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Tutte le cose che non sono te

Chissà cosa ci spinge ad associare momenti della nostra vita all’accumulo di determinati oggetti.
Da piccola amavo le cartolerie. Girare tra scaffali di quaderni, matite, gomme da cancellare, cartelline mi faceva sentire in pace con il mondo. L’odore della carta, così confortante, come ogni volta che entri in una libreria e sai che sei circondato da buona compagnia.

Pochi giorni prima di iniziare la scuola, mia madre ci portava da Amodio a Port’alba per comprare diari, astucci, penne e tutte le armi che ci sarebbero servite per affrontare classe, insegnanti e materie. Lo zaino no. Ché ho avuto lo stesso Jolly Pro dalla prima media alla quinta superiore, trattato con rispetto, conservato come un cimelio.

Era bello. Perdevo la cognizione del tempo. Amavo soprattutto l’idea che la maggior parte di quegli oggetti avrebbe scandito il tempo che passava: smemorande che segnavano i giorni che mancavano al Natale, le matite da temperare fino al mozzicone, le gomme da cancellare che si consumavano piano. Finire le cose. Esaurire l’inchiostro delle Bic, scrivere fino all’ultima pagina dei quadernoni. Non so spiegarlo. Mi faceva stare bene.

Quando è arrivata l’adolescenza e sono stata portata a Padova, mio malgrado, ho iniziato ad amare le profumerie. I rossetti scuri, lo smalto, gli ombretti viola. Provare sul dorso mano le tonalità. Spruzzarsi profumi da uomo per sentirsi più trasgressive. Rubare i tester dei prodotti troppo cari. Andare con le amiche a cercare di mascherare il disagio di crescere.

E poi il periodo dei CD, il periodo dei braccialetti etnici, quello dei libri delle edizioni ES e quello delle scarpe.

Stamattina leggevo un articolo che spiegava che l’età adulta non esiste più. Siamo abituati a sentirci giovani fino a quando non diventiamo anziani. Posticipiamo il tempo delle responsabilità. Facciamo figli quasi fuori tempo massimo. Restiamo a casa dei genitori a lungo, a volte per necessità, molto più spesso per scelta. Un governo di cui l’età media è 47 anni è considerato un governo “giovane”. A 40 anni sei un ragazzo. A 50 sei giovane. Dovrebbe consolarci, l’allungamento di una presunta età dell’oro. E invece no. Dall’età infinita della minigonna alla menopausa, senza soste intermedie. Traumatico. Deleterio.

Io invece sono diventata adulta. Me ne sono accorta quando ho smesso alzare la voce. Quando durante uno scontro mi fermo e lascio perdere. “Come ti pare”. Quando ho capito che molti dei miei errori non dipendono dagli altri. Quando mi sono resa conto dei miei limiti. Quando ho capito che non sempre ce la posso fare da sola.

Sono diventata adulta quando ho iniziato ad accumulare tazze. Prese in viaggio, scelte con cura all’Ikea, fatte personalizzare con foto o scritte simpatiche, comprate ai festival, con la data che ricorda “io c’ero”. E quando, finita la convivenza, sono tornata a vivere da sola, ho cominciato a bere una moka da due intera, ho accantonato le tazzine e ho iniziato a usare solo tazze. Ho la mia preferita da caffè, che non metto in lavastoviglie e lavo sempre a mano. Ho quelle da tisana, quelle per i cereali, quelle che non uso spesso perché la forma o lo spessore non mi piacciono, quelle in cui offro il tè agli amici.
Ho due ripiani della cucina strapieni di tazze. E quando ne vedo qualcuna in un negozio di casalinghi, magari color malva o con una forma strana o con il manico buffo o di un materiale nuovo, devo fare uno sforzo per non acquistarla.

L’età della responsabilità è quella delle tazze.

Ho imparato a rinunciare agli oggetti quando ho dovuto affrontare grossi lutti. E tutti i traslochi. Le cose non ti danno un’identità. Pensare che un oggetto possa essere la forma di un ricordo, spesso, non sempre, ma spesso ti fa dimenticare che la memoria ti seguirà nel mondo senza bisogno di materia. Tu non diventerai quello che lasci e quello che lasci non sostituirà mai te. Sei solo quello che riesci a portarti sempre dietro, compresi affetti, dolori, gusti, idee, affanni, sorrisi.

Poche cose sono con me da tanto tempo. La maggior parte si sono fermate nei vecchi appartamenti, a casa di mia madre, da qualche amico, in garage, nelle stanze di qualcuno che le ha ricomprate. Ogni vita nuova aveva oggetti nuovi, che diventavano ricordi nuovi a cui non affezionarsi troppo.

Per fuggire lontano o ricominciare, ancora e ancora, serve viaggiare leggeri. Non esiste nulla a cui non si può rinunciare. Esistono solo persone e luoghi di cui hai davvero bisogno.

Stamattina, mentre lavavo la mia tazza preferita, quella rossa di quel festival lì, ho quasi rischiato di farla cadere e per un momento mi è mancato il fiato. L’ho afferrata al volo. Intonsa. L’ho riposta con cura ad asciugare e ho capito che non è tempo di ripartire, anche se in questi giorni lo farei, infilerei le scarpe comode e correrei via senza fermarmi mai.

Non è ora di lasciare tutte le tazze.

Forse non lo sarà mai più.

Smettere di scappare è l’età adulta.

Anche se gli psicologi dicono che non esiste più.

 

Se io fossi quella

Se io fossi quella,

quella per cui apri gli occhi la mattina e respiri, dentro l’aria e fuori l’aria,
se io fossi quella a cui pensi mescolando lo zucchero nel caffè, anche se non bevi caffè, a te piace il tè e non lo capirò mai,
se io fossi quella che hai in testa mentre lavori di notte, quella che riempie i tuoi disegni, quella per cui pensi e scrivi tutte le parole, anche quelle difficili, anche quelle dolorose,

se io fossi quella che ti fa sperare che ci sarà un domani e sarà bello, quella che vedi al tuo fianco quando tutti i capelli, tutti, saranno diventati grigi, se io fossi quella che cerchi tra la folla, quella che senza ti senti perduto e solo, quella che come me nessuna mai e non c’è prima e non ci sarà un dopo,
se io fossi quella che toccarmi dà motivo alle tue mani di esistere, quella che baciarmi tiene in vita le tue labbra,
se io fossi quella che spiega tutto, che dà una ragione alla fatica fatta per arrivare qui, che chiude i conti, se io fossi quella che perdona tutti i tuoi sbagli, che ti regala un altro inizio, che mette insieme tutti i tuoi brandelli e ti insegna sapori e colori nuovi,

se io fossi quella, avrebbe tutto senso, le lacrime, le fughe, i sospiri, i pugni contro le porte chiuse, i chilometri in autostrada di notte per cercare risposte, i baci che sembra arrivino da lontano e ti prendono alla sprovvista,
avrebbero senso gli anni che abbiamo vissuto, le promesse che abbiamo fatto e non abbiamo saputo mantenere, avrebbero senso le fini e tutti gli addii, quelli che si portavano via pezzi di cuore e di stomaco, avrebbero senso le canzoni che regalavano sollievo, ascoltate dieci, cento, mille volte, avrebbero senso le sbronze e le scazzottate con gli amici, avrebbero senso i giorni che abbiamo passato lontano, a ricucirci le ferite,
avrebbero senso i giorni che verranno, avrebbero davvero senso, tutti, per sempre.

Ma se non sono quella, se non lo sono, portati via il tuo odore, porta via le parole e i tuoi sorrisi, strappami la tua voce dalla testa e nascondila sotto l’oceano, dove i rumori sono confusi e non posso più riconoscerli,
se non sono quella, dimenticati di me e io sparirò per sempre e non ci saranno ricordi che tolgono il fiato e non ci saranno rimpianti,
se non sono quella, non trattenermi nelle tue matite, non disegnare il mio volto per ricordarlo, non lasciare che il bianco e nero mi trasformi nel tuo passato.

Se non sono quella, non sarò un tentativo, non sarò un’alternativa, non sarò l’altra, non sarò un’amicizia, non sarò la compagna di qualche notte calda, non sarò l’allegria,
se non sono quella, non sarò niente,
perché non sono niente senza di te e tu non puoi farcela senza di me,
non puoi farcela,
perché non ci sono più io, non ci sei più tu,
perché il mondo esiste solo se ci siamo noi,
e nient’altro.

Ricominciare il lunedì è sopravvivere

Ricominciare il lunedì è sopravvivere.

Non sbirci l’iphone appena sveglia in cerca di segnali. Non ci sono più, non ci sono ancora sorrisi nel buongiorno. Arrivi in cucina senza quasi aprire gli occhi e prepari il caffè, annusando il barattolo pieno di polvere, una, due, tre volte e ti entra tutto nel naso, arabica, fino al cervello. Sa di calore, viaggi, casa, ricordi.

Accendi la tv e resti in piedi, con la tua tazza piena, masticando un biscotto, forse l’ultimo e devi fare la spesa e sullo schermo c’è Fini che parla di Renzi o almeno credi. Che anno è? Che giorno è? Chissà perché hai questa canzone in testa.

La doccia è bollente, ti arrossa la pelle, ché il suo odore lo senti comunque, dovunque.

Vorresti vestirti svogliatamente, ma non sei un’albachiara da un pezzo. Sei grande. Adulta da sempre. Più vicina a un’età che ti spaventa che a quella del se fossi e se potessi.

Stamattina, dici, comincio. Riempio questa pagina bianca di un romanzo che ho voluto così dannatamente e che non c’è. Viaggia nella testa. Si scrive da solo nella materia grigia. La scadenza è un groppo alla gola e meno male, ti fa sentire viva.

Ci caschi. Prendi il telefono e cerchi i messaggi scritti. Ma adesso sai come funziona, hai imparato a proteggerti. Rileggi solo i tuoi. Una, cinque, dieci volte. Perché adesso lo sai, lo sai benissimo, che bisogna usare tutte le parole, dirle proprio tutte tutte, senza tenerne nessuna dentro. E quando ti tornano in mente, quelle che avresti voluto dire e invece no, scriverle, inviarle, perché l’unico modo per andare avanti è non avere rimpianti. Nessun rimpianto. Nessun. Rimpianto.

Sei già qui seduta da un po’ e nemmeno una riga. E lo sai che in qualche personaggio metterai un po’ di lui. E un po’ di te. E un po’ del tempo che è stato e ti porti attaccato addosso e allora ha ragione Jane Austen quando dice che bisogna pensare al passato solo quando i ricordi ti possono fare piacere.

E non ascolti musica stamattina e continui a non raccontare niente a nessuno, perché lo sai che questa storia incredibile è solo per due, che hanno capito o capiranno, che inspirano e respirano, inspirano e respirano, seduti alle loro scrivanie piene di storie ingombranti.

Il lunedì è sopravvivenza. È questione di resistenza. Il collo rigido e i pugni stretti e lo stomaco chiuso e i sospiri. Ricominciare. Lo sai fare. Te lo garantisco, lo sai fare. Un po’ alla volta e poi un altro po’ e scivola via.

 

Aspetto che finisca

Sono diverse le fini, una dall’altra, e ti sorprendono, purtroppo, le stronze.
Quando pensi che ci sei già passata, sei già pronta e sai come funziona, cambia tutto.

L’ultima volta ho smesso di mangiare; ho pianto un sacco, ma tantissimo, tantissimissimo, che le borse sotto agli occhi erano valigie; ho parlato molto, con tutti, in continuazione, raccontando la storia, le storie, mille volte, soffermandomi sul finale, chiedendo agli altri e soprattutto a me “poteva andare diversamente? Avrei potuto fare altro? Dove ho sbagliato?”.

Questa volta mangio dolci in continuazione, tanti, a tutte le ore, ci sostituisco i pasti e poi mi chiudo in palestra a sudare e sudare e sudare; piango poco, lentamente, fermando le lacrime ai lati degli occhi prima che cadano giù; non parlo con nessuno, non racconto, non rispondo al telefono, non rispondo alle email. Mi sembra che a raccontarla questa fine sia troppo crudele, troppo personale, troppo intima e preferisco custodirla per me. E non chiedo più niente a nessuno, nemmeno a me e mi ripeto che non avrei potuto fare altro, doveva andare così e non ho sbagliato nulla.

Dopo questa fine non taglierò i capelli, non cambierò casa e città, non chiuderò i ricordi in un cassetto, non proverò a scriverci un libro che non finirò mai, non mi sforzerò di uscire per dimenticare, non ti cercherò in tutte le righe scritte e nelle foto e nel mare fangoso di internet.

Starò qui, in questo silenzio che mi protegge, in questa casa dalle finestre grandi, a bere caffè e ad aspettare che finisca anche questa fine, come finiscono tutte, giusto in tempo per lasciarci sopravvivere.

Fuori sta piovendo di brutto

Scrivo queste righe di notte, quando ormai nessuno legge più, perché impegnato a vivere la sua vita o a immaginarne una.

Scrivo con tre birre medie e un bicchiere di rum in corpo, che ti aprono la mente e ti rimescolano le budella, che ti fanno sentire vivo e disperato, disperato e pronto a tutto, pronto a tutto e coraggioso.

Scrivo per dirti che avevamo una cosa che non si era vista mai e che non è andata, che eravamo due che nemmeno nei romanzi più arditi potevano stare insieme e c’eravamo, che potevamo costruire castelli che le principesse fighe di legno se li sognano, che bastava allungare una mano per toccare il paradiso.

E invece no. Perché i fantasmi degli amori passati non ci lasciano, perché io ho il coraggio che tu non hai e forse è solo incoscienza, perché forse non mi ami abbastanza, perché a volte è più difficile rinunciare che accontentarci.

Fuori sta piovendo di brutto e io non avevo l’ombrello. Sono tornata a casa con gli anfibi e il parka zuppi di pioggia. Ti avrei scritto come mi sentivo, ma tu non eri già più.

Domani è venerdì e devo ricominciare tutto. Da capo. Tutto.

Da capo.

Tutto.

Così sono diventata migliore

Mi piace pensare che tutte le persone possano cambiare.
A me è successo, dopo eventi traumatici, abbandoni, lunghi viaggi; dopo amori che mi hanno rimescolato le budella, mettendo in forse tutto il prima e ipotecando il dopo.

Sono cambiata molto. A fatica, perché trasformarsi è sempre una piccola sconfitta, è accettare di avere dei difetti di fabbricazione, di avere qualcosa di sbagliato, di funzionare male. Quando si cambia in meglio. Perché a cambiare in peggio si fa molto più in fretta, e io lo so perché ho visto tutte le puntate di Breaking Bad.

Ho sempre giustificato le mie mancanze, verso gli altri e verso me stessa, come bisogni. Faccio così perché ho bisogno di, non riesco a darti quello che vuoi perché ho bisogno di, non riesco a esserti fedele perché ho bisogno di, non posso essere più presente perché ho bisogno di. Il mio bisogno di era l’alibi peggiore.
Mi è capitato di ferire le persone per immaturità, egoismo, distrazione, rabbia, invidia, pigrizia e troppe poche volte sono riuscita a chiedere perdono. Ancora meno a ottenerlo.
Così sono diventata migliore. A costo di darmi di meno, di fare un passo indietro, di metterci meno me stessa. Ho imparato che è meglio non fare, se fare può far soffrire le persone che amo. Ho imparato che è meglio fare un passo verso gli altri che aspettare che ti inseguano.
Ho imparato a trasformarmi, con un lungo allenamento, come quello che ho fatto per mantenere i glutei alti e la pancia piatta.

Sono stata ferita spesso, nella vita. Poche volte mi hanno chiesto scusa. Perché quando sei dura e severa e introversa e solitaria, gli altri credono che non ti spezzerai. Non lo fai. Ti crepi dentro, ti si aprono voragini enormi che fai fatica a riempire di cose belle.
Cambiando, imparo a schivare i colpi. Sono troppo vecchia per attaccare, devo solo provare a non farmi troppo male.
Quando qualcuno mi sgretola dentro, mi allontano. Quando chi mi ama non fa nulla per proteggermi, scappo via.

Mi piace pensare che tutte le persone possano cambiare. Mi piace pensare che possano diventare migliori. Mi piace immaginare che non siamo destinati all’infelicità.  E se ci sono riuscita io, puoi farlo anche tu.

Il punto di non ritorno

Il punto di non ritorno è quando il viaggio diventa interiore.
Parti, ti decontestualizzi e vedi le cose da una prospettiva diversa, con colori che non ti erano sembrati mai di quella tonalità, con i suoni che ti sorprendono alle spalle e ti fanno sentire teso come un animale selvatico. Pronto all’attacco. Pronto.
I viaggi più incredibili sono quelli che ti succedono dentro, quando sei a casa e non la riconosci, quando le persone che ti stanno intorno tornano a essere mondi nuovi e ti sembra che tutto possa, debba, iniziare da zero.

Ricordo il primo lungo viaggio che ho fatto da sola con mio fratello. Avevamo vent’anni, un padre appena seppellito, il bisogno di sentirci vivi e la fame di scoperta. Mi è sembrato eterno ed è durato soltanto due settimane e poi mesi e mesi dopo, dentro, trasformandomi in qualcosa di diverso.

Non importa dove vai, ma come ci vai. E come torni, quando torni e se mai torni.

Sono rientrata piena di entusiasmo e di appunti. Mi sono detta adesso scrivo e scrivo e allora acquisterà un senso tutto quest’anno passato a dire che bisogna fare delle proprie passioni un mestiere, sarà servito a qualcosa rinunciare al terzo libro previsto a Natale di una trilogia che non finirà, per raccontare le storie che mi vivono dentro da un po’.
Mi sono detta torno a commentare la politica e l’attualità, riprendo il mio blog sull’Unità, sarò più presente su twitter, mi infilerò in tutti questi spazietti lasciati liberi dai veri intellettuali per dire la mia, mi risveglierò dal torpore accidioso e terrò duro fino a quando non mi arriveranno un po’ di soldi e potrò tirare il fiato.
Ho dormito per due giorni e ho sentito i muscoli rilassati e ho fatto una scorpacciata di sogni confusi.
Mi sono seduta al tavolo bianco della sala milanese, quella con le finestre grandi che guardano in due direzioni e che a volte ammiccano, col sole forte, e ti danno l’idea di affacciarsi sul mare.
Nulla.
Non è successo nulla.
Ho risposto alle email, fatto un paio di lavoretti piccoli piccoli, ho guardato tanti telefilm, ho sfogliato i giornali online, ho letto le notizie e ho pensato bisognerebbe indignarsi, scrivere, dire, fare qualcosa, fare davvero qualcosa. E poi non ho fatto nulla.
Sono uscita a passeggiare e mi sembrava tutto nuovo. Il caldo imprevisto di ottobre, il cielo grigio senza speranza, le mani degli amici, i banconi dei bar.
Un pomeriggio sono uscita per fare qualcosa che nemmeno ricordo e non l’ho fatta. Mi sono infilata in una libreria e mi ci sono persa e alla fine non so quanto tempo sia passato e tutte quelle quarte di copertina erano pianeti e dovevo scegliere dove atterrare per fare rifornimento.
Leggo. In silenzio. E poi interrompo le persone quando parlano e dico le cose che mi passano per la testa.
Questo è un viaggio nei miei limiti, nei ricordi, a volte felici e molto spesso dolorosi. È il parto di un cambiamento, la nascita di qualcosa che non poteva più non venire fuori.

Va tutto bene, l’amore, gli amici, il nipotino che cresce, la salute, l’autunno leggero, i miei libri sugli scaffali. Eppure non ho voglia di ritornare in me, forse perché sono troppo pigra o forse perché, se questa volta dovessi fallire, non potrei perdonarmelo.

A volte vado a correre, senza averne voglia. La cosa più difficile sono i primi passi. Non mollare. E poi altri ancora. E il corpo che continua e il cervello che ti chiede perché lo fai? perché insisti? Non vuoi essere qui, vuoi restare sul tuo divano, immobile, a immaginare corse infinite che non inizierai mai. E supero il primo chilometro e mi dico fino a qui tutto bene e mi dimentico quello che stavo pensando un attimo prima e i polmoni si riempiono e la fronte suda e vado avanti, perché non c’è altro da fare.
Andare. Avanti.

Ulisse ci ha messo dieci anni per ritornare a casa e il viaggio era la vita stessa, l’avventura. Io rientro con lentezza e qualcosa intorno a me sarà sicuramente cambiata. L’energia, l’entusiasmo, le distanze tra me e gli altri, i bisogni, la storia nuova che avrei dovuto buttare giù due mesi fa e che ancora sto pensando, i silenzi confortanti di cui mi nutro per giorni interi, le giornate che diventano corte, ed è subito sera.

La prossima avventura

Piove e io non ho fatto progetti. L’anno rotola verso la fine e mi sembra di non aver ancora iniziato a camminare.

Quando mi chiedono “ma tu cosa vorresti fare?”, non dico più viaggiare, scrivere, recitare, leggere, ascoltare musica, cucinare, io dico “vorrei essere felice”.

Sono stati tempi strani per me, veloci, nuovi, confusi, emozionanti e disperati. Non mi sono arricchita. Anzi. Vivo di prestiti e attese, sperando che un giorno la vita mi bonifichi il dovuto e mi faccia sentire serena, senza acqua alla gola.
Non sono nemmeno soddisfatta e forse questa è la chiave per crescere, per dare sempre di più, per diventare migliori.

Per molto tempo ho dato retta alle persone sbagliate, quelle che pensano di conoscerti senza sforzarsi di farlo davvero, e ho perso tutte le mie motivazioni. Ho iniziato a fare le cose che la gente si aspettava da me, perdendo la passione e diventando una ragioniera dei sentimenti.

Qualche settimana fa è successo qualcosa. Mi sono accorta che non ho più paura delle lancette dell’orologio, ho capito che amo davvero il silenzio che mi circonda e che la solitudine non è privazione, ma è crescita, benzina per le emozioni più profonde, rispetto per te stesso.

Allora ho preso le decisioni che avrei dovuto prendere tempo fa, ho scritto le email alle persone giuste, ho richiamato quelli che pensavo di dover tenere distanti e ho allontanato quelli che mi hanno resa infelice.

Stamattina non ho acceso la musica, ho comprato un nuovo ebook, archiviandolo insieme a tutti quelli in cui spero di tuffarmi presto, ho scritto il buongiorno alle persone che mi amano, ho fatto partire la lavatrice, ho bevuto molto caffè, guardando gli ombrelli che camminavano sotto la mia finestra, e mi sono messa a immaginare la prossima avventura.

Da oggi metto la testa a posto

A cena, un paio di sere fa, circondate dai gatti, dall’afa e dal magico profumo estivo dello zampirone, Elena e io discutevamo con degli amici del perché dei nostri continui fallimenti amorosi.

Elena è generosa, comprensiva, presente, allegra, espansiva e materna. Non gliene va bene una. Le dicono che è perché è troppo disponibile e, finché non inizierà a farsi inseguire, non troverà mai la persona giusta.

Io sono riservata, dura, cerebrale, pigra, esigente e ironica. Non me ne va bene una. Mi dicono che è perché sono troppo forte e, finché non inizierò a inseguire, non troverò mai la persona giusta.

Poi siamo salite in moto e siamo andate allo Sherwood Festival a mescolarci tra i giovani più giovani di noi, sperando di sentirci meno adulte.

“Secondo te, è vero che sono troppo disponibile?”.

“No. Secondo me è una balla. Non è sbagliato quello che facciamo, è solo una questione di fortuna. Ci vuole fortuna perché le due metà della mela combacino. E ci vuole pazienza. E ci vuole coraggio ad accettare compromessi. E ci vuole forza, ma una grandissima forza, a lasciare andare le persone che non ci vogliono, anche se sono il grande amore, anche se come loro nessuno mai”.

“Allora, che si fa?”

“Boh, io prendo un’altra birra”

“Io bevo troppo. Non ho mica più l’età!”

“Non ti preoccupare. Non lo dirò a nessuno. Questa sera siamo di nuovo noi due di quasi vent’anni fa”.

Anche se al posto del Sì, siamo venute in Ducati. Anche se abbiamo più di cinquemila lire in tasca. Anche se la scuola per noi è già finita da un pezzo. Anche se abbiamo già scoperto che essere grandi non è poi così semplice. Anche se domani ci sveglieremo con un gran cerchio alla testa e ci ripeteremo, convinte, questa volta è l’ultima, da oggi metto la testa a posto.

Mondi nuovi

A vent’anni gli altri sono mondi nuovi. Le persone ti sorprendono, ti insegnano, ti mostrano le cose che non avevi mai notato. E se ti deludono, lo fanno in maniera nuova, in modi che non avevi mai visto né provato. A vent’anni le persone sono prime volte, da gustare, da scoprire, anche quando sono orribili e fanno male.

Crescendo impariamo a capire, a proteggerci, a prevedere. Gli altri diventano categorie, li capiamo con un paio di sguardi, soppesiamo la prima impressione, selezioniamo quelli che ci piacciono e ci somigliano.

Da adulti, gli altri sono linguaggi decifrabili, sono libri da leggere, anche quando sono noiosi o faticosi. Alcuni sono repliche di persone già incontrate, già amate, già lasciate.

È sempre più raro che le persone ti sorprendano quando diventi maturo e corri verso gli ‘anta, tuo malgrado. Eppure accade, in circostanze molto fortunate, di inciampare in due occhi che sono pianeti completamente nuovi, mai visti, mai provati. Incontrare una persona che non riesci a decifrare, alla mia età, è un evento che scuote, è un terremoto, è uno tzunami.

E cerchi di capire e di inquadrare e di cogliere somiglianze e trovare una chiave di lettura e non c’è nulla che possa aiutarti a comprendere la persona speciale. Puoi solo viverla per conoscerla.

È bello e spaventoso stupirsi di un altro. Un altro tanto unico che non ne avevi conosciuti mai così. Un altro che ti ha costretta a usare parole nuove. Un altro che non vuoi perdere. Un altro che diventa una prima volta che conserverai per sempre nella memoria, come il biglietto di quel concerto nascosto tra le pagine del vecchio diario, che sbuca fuori all’improvviso e ti ricorda quanto è bello vivere.

Dodici giorni di pagina bianca

Eravamo tutti occupati a capire come sarebbe andata a finire. La politica era il primo argomento, al bar, in palestra, a cena, a lavoro, in treno, al telefono, al cesso, a letto.

Un’infinita soap opera, ogni giorno un colpo di scena. Come quando scrivi romanzi rosa, in cui hai bisogno di continui mutamenti e sorprese. Che poi sono sempre amarsi/non amarsi, mettersi/lasciarsi, piangere/stare bene, tradirsi/perdonarsi, allontanarsi/ritrovarsi.

La vita, insomma. E la politica.

A furia di aspettare, abbiamo perso la cognizione del tempo. Che giorno è? Quando abbiamo iniziato ad aspettare? Quando finiremo, decideremo, andremo avanti?

Giorni fa ho finito i maledetti colpi di scena. Fisso la pagina bianca da dodici giorni. Dodici. Non ce la farò mai.

Mi dici che è colpa mia, ho perso tempo. Il tempo non lo perdi, non è un mazzo di chiavi che ti cade dalla tasca. Il tempo lo consumi, a volte lo sprechi, altre volte lo vivi, ma non capita quasi mai quando vorresti.

Dici ti amo, ma non possiamo stare insieme e non possiamo vivere separati. Non possiamo andare avanti, non possiamo tornare indietro. È un gran casino. Tu – mi dici – hai combinato un gran casino. E non chiedermi perché. Non me l’aspettavo che andasse così.

Dodici giorni di pagina bianca, due mesi senza governo, sette anni di nuovo vecchio Presidente.

Siamo fuori tempo massimo. È troppo tardi e quando la scadenza arriva sei fottuto. E se sei Superman, fai girare al contrario il mondo e torni indietro nel tempo. Torni indietro anche se hai una DeLorean. Io non ce l’ho una DeLorean. Ho un Sì Piaggio immatricolato nel 1992. Ancora funzionante. La miscela era al 2%. Adesso devi fartela tu da solo. Non ci torna indietro quel Sì, ci ho provato. Fa al massimo 35 km/h, se lo tiri a manetta e ti metti in posizione aerodinamica.

È meglio se non mi muovo e resto qui. Aspetto il colpo di scena. Tanto oggi a Milano piove e a Roma si dimettono tutti e ho comprato le nespole e, se ho davvero perso tempo, lo vado a cercare in qualche cassetto.

Closer è un film bellissimo

Sono andata in palestra la domenica mattina. Non avrei dovuto farlo. Era affollata, c’era la fila per gli attrezzi, fila per gli armadietti, fila per docce, fila per phon. E poi i corsi erano di livello base, perché le sciure della domenica vengono in palestra truccate e non possono sudare.

In palestra mi guardo allo specchio, tantissimo, e a volte mi dico diomio, ma cos’è quella cosa?! e altre mi dico niente male, davvero niente male.

Penso di essere soddisfatta di quello che sono diventata.
No, non è quello che sognavo da bambina. Che poi, da bambina, cambiavo idea ogni tre mesi. Un giorno volevo essere un’archeologa, il giorno dopo una regina, poi una scrittrice, poi una ballerina, poi una delle sorelle Occhi di Gatto, poi un benzinaio.

Sono soddisfatta perché sono stata capace di cambiare, perché ho imparato a chiedere scusa, perché riesco ancora a pagarmi le spese, senza dover tornare in un ufficio, perché ho accettato il tempo che passa, perché ho tagliato i ponti con persone-cose-luoghi che mi rendevano una brutta persona.

Un tempo mi sarei logorata all’idea di non aver avuto di più. Adesso vivo con la certezza che dovrei essere io a dare di più.

Poi ho imparato una cosa difficile difficile che mi ha resa cintura nera del saper vivere. Ho imparato a dire di no.

No alle situazioni sgradevoli, no ai compromessi professionali, no alle umiliazioni per soldi, no alla ruffianeria, no agli impegni mondani pieni di gente che odio, no alle amicizie ipocrite e interessate, no agli appuntamenti con uomini ricchi e famosi, ma interessanti come la lettiera del mio gatto.

Sono soddisfatta perché ho superato le mie durezze e non ho più paura di dire ti amo per prima. Perché quello che lo dice per primo, si sa, è quello che si fa più male.

Non ho più paura, perché ho imparato che, quando incontri la metà esatta della mela, non puoi permetterti di perdere tempo.

Non c’è tempo da perdere, non c’è da riflettere, quando arriva quello giusto. Anche se dice che Closer è un brutto film. Non può pensarlo davvero. L’ha detto così, dai, per fare il macho. Closer è un film bellissimo. Deve ammetterlo. Magari ne riparliamo domani e anche dopodomani. In fondo, sono io la donna. Non può fare altro che rassegnarsi e darmi ragione.

 

Ricominciare a camminare

Mi sono accorta di camminare sempre dallo stesso lato della strada. Seguo lo stesso percorso, calpesto lo stesso marciapiede, svolto negli stessi angoli, sfioro gli stessi muri.

Lo stesso lato della strada mi fa sentire protetta, mi dà fiducia, mi rilassa. Le abitudini mi salvano dal disordine dei miei desideri, dal caos dei bisogni, dal dolore sottile delle scelte azzardate.

L’altro giorno ho cambiato lato. Ho attraversato la strada per camminare nell’altro punto di vista. C’erano negozi che non avevo mai notato e bar e macchine parcheggiate e portoni grossi di legno e alberi sofferenti e persone.

Era bello, l’altro lato della strada, e diverso, insolito. Era una piccola novità che mi ha messo allegria. Era il nuovo imprevisto.

Alla fine sono arrivata nello stesso identico punto in cui arrivo con la strada vecchia. Ma ci sono arrivata diversamente. E anche io mi sentivo diversa.

In questi giorni faccio fatica ad attraversare la strada. Sono pigra e spaventata e indecisa e insicura e perplessa.

Basterebbe un altro punto di vista per stare bene. Attendere che il semaforo diventi verde, mettere una gamba dietro l’altra, raggiungere l’altra sponda e ricominciare a camminare.