alle cose che mi restano e poi pensavo che stare sola mi piace e non mi piace, che di quella che ero non è rimasto molto, ma è rimasto il giusto, che molte persone sono a disagio con me, che tante altre sono la mia nuova famiglia. Pensavo che fa ancora caldo per essere dicembre e io ho comprato un albero di Natale bianco e non so ancora cosa farò a capodanno, ma so che, a differenza dell’anno scorso, non piangerò, non avrò un mattone all’altezza dello sterno, non avrò sensi di colpa, non avrò rimpianti. Pensavo che il vecchio ti resta addosso solo finché non hai il nuovo a scaldarti e ti trascini dietro ricordi più per abitudine che per compagnia. Pensavo che manca un mese al mio compleanno e per la prima volta in vita mia non ho paura di invecchiare. Pensavo che è tutto perfetto, perché non ho niente da perdere e quando non hai niente da perdere sei davvero libero.

Mia madre mi ha sempre detto che tutto ciò che ci succede possiamo imparare a superarlo e possiamo imparare ad aspettare e poi il bello arriverà.

C’è ancora così tanto tempo che mi siedo qui, bevo un bicchiere di vino e aspetto.

A volte è tutto

Io non so vivere con l’abbastanza, non so limitare, non prendo quanto basta perché non mi basta, non mi accontento e forse non godo, non so essere felice delle piccole cose, non so aspettare le cose grandi.

Io so vivere solo con il tutto o niente, con il pieno che trabocca, con il silenzio assordante, con la confusione molesta.

Io non so vivere con l’abbastanza, con le vie di mezzo, con il meno peggio, con l’arrangiarsi. E non ci sono i quasi, i forse, ci sono solo i sì, i no, i troppo e i nulla.

Io vorrei vivere dando tutto e prendendo tutto e a volte succede, poi quella cosa maledetta che chiamano sentimento si consuma e diventa abbastanza, si sta abbastanza bene, ci si ama abbastanza, si è abbastanza felici.

Io non so vivere con l’abbastanza e scappo e al non tutto preferisco il niente e ti perdo per strada e cerco altri tutto e altri niente fino a quando non passa il tempo e poi capisco e torno indietro e vengo a cercarti e mi va bene perché quel poco, a volte, è tutto.